Un alleato per l’EuropaPerché l’India è la chiave di volta del nuovo assetto internazionale

Il Raisina Dialogue ha sancito il posizionamento di Delhi come grande potenza democratica, lontana dai Brics e dalle autocrazie. Il governo Modi è un naturale ponte fra il global south e l’Occidente

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Si è da poco concluso a Delhi il decimo Raisina Dialogue, il più rilevante evento geopolitico e geoeconomico del subcontinente indiano, con il quale l’India esibisce al mondo il suo nuovo status di potenza economica, politica e militare e il proprio posizionamento in un mondo in rapida evoluzione. Quello di questi giorni è stato il Raisina Dialogue più partecipato di sempre, con tremilasettecento delegati, ottocento relatori e delegati di governi, imprese e società civile di centotrenta Paesi del mondo. Inaugurato dal primo ministro Narendra Modi, e da un keynote speech del primo ministro della Nuova Zelanda Christopher Luxon, la Davos/Monaco indiana ha fornito alcuni segnali inequivocabili alla comunità internazionale. Primo fa tutti il definitivo posizionamento dell’India nel campo della comunità delle democrazie. 

Il Paese più popolato al mondo è anche la più grande democrazia del pianeta: multietnica, multiconfessionale, multiculturale, con efficaci checks and balances fra potere legislativo ed esecutivo, magistratura indipendente, stampa libera, una sempre più dinamica economia di mercato e a breve il terzo Paese al mondo per ricchezza prodotta. Il posizionamento geopolitico dell’India nel campo dell’alleanza fra le democrazie potrebbe rappresentare una chiave di volta rilevante nel crescente confronto con autocrazie sempre più assertive.

L’India è oggi un caso di successo della globalizzazione. È anche la dimostrazione concreta che sviluppo e democrazia possano convivere, e che il modello cinese (mercato senza democrazia e capitalismo guidato), ancora attrattivo in diverse aree del sud del pianeta, non è una scelta né scontata, né migliore.

In questi giorni è apparso evidente come il posizionamento strategico dell’India non sia certamente con i Brics, ma che la grande democrazia indiana è già parte a pieno titolo di quell’occidente globale, tanto inviso alle autocrazie, candidandosi peraltro a diventare il naturale ponte fra il global south e l’Occidente stesso.

I tre grandi assenti di questi giorni erano la Cina, la Russia e l’Iran: le tre autocrazie che, con modalità diverse, stanno promuovendo un progetto di sovversione del sistema internazionale fondato sulle regole e sui diritti. I protagonisti indiscussi di queste giornate sono state invece il Quad (l’alleanza quadrilaterale fra India; Australia, Giappone e Stati Uniti); i Free Trade Agreement con l’Unione Europea, il Regno Unito e Washington; l’asse strategico fra India e mondo sunnita moderato, a cominciare dagli Emirati Arabi Uniti.

Il governo indiano, con il ministro degli Esteri Subrahmanyam Jaishankar promotore delle tre giornate, ha inviato un segnale fortissimo alla Repubblica popolare cinese quando nella sala Durbar del Taj Hotel ha riunito in uno degli incontri più seguiti dell’intero evento, i capi delle forze navali di India, Stati Uniti e Australia e i capi di stato maggiore degli eserciti di Giappone e Filippine.

Il panel ha fornito un messaggio forte e chiaro a Pechino: le democrazie dell’Indo-Pacifico sono impegnate a garantire e difendere la libertà di navigazione e il commercio globale nell’area, e sono pronte a impedire atti unilaterali di cambiamento dello status quo nello stretto di Taiwan e nel Mar Cinese Meridionale.

I rappresentanti delle marine e degli eserciti dei cinque Paesi hanno tutti in vario modo confermato l’impegno a proseguire con esercizi militari comuni per aumentare l’interoperabilità fra le varie forze militari e a impegnarsi per la sicurezza e la stabilità dell’intera area.

L’ammiraglio Samuel Paparo, Comandante dello US Indo-Pacific Command, si è spinto più in là: «Xi Jinping ha dichiarato di volere annettere con ogni mezzo Taiwan e si parla spesso del 2027 come data per un possibile intervento militare cinese. Gli Stati Uniti e le forze alleate qui presenti sono in grado di mettere in cantiere una forte deterrenza che credo sarà sufficiente a dissuadere Xi da un azzardo militare, ma se ciò accadesse, noi siamo pronti per impedirlo».

II generale Romeo Brawner, capo di stato maggiore dell’esercito delle Filippine, ha parlato della minaccia per il suo Paese costituita dall’occupazione illegale da parte della Cina di una porzione enorme del Mar Cinese Meridionale e dalla realizzazione di quella «Great Wall of Islands, da parte di Pechino con la costruzione di una rete di infrastrutture militari che minacciano la stabilità dell’intero sud-est asiatico».

Un altro grande protagonista delle giornate indiane è stato l’asse strategico fra Delhi e Abu Dhabi. Come mi ha ricordato Samir Saran, presidente dell’Observer Research Foundation e mastermind del Raisina Dialogue: «Non c’è alcun ambito politico, economico e militare nel quale il rapporto strategico fra India ed Emirati Arabi Uniti non possa svilupparsi in modo esponenziale nei prossimi anni». Quindi sostegno strategico agli Accordi di Abramo, a partire dall’Arabia Saudita e impegno per la realizzazione di Imeec (India-Middle East-Europe Economic Corridor), la vera alternativa al progetto della Via della Seta di Pechino, con la creazione di un’ampia rete infrastrutturale nave-treno-nave fra l’India, i Paesi del Golfo, Israele, il Mediterraneo e l’Europa.

Nato in sordina un paio d’anni fa come uno spin-off degli Accordi di Abramo – con la nascita di un mini-Quad fra India, Israele, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti – il progetto di Imeec prevede la realizzazione di una ferrovia di alta velocità/alta capacità fra Haifa e Abu Dhabi,  in grado di superare le tre strozzature geopolitiche che hanno storicamente condizionato i rapporti fra il Mediterraneo e l’Indo-Pacifico: il canale di Suez e gli stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb.

Per l’Italia e l’Europa è un’opportunità da non mancare e una grande occasione per realizzare quel sempre più necessario ponte geoeconomico e geopolitico fra Mediterraneo e Indo-Pacifico.

Infine l’Europa fra guerra in Ucraina e Accordo di libero scambio. L’asse strategico con l’Europa, l’accelerazione dell’accordo di libero scambio fra Unione europea e India, l’apprezzamento per la prima visita del suo nuovo mandato di Ursula von der Leyen a Delhi, hanno confermato la priorità del governo indiano nel rapporto con il vecchio continente. E per l’Europa (e l’Italia) non c’è oggi un dossier nel quale non siano evidenti i vantaggi di un’alleanza globale con l’India: sicurezza internazionale; contenimento della politica autoritaria ed espansiva di Pechino; de-coupling e de-risking dalla Cina e costruzione di nuove catene di approvvigionamento stabili e sicure (una democratic supply chain); ulteriore integrazione fra le rispettive economie.

Nell’incertezza sulle scelte della nuova amministrazione americana, la platea del Raisina Dialogue ha infine rivolto un’accoglienza calorosa ad Andrii Sybiha, il ministro degli Esteri dell’Ucraina che ha ricordato come «l’Ucraina lavora per una pace giusta e duratura, che non può però prescindere dal ripristino di un mondo fondato sulle regole e sui diritti».

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