La crisi dell’acciaio arriva a una svolta: il 19 marzo la Commissione europea ha annunciato che dall’1 aprile ridurrà del quindici per cento le importazioni, dando un chiaro segnale alla Cina. Il piano d’azione di Bruxelles comprende anche l’avvio di un’indagine di mercato, che si pone l’obiettivo di esaminare un settore che sta attraversando un periodo nero da anni. Il vicepresidente Stéphane Séjourné ha rilanciato la necessità che «l’Europa» diventi «un attore globale» nel settore e «non un parco giochi». La decisione arriva anche dopo la conferma da parte del presidente americano Donald Trump sui dazi del venticinque per cento per acciaio e alluminio.
Ma le misure della Commissione non finiscono qui. In vista del riarmo, l’Ue sta cercando di diventare indipendente nel secondario, impegnandosi «a favorire l’impiego di contratti per l’acquisto di energia (Ppa)» e spronando «gli Stati membri a sfruttare agevolazioni fiscali e tariffe di rete più contenute per mitigare le fluttuazioni dei costi elettrici».
In Europa la produzione dell’acciaio è un grosso problema. Secondo i dati della World Steel Association il vecchio continente ha prodotto 10,3 milioni di tonnellate nel 2024, registrando un -3,3 per cento rispetto all’anno precedente. Un trend che è in decrescita in quasi tutti i continenti, eccetto l’Asia, che consolida l’aumento con un +1,4 per cento rispetto a dodici mesi prima. Tornando all’Europa, la tendenza negativa continua (-3,3 per cento) nel 2024 ma si ammortizza rispetto al 2023 (-7,4 per cento).
Per dare un focus sull’Italia, il nostro Paese è slittato al dodicesimo posto nella classifica mondiale dei produttori di acciaio, dopo essere stato superato dal Vietnam. Nel 2024 all’interno dei nostri confini sono state lavorate ventimila tonnellate, meno rispetto alle ventunomila dello scorso anno e nulla rispetto 24,5 mila del 2021. Numeri irrilevanti confrontati con il milione della Cina, le centodiciottomila dell’India e le novantaseimila del Giappone.
Le difficoltà del settore sono da individuare anche nella domanda. Nel 2023 il calo è stato del 5,2 per cento rispetto al 2022 (non esistono al momento dati più aggiornati), rispettando il trend negativo dei tre anni precedenti. Va però detto che si registra un clima di ottimismo nel settore a causa dell’imminente riarmo bellico.
Anche i costi delle materie prime sono un tema. Oltre al ferro e alle altre leghe metalliche, i prezzi dei rottami di acciaio (riutilizzati per nuove produzioni) sono aumentati del settanta per cento rispetto al 2022, con l’inizio della guerra in Ucraina. Secondo dati Ue, il riciclaggio potrebbe far risparmiare fino al novantacinque per centodella produzione, riducendo anche la dipendenza dalle importazioni delle materie prime.
Le norme approvate dalla Commissione rafforzano il controllo sul dumping. Di cosa si tratta? È una pratica commerciale illegale, con cui si immette nel mercato una merce a un prezzo inferiore rispetto a quello medio. Fare ciò è possibile attraverso diverse truffe al fisco per quanto riguarda l’importazione. L’Italia ne è diventata un triste esempio. A ottobre due aziende, con sede a Ferrara e Varese (ma con affari anche a Milano e La Spezia) sono state messe sotto indagine dalla procura europea per aver evaso 2,4 milioni di dazi doganali.
Le imprese avrebbero importato acciaio cinese (molto più economico per la sovraproduzione nazionale) spacciandolo per coreano. Questo avrebbe permesso loro di immettere sul mercato merce a prezzo molto più vantaggioso, alterando fortemente la concorrenza. Appunto, il dumping. «Nel giro di pochi anni, la sovra-capacità globale, in particolare in Asia, ha colpito duramente il portafoglio ordini dei nostri impianti – ha denunciato Séjourné –. Questa è la priorità numero uno: dobbiamo proteggere le nostre acciaierie dalla concorrenza straniera sleale, da qualsiasi parte provenga».
Se si parla di crisi dell’acciaio non si possono non menzionare i costi energetici, tema molto caro alle aziende. Secondo i dati Ue, prima del 2022 il prezzo delle bollette pesava solo il diciassette per cento sui bilanci. Dallo scoppio della guerra, in alcuni periodi si sono toccati picchi dell’ottanta per cento (tre volti più alti rispetto alla Cina).
La Commissione per mettere un freno sta valutando di inserire una serie di agevolazioni sull’idrogeno ma, come ammette Séjourné, «non sempre è possibile o conveniente» per le aziende. La crisi non colpisce solo i produttori ma anche i lavoratori. I posti sono sempre meno e le aziende stanno tagliando il personale. Un esempio lampante è il caso Thyssenkrupp: in Germania il Cda ha deciso di eliminare oltre cinquemila posti di lavoro su ventisettemila entro il 2030. Il colosso ha annunciato di perdere 1,4 miliardi di euro l’anno e di non poter sostenere questi costi. Per dare dei numeri più ampi, il settore sostiene 2,5 milioni di posti di lavoro in tutta Europa, producendo un Pil continentale di ottanta miliardi di euro. Ma a fine 2024 già centomila persone sono state licenziate per la crisi.