Notizie dal fronteLe piazze europee, l’imperialismo russo, e l’ipocrisia italiana

Roma, Belgrado, Budapest, Bucarest e Tbilisi, più la riunione dei volenterosi a Londra, dimostrano che l’Europa s’è desta davanti ad altre terribili novità provenienti dal duo Putin-Trump. Certo, c’è chi ha manifestato in modo consapevole, e chi si è astenuto

AP/Lapresse

Le notizie dal fronte di guerra, dove gli ucraini vengono bombardati dai russi, taglieggiati dagli americani e ignorati dai partiti e dai giornali italiani, aiutano a valutare il pensiero magico trumputinista sulla pace. Vale la pena di riportarle, visto che nell’altrimenti splendida Piazza del popolo incredibilmente non se n’è parlato.

La Russia, salutata da giornali italiani e dal camorrista della Casa Bianca come pronta a fare la pace se solo non ci fossero quei guerrafondai degli europei, nel weekend ha sganciato milletrecentosessanta bombe, lanciato mille e venti attacchi con droni e dieci missili sulle città di Chernihiv, Kherson, Donetsk, Kharkiv, Dnipro, Odesa, Poltava, Kyjiv, Mykolaiv, Zaporizhzhia, e sulla regione di Sumy, dove si segnalano ammassamenti di fanteria russa evidentemente pronta a sferrare un attacco contro l’Ucraina. La percezione italiana però è un’altra: quelli che vogliono la guerra sono gli europei e Volodymyr Zelensky, mentre i pacifisti sono i pii Vladimir Putin e Donald Trump.

Oggi Putin farà sapere che cosa vorrà fare a proposito del piano per il cessate il fuoco già accettato dagli ucraini, come se non sapessimo già che cosa vuole fare Putin, visto che lo dice e lo fa dal 2014. Come se Putin non avesse già acconsentito più volte a tregue e altri processi di pace, l’ultimo nel 2019 a Parigi davanti a Zelensky (con Emmanuel Macron e Angela Merkel testimoni), poi implacabilmente violati.

Sul fronte americano, cioè dell’alleato di Putin, la tragicommedia non conosce pause: dopo i tweet di Elon Musk sullo scioglimento della Nato, le intimidazioni commerciali all’Europa e le minacce di annessione del Canada, Trump è tornato a occuparsi di Ucraina, spiegando ai giornalisti che era «sarcastico» quando diceva che avrebbe risolto il conflitto in Ucraina in un giorno. Quante risate! Risate che ricordano il titolo del libro di Martin Amis su Stalin, intitolato “Koba il terribile – Una risata e venti milioni di morti”.

Su richiesta dei russi, sempre nel weekend, Trump ha dimezzato la delega di Keith Kellogg, il suo inviato speciale in Ucraina e Russia, che ora si occuperà solo di Ucraina e non parteciperà né ai colloqui con i russi né a eventuali trattative di pace, perché secondo il Cremlino è troppo filo ucraino (cosa non vera: per fare un paragone, è molto più filoucraina Elly Schlein di Kellogg).

Trump, noto uomo caritatevole, si è poi vantato di aver chiesto a Putin, un altro uomo noto per la sensibilità d’animo, di non uccidere i soldati ucraini di stanza nella regione russa di Kursk, ancora occupata dall’esercito di Kyjiv, bevendosi la propaganda putiniana secondo cui gli ucraini sarebbero circondati dai russi e senza via d’uscita.

Solo che non è vero che i soldati ucraini, sia pure in arretramento tattico, probabilmente anche a causa della scarsità di armi e munizioni imposta loro da Trump a maggior gloria di Putin, siano circondati e senza vie di fuga. È una delle tante fregnacce negoziali del Cremlino che Trump ripropone in mondovisione facendo passare il mancato sterminio dei soldati di Kyjiv come un suo grande successo e un grande atto compassionevole di Putin nei confronti degli ucraini, cui al massimo è garantita la capitolazione, da far pesare al tavolo delle trattative. Quante risate.

Tutto questo mentre il 6 marzo, ma lo abbiamo scoperto venerdì sera, i servizi segreti di Trump hanno consegnato a Trump, e a quella fuori di testa putiniana di Tulsi Gabbard che Trump ha messo a capo di tutte le agenzie di intelligence americane, un rapporto che spiega come Putin continui a puntare al controllo totale dell’Ucraina e a sottomettere Kyjiv alla propria influenza, sfidando ogni illusione americana e occidentale di mediazione.

L’illuso in chief però non sembra scomporsi: ha fatto uscire gli Stati Uniti dal gruppo internazionale di inchiesta sull’aggressione all’Ucraina, mentre Elon Musk ha cancellato i fondi federali all’unità di ricerca dell’università di Yale impegnata a localizzare i ventimila bambini ucraini rapiti dai russi, un reato per cui Putin è imputato all’Aia.

A Londra, invece, gli adulti dell’Occidente, guidati dal premier inglese Keir Starmer, hanno posto le basi per far nascere una coalizione di paesi volenterosi capace di sostenere l’Ucraina e di garantirne la sicurezza in caso di cessate il fuoco, con una formula efficace, «truppe sul terreno e aerei in cielo», che farà molto discutere.

C’è stata, come è noto, la bella piazza europea di sabato a Roma, convocata da Michele Serra e da Repubblica. Una manifestazione encomiabile in difesa dell’Europa, ma con l’imbarazzo di affrontare il tema di come l’Europa debba difendersi, e il disagio di spiegare per quale motivo fosse così urgente e necessario scendere in piazza. Insomma, dal palco si è parlato di Europa e di pace, ed è rimasto in sottofondo il fronte democratico ucraino, la guerra russa, il tradimento americano, e la mobilitazione delle istituzioni di Bruxelles e delle tradizionali famiglie politiche europee per organizzare la difesa e la sicurezza di Kyjiv e del continente.

Nel weekend ci sono state però anche altre piazze più consapevoli, a Belgrado, a Budapest, a Bucarest e a Tbilisi, dove i manifestanti invece avevano ben chiaro perché si fossero radunati e contro chi.

In queste città europee, milioni di persone sono scese in piazza contro l’imperialismo russo e i suoi lacché locali impegnati a corrompere i processi elettorali, manipolare l’opinione pubblica e reprimere libertà e diritti civili.

Queste piazze, assieme a quella virtuale dei volenterosi di Londra, sono la trincea democratica dell’Europa e del mondo libero, la prima linea assieme a Kyjiv contro l’avanzata delle tenebre. Sono queste le piazze pacifiste, quelle contrarie ai missili russi e non al diritto dell’Europa di armarsi per difendersi.

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