Bruxelles, Kyjiv, casaLa forza della piazza europeista, e l’isolamento di Conte nella società civile

La manifestazione di piazza del Popolo è stata un successo e ha unito i partiti, quasi tutti, nella convinzione che l’Ue è il nostro destino. C’è sempre più il vuoto attorno all’arruffapopolo di Volturara Appula, destinato a un confronto che non può vincere con la sua contro-manifestazione del 5 aprile

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E adesso, pover’uomo? Già, un bel problema per Giuseppe Conte, il “pover’uomo”, per riprendere il titolo del romanzo di Hans Fallada di quasi un secolo fa, deve fare i conti con quello che è successo a Roma sabato pomeriggio, una gigantesca dimostrazione di orgoglio europeo. C’è da chiedersi quanta gente porterà lui, l’avvocato, nella sua piazza del 5 aprile, iniziativa di un partito, senza movimenti, intellettuali, forze vive del Paese, e anche se pare che il Movimento stia spendendo molto per riempire pullman e treni, nella migliore delle ipotesi sarà un confronto impari con piazza del Popolo. Dove è successo un miracolo che nella politica italiana non avviene quasi mai, specie in piazza: è emerso più ciò che unisce che ciò che divide. Non era affatto scontato.

In piazza c’era di tutto, un vero campo largo – senza l’uomo di Volturara Appula – cementato da un’idea di massima ma vincente. L’Europa è il nostro destino, e non ce n’è un altro (solo gli orbaniani e i putiniani che erano, pochini, in altri luoghi di Roma possono pensare che esista un’altra strada).

Poi, certo, ognuno può legittimamente criticare qualcosa. Michele Serra per esempio avrebbe anche potuto citare l’Ucraina più che Gaza ma si dà che per una certa sinistra non scatta mai l’automatismo Ucraina=Europa, cioè se si perde là si perde anche qua. Lo ha detto bene ieri alla trasmissione di Monica Maggioni “In mezz’ora” Arancha González, ex ministra degli Esteri spagnola: «L’unico modo per avere una pace a lungo termine è rinforzare la posizione dell’Ucraina. Serve la pace attraverso la forza».

Ma non è stata una manifestazione minimamente sporcata da inutili toni beceri. Elly Schlein è stata applaudita ma i riformisti non sono stati contestati. Una bella giornata: Serra ha capito che c’era bisogno di un momento di condivisione di massa della paura che l’Europa, semplicemente, diventi una grande espressione geografica stretta tra due imperi malati alla radice, cioè nella doppia leadership Trump-Putin, e questo momento non è stato tanto di proposta quanto di esternazione di una domanda forte di politica.

Ci si può dividere sul Piano europeo sul riarmo (non chiamatelo più Piano von der Leyen perché è il Piano dell’Unione europea sostenuto da tutte le grandi famiglie politiche europee) e la discussione, del tutto aperta, è su come farlo perché lentamente si sta capendo che serve alla nostra sicurezza, quindi al nostro futuro.

Secondo un sondaggio di Alessandra Ghisleri solo il venti per cento degli elettori del Partito democratico è contrario al ReArm Europe (a occhio sembra tanto, però…). Dalla piazza nessuno ha contestato Antonio Scurati quando ha detto che «essere contro la guerra non significa non lottare», cioè lottare per difendere la democrazia: a Roma, a Belgrado, a Budapest, a Bucarest.

La semplice verità è che le cose si muovono e che il processo sta andando avanti. Ieri sul Sole 24 Ore Sergio Fabbrini ha chiarito che a partire dall’iniziativa dei volenterosi di Keir Starmer (cui Giorgia Meloni obtorto collo ha partecipato pur facendo discorsi in po’ confusi che la isolano in Europa senza avvicinarla agli Stati Uniti) si arriverà a un trattato internazionale sulla difesa. La discussione è destinata dunque a fare passi avanti non attardandosi a polemiche da bar tra chi vuole la sicurezza e chi gli ospedali. Sono semplificazioni destinate a perdere consistenza. Anche per questo la manifestazione “contro il riarmo” di Conte è solo una prova di forza propagandistica. Lui l’ha già persa sul piano politico, e non la vincerà certo sui numeri della piazza.

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