Ghiaccio bollenteLa disfatta della sinistra radicale in Groenlandia allontana l’indipendenza dalla Danimarca

La storica alleanza dei partiti tradizionali Siumut-Inuit Ataqatigiit esce sconfitta dalle elezioni a causa della legge sulla pesca. Il probabile premier sarà il trentaquattrenne Jens-Frederik Nielsen dei Democratici, da sempre favorevole a una autonomia moderata da Copenhagen

LaPresse

Prevedere l’esito delle elezioni di un paese con gli stessi abitanti di Tivoli ed esteso metà dell’Unione Europea, era un compito complicato anche per i migliori sondaggisti, non c’è da stupirsi, quindi, se i tentativi di dare una forma alle opinioni dei groenlandesi prima del voto di martedì, alla luce delle sparate trumpiane, sono andati falliti. Se non altro, è stata confermata una regola di questa prima metà di decennio, e cioè che i governi in carica subiscono pesanti battute d’arresto: vale per gli Stati Uniti, per la Germania e non fa eccezione la Groenlandia, dove il governo indipendentista di sinistra è andato incontro a una batosta che gli analisti non erano stati in grado di anticipare.

La notizia, a Nuuk più che altrove, è che è stato interrotto il duopolio Siumut-IA, i due partiti che dall’autonomia del 1979 esprimevano il Primo Ministro e che hanno governato la Groenlandia per gli ultimi tre anni in una grande coalizione. Inuit Ataqatigiit, il partito della sinistra più intransigente sia dal punto di vista ideologico che dell’indipendentismo, ha subito la più pesante sconfitta dell’ultimo quarto di secolo, costringendo alle probabili dimissioni il premier Mute Egede, mentre i socialdemocratici di Siumut sono stati più che dimezzati e hanno subito il più pesante rovescio di sempre.

Il giovane politologo ed ex nazionale di badminton Jens-Frederik Nielsen, trentaquattro anni a giugno, sembra essere destinato a essere il primo premier espresso dai Democratici, un partito liberale che storicamente ha adottato posizioni contrarie all’indipendenza, ma che sul tema si è ammorbidito con il tempo e oggi punta a un’indipendenza sul lungo termine, in contrapposizione al governo uscente e all’altro partito di opposizione uscito dalle urne con un chiaro mandato, Naleraq. La principale ragione di questa cautela nei confronti del distacco da Copenhagen è la dipendenza della Groenlandia dai contributi provenienti dalla Danimarca continentale.

Anche Naleraq ha di che sorridere, nonostante la coabitazione tra i due partiti vincitori sembri improbabile. Anche se non sono ancora stati proclamati i risultati ufficiali, Nielsen potrebbe cercare un’alleanza moderata con i liberali unionisti di Atassut e i socialdemocratici, oppure puntare a una coalizione a due con il partito del premier uscente Egede, entrambe soluzioni a cui i liberali hanno aderito in passato, seppur nel ruolo di partner minore. Il premier in pectore ha comunque dichiarato, a caldo, di voler dialogare anche con Naleraq considerata la portata del loro risultato.

«I democratici sono diventati il primo partito grazie alla loro contrarietà alla legge sulla pesca e a una campagna elettorale in cui si sono focalizzati su questioni locali», ha commentato in un breve editoriale Masaana Egede, direttore del principale giornale dell’isola, Sermitsiaq. «Siumut è emerso come un partito spaccato, mentre Inuit Ataqatigiit ha perso consenso soprattutto nei villaggi più isolati e remoti».

La critica alla legge sulla pesca, approvata nel 2022, è legata alle limitazioni poste all’iniziativa degli imprenditori privati e all’utilizzo eccessivo di risorse pubbliche, mentre il governo uscente ha difeso il provvedimento che prevede quote societarie totalmente groenlandesi e il requisito di almeno cinque anni di residenza in Groenlandia per l’ottenimento della licenza. 

Se il successo dei Democratici è dovuto alla vicinanza ai temi locali, il ciclone Trump potrebbe aver contribuito all’ottimo risultato di Naleraq, secondo partito con il ventiquattro per cento, il doppio di quanto aveva ottenuto nelle tre tornate precedenti. Pele Broberg ha annunciato durante la campagna elettorale l’intenzione di accordarsi con gli Stati Uniti per la difesa dell’isola, ma durante l’ultimo dibattito televisivo a pochi giorni dal voto si è unito al coro di critiche contro il presidente americano non ritenendolo un partner affidabile.

Broberg, però, nelle preferenze è stato superato dal neo acquisto del partito, Aki Matilda Høegh-Dam, già parlamentare di Siumut a Copenhagen, che nei confronti di Trump aveva manifestato una certa apertura. Entra in parlamento anche l’influencer e ingegnera Qupanuk Olsen, che si era lasciata andare a messaggi concilianti per il presidente degli Stati Uniti, ma non ha brillato nelle preferenze (un decimo di quelle di Høegh-Dam). Dei sei partiti in corsa, solo Karl Ingemann, il leader del partito di destra Qulleq, ha detto apertamente si sostenere Donald Trump, ma il suo movimento si è fermato all’1% dei consensi.

L’impatto di Donald Trump nelle relazioni fra la Danimarca e la Groenlandia, e di conseguenza fra la premier socialdemocratica danese Mette Frederiksen e il suo collega Mute Egede, è stato paradossalmente quello di avvicinare i due in un rapporto altrimenti molto freddo: Egede, ancora a dicembre, aveva accusato Copenhagen di genocidio in riferimento allo “scandalo delle spirali”, per il quale le autorità sanitarie danesi, negli anni Sessanta e Settanta, avevano introdotto spirali contraccettive in migliaia di donne groenlandesi senza il loro consenso. La cifra potrebbe arrivare a oltre quattromila donne, di cui molte ancora minorenni.

A questo, si aggiunge la messa in onda (e la successiva cancellazione per presunte inesattezze sulle conseguenze economiche) del documentario “Grønlands hvide guld” (L’oro bianco della Groenlandia) da parte della tv di stato Dr, che ha messo sotto accusa la Danimarca per lo sfruttamento delle miniere di criolite nell’isola fino agli anni Ottanta del secolo scorso.

L’aggressività di Trump ha spinto Egede e Frederiksen a una conferenza stampa congiunta lo scorso gennaio in cui entrambi hanno rimarcato che il destino della Groenlandia è nelle mani dei groenlandesi, e se l’appuntamento per Frederiksen è stato un inedito neppure troppo piacevole (mai un premier danese si era esposto in questa maniera nei confronti dell’isola), è servito a tenere la barra dritta per quanto riguarda le aspirazioni dell’isola e il desiderio del governo danese di non intromettersi nelle questioni locali.

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