Donald Trump vuole passare come un bulldozer sull’ordine mondiale e lasciarsi solo macerie alle spalle. Il presidente statunitense non ne ha mai fatto mistero anzi, a ogni occasione buona, ha ricordato che la Nato così com’è non funziona, che l’Unione europea deve fare di più, che i rapporti con i vicini del Nord America devono seguire gli interessi di Washington ignorando Ottawa e Città del Messico. Adesso gli Stati Uniti possono perfino sedersi al tavolo con la Russia, negoziare accordi di pace sulla pelle degli ucraini, votare all’Onu allineandosi a Corea del Nord, Iran, Cina e Russia, quindi contro l’Europa e l’Ucraina. L’attuale posizionamento della Casa Bianca nella politica internazionale è più chiaro: antiamericanismo, antioccidentalismo, antidemocrazia.
Insomma, l’Amministrazione Trump pensa di poter perseguire l’interesse nazionale in modo più efficace attraverso transazioni iperattive anziché i metodi diplomatici. Immagina un mondo dominato dal caos in cui non ci sono regole né status quo, tutto è sempre in gioco: sovranità territoriale, tecnologie, materie prime. Trump ha iniziato una lotta mafiosa per il potere globale e, non a caso, l’Economist lo ha ritratto sulla copertina con le fattezze a metà tra un boss della mala e “Le Iene” di Quentin Tarantino. «Queste regole mafiose non si adattano all’America. Le guerre in Ucraina, Gaza e Cina metteranno alla prova l’approccio egoistico di Trump alla politica estera», si legge sul magazine britannico.
In poco più di un mese dal suo insediamento, Trump sta minando l’ordine mondiale costruito dopo la fine della Seconda guerra mondiale e il crollo dell’Unione sovietica. La sua idea, scrive l’Economist nella storia di copertina, è costruire un mondo in cui vige una specie di legge della giungla, in cui il più forte è nel giusto, in cui le grandi potenze concludono accordi e intimidiscono quelle piccole: «L’Amministrazione Trump sostiene che i suoi accordi porteranno la pace e che, dopo essere stati presi in giro per ottant’anni, gli Stati Uniti tradurranno il loro status di superpotenza in profitto economico. Invece renderà il mondo un posto più pericoloso e l’America più debole e povera».
Questo atteggiamento da boss mafioso, Trump non lo ha mai nascosto, ma in queste settimane l’ha amplificato, l’ha portato a tutti i tavoli, in ogni conversazione, in ogni intervista, in ogni post sui social. È tutto un ghigno, è tutto un saperlalunghismo o un cazzodurismo. Anche se poi quando si devono chiudere le trattative non sempre riesce a portare a casa quello che vuole. Lo dimostra l’ipotesi di accordo con l’Ucraina per le terre rare. All’inizio Trump aveva sparato altissimo, voleva cinquecento miliardi di dollari in cambio praticamente di nulla. Poi si è parlato di un accordo ben più vago sull’istituzione di un fondo per sviluppare il settore minerario ucraino in cambio di garanzie di sicurezza non meglio specificate. Infine è saltato tutto, con la sceneggiata alla Casa Bianca di venerdì.
«L’Amministrazione è un turbinio di idee ed ego di ogni tipo, ma tutti i funzionari concordano su una cosa: nel quadro di regole e alleanze post-1945, gli americani sono stati indotti in scambi commerciali ingiusti e a pagare per guerre straniere», si legge sull’Economist. Per questo ora a Washington si sono convinti di doversi comportare da mafiosi per perseguire l’interesse nazionale in modo più efficace. Tutto è una trattativa, tutto si può mettere sul tavolo. Non esistono principi né valori. Si può perfino riabilitare la Russia se serve – ed è quello che sta facendo la Casa Bianca poco alla volta.
Questo mercanteggiare in economia va ben oltre i dazi e gli accordi bilaterali. È la fine dell’idea – da sempre fondativa per gli Stati Uniti – che il commercio funzioni meglio con regole neutrali. Ognuno deve invece cercare di condurre e indirizzare le trattative seguendo solo i suoi interessi, le sue regole, anche se scritte sulla sabbia. Ecco perché le discussioni bilaterali con Russia, Arabia Saudita, dirigenti taiwanesi e Ucraina, indifferentemente.
Alla Casa Bianca tutti sono convinti che l’ordine mondiale post-1945 sia ormai decaduto. E probabilmente è vero. Ma sull’idea che questo approccio selvaggio sia conveniente per gli Stati Uniti c’è più di un dubbio. L’Economist fa l’esempio degli Accordi di Abramo e le difficoltà nel trovare una quadra per il Medio Oriente. L’Arabia Saudita vuole un accordo di difesa per scoraggiare l’Iran; gli Stati Uniti potrebbero accettarlo solo se Riyad riconoscesse Israele. A questo punto Israele dovrebbe accettare una soluzione a due Stati con la Palestina (opzione che Trump sembra aver già scartato, a giudicare dal video di Gaza come riviera del Medio Oriente che ha postato sui social). Intanto la Russia vorrebbe la rimozione delle sanzioni internazionali sul petrolio, ma l’Arabia Saudita (e l’India) si oppongono. E così via. Incastrare gli interessi nazionali di tutti è un puzzle senza soluzione. L’insicurezza globale aumenterà anziché diminuire, seguendo la linea dell’America di Trump. E non si troverà un accordo per ogni cosa.
«Quel che Trump non capisce è che anche l’America ne soffrirà», scrive l’Economist. «Il suo ruolo globale ha imposto un fardello militare e un’apertura al commercio che ha danneggiato alcune industrie americane. Eppure i guadagni sono stati molto maggiori. Il commercio avvantaggia i consumatori e le industrie importatrici. Essere il cuore del sistema finanziario del dollaro fa risparmiare all’America oltre cento miliardi di dollari all’anno in interessi e le consente di gestire un elevato deficit fiscale. Gli affari esteri delle aziende americane valgono sedici trilioni di dollari. Queste aziende prosperano all’estero grazie a regole globali ragionevolmente prevedibili e imparziali sul commercio, piuttosto che per corruzione e favori speciali transitori, un ethos che si adatta molto meglio alle aziende cinesi e russe».
La presunzione di quest’America trumpizzata è che facendo la voce grossa in ogni trattativa, Washington sarà in grado di ottenere tutto ciò che vuole in ogni accordo. Ma questo primato americano è destinato a sgretolarsi in un mondo e in un mercato senza regole. A partire dalla risposta dell’Europa: gli alleati europei degli Stati Uniti hanno l’occasione, finalmente, per capire di dover fare blocco e portare la cooperazione a un livello più alto in ogni settore, a partire dalla difesa. E non solo. Se il caos si diffonde in tutto il mondo, gli Stati Uniti dovranno affrontare nuove minacce, alcune potenzialmente troppo grandi perfino per loro – un esempio potrebbe essere un’eventuale corsa agli armamenti nucleari in Asia, in un contesto in cui le alleanze americane sono deboli e la Cina è la superpotenza regionale. «In un momento pericoloso – è la conclusione dell’articolo dell’Economist – alleati, credibilità e regole trasparenti valgono più di un guadagno facile. Il Congresso, i mercati finanziari o gli elettori potrebbero ancora convincere Trump a fare marcia indietro. Ma il mondo ha già iniziato a pianificare un’epoca senza legge».
