L’importanza del commercio internazionale per l’economia e la politica italiana è evidente non solo sul piano economico, ma anche su quello comunicativo — e, per una volta, in modo bipartisan. A dimostrarlo è il cambio di denominazione del ministero dello Sviluppo economica, che ha incluso il Made in Italy nella dicitura ufficiale, diventando Mimit, ovvero ministero delle Imprese e del Made in Italy.
Il valore delle nostre esportazioni sul Pil è aumentato nel tempo, arrivando, secondo la Banca Mondiale, al 33,7 per cento nel 2023, circa dieci punti in più che a inizio secolo, è cresciuto più che in Francia, dove i numeri sono ora simili, e molto più che negli Stati Uniti. In America le vendite all’estero valgono l’undici per cento dell’economia, persino meno del picco raggiunto nel 2011-2013, 13,6 per cento, e all’incirca come venticinque anni fa. Ancora più alta che in Italia è la dipendenza dall’export in Germania, in cui dal 2000 al 2023 il suo valore sul Pil è passato dal 29,7 al 43,4 per cento, e in generale nella Ue, dove si è arrivati al 51,9 per cento, grazie agli intensi commerci intra-comunitari che sono vitali per molte piccole economie.
Un trend al rialzo che contrasta con quanto avviene fuori dal Vecchio Continente. In Giappone il rapporto tra esportazioni e prodotto interno lordo è del 21,8 per cento, è cresciuto, sì, ma meno che in Italia o in Germania, mentre in Cina è addirittura sceso, e non di poco, dal trentasei per cento del 2006 al 20,8 per cento di due anni fa.
Dati della Banca Mondiale, in percentuale
Il tentativo di Pechino di convertire il proprio Paese da fabbrica del mondo a economia avanzata con un alto livello di consumi interni è evidente anche in questi numeri. I principali Paesi europei appaiono quasi un’eccezione nel contesto mondiale, soprattutto se pensiamo a Italia e Germania, un’eccezione positiva, avremmo potuto dire fino a poco tempo fa. Ma gli ultimi anni, ancora prima della vittoria di Donald Trump, hanno mostrato come le magnifiche sorti e progressive della globalizzazione non sono così scontate come sembravano.
Lo ha messo in chiaro il Covid, che ha danneggiato le catene del valore e le filiere produttive, le quali si sono scoperte più vulnerabili ai cigni neri come la pandemia, con relativa impennata dei prezzi. Lo ha confermato l’invasione russa dell’Ucraina, che ha dimostrato come non si possano dare per certe le partnership commerciali e come il commercio non necessariamente prevenga le guerre. Le velleità isolazioniste cinesi, poi, hanno contribuito a indebolire ulteriormente la crescita degli scambi internazionali, mentre i dazi americani minacciano di mettere fine per molto tempo alle illusioni di un mondo più piccolo in cui vendere beni a chiunque con sempre meno ostacoli.
In questo contesto rinunciare all’indipendenza produttiva in settori chiave e, allo stesso tempo, basare il proprio benessere sulle esportazioni di quei beni che ci conviene produrre qui appare una debolezza, una vulnerabilità. La cosa ci riguarda da vicino, perché mentre si vedevano i primi segnali dell’indebolimento della globalizzazione l’Italia, invece, accresceva la propria dipendenza dal commercio con i Paesi extra-europei: nel 2024 il saldo degli scambi con questi è stato positivo per 65,1 miliardi di euro, come mai in precedenza, mentre quello con i Paesi Ue è stato negativo per 10,2. L’export verso il resto del mondo ha raggiunto i 305,4 miliardi, mentre le importazioni sono scese dopo il picco del 2022 causato dall’impennata dei prezzi del gas e delle materie prime. Al contrario le vendite ai partner europei sono leggermente diminuite per due anni di fila, risultando di circa 12,3 miliardi inferiori a quelle di tre anni fa.
Dati Istat, in milioni di euro
Con chi abbiamo avuto più successo all’estero negli ultimi dieci anni? Proprio con gli Stati Uniti, che, a differenza nostra e dell’Ue, non si sono limitati a un rimbalzo post Covid, magari drogato da qualche sussidio, ma che hanno proseguito con una robusta crescita dell’economia reale, checché ne pensino i trumpiani. Non a caso si sono rivelati i nostri migliori clienti. Il saldo positivo nei loro confronti è salito dai 17,3 miliardi di euro del 2014 ai 28,6 del 2019 ai 38,9 del 2024. Questa crescita è stata persino superiore a quella del disavanzo con la Cina, che forse era più scontata.
In confronto la variazione dei numeri relativi al commercio con i nostri vicini europei è stata inferiore. È salito di circa 5,2 miliardi l’avanzo con la Francia, mentre è peggiorato di 6,7 il disavanzo verso i Paesi Bassi e di 9,4 quello verso la Germania. Non solo Stati Uniti, il Made in Italy ha successo anche nel Regno Unito, nonostante la Brexit, con un saldo positivo migliorato di 8,5 miliardi in quei dieci anni.
Dati Istat, in milioni di euro
Mentre è aumentato il disavanzo con il Nord Africa, è migliorata la nostra posizione verso i Paesi più lontani, spesso inclusi nella categoria «Altri», come quelli dell’Oceania, e non solo. Verso di essi il saldo commerciale è aumentato di 8,2 miliardi di euro, così come è cresciuto di 4,1 nei confronti del Sudamerica.
Dati Istat, in milioni di euro
A leggere i manuali di economia saremmo di fronte a una salutare diversificazione, un successo come se ne vedono pochi da molto tempo in ambito economico per l’Italia. Tuttavia in questo mondo nuovo e vecchio allo stesso tempo, in cui all’orizzonte si profila un ritorno ai blocchi commerciali, alla produzione interna, quasi autarchica, significa essere più esposti. Il saldo positivo verso gli Stati Uniti, che valeva il 40,4 per cento di quello complessivo, oggi vale il 70,8 per cento di esso.
Dati Istat
Considerando come l’export conti sempre di più per l’Italia, significa che siamo nelle mani di ciò che decidono i presidenti americani molto più di ieri. E oggi c’è Donald Trump alla Casa Bianca. Dipendiamo dai suoi umori e dipendono da essi, in particolare, i settori che sono il fiore all’occhiello della nostra industria, primo fra tutti quello farmaceutico. Appartiene a questo comparto il 15,5 per cento delle nostre esportazioni negli Stati Uniti, contro il 3,6 per cento del 2014, mentre è diminuita la quota dei veicoli e dell’abbigliamento, ma è rimasta molto forte, del 19,8 per cento, quella dei macchinari, spesso provenienti da distretti di eccellenza.
Dati Istat, quote in percentuale
Siamo pronti di fronte a un cambiamento strutturale che sembra incombere? Gli effetti della mancanza di una politica industriale sono evidenti anche in questi numeri, oltre che nella mancanza di una consapevolezza su quanto noi siamo in prima linea, dopo la Germania, tra le vittime del declino della globalizzazione. Il sonno che occupa la politica italiana, tra uno scandaletto e le solite false priorità, certo non aiuta.