Visto che il dibattito sul Manifesto di Ventotene non si è ancora spento, vorrei tornarci ancora una volta. E questa volta vorrei entrare nel merito, perché è qui che si gioca la vera questione: non tanto nell’opposizione contingente tra europeisti e sovranisti, né nella difesa aprioristica di un testo la cui genesi è inscindibile dalla tragedia storica che lo ha prodotto. La questione è più radicale. Si tratta di comprendere il Manifesto non come un testo normativo, ma come un fenomeno concettuale, come l’espressione di una condizione in cui il pensiero si trova costretto a confrontarsi con il limite estremo della propria epoca, e in questa lotta tenta di oltrepassarlo. Eppure, per chi come me si riconosce in una tradizione liberale, Ventotene è un testo che non può essere accettato senza riserve.
Le critiche al Manifesto sono più che legittime, e in molti punti necessarie. L’idea di un superstato europeo che avrebbe abolito le sovranità nazionali per decreto è, più che una provocazione, una negazione della natura stessa della politica come spazio di mediazione tra differenze irriducibili.
Il postulato secondo cui «la rivoluzione europea dovrà essere socialista» tradisce una concezione teleologica della storia, un’idea di necessità progressiva che l’intero Novecento ha smentito con il fallimento sistematico di ogni progetto che pretendesse di imporsi come esito ultimo della razionalità.
La tesi per cui la proprietà privata «dovrà essere abolita, limitata, corretta o estesa caso per caso» esprime una volontà di ingegneria sociale che non tiene conto della struttura dinamica dell’economia, della libertà individuale e dell’imprevedibilità delle relazioni umane.
E infine, il richiamo a un governo degli ottimati, cui spetterebbe il compito di indirizzare le scelte economiche, implica un’idea di sovranità tecnica che contraddice il principio stesso della democrazia come spazio aperto al conflitto e all’incertezza. Tutto questo, per chi si riconosce nel pensiero liberale, è inconcepibile. La libertà non si garantisce attraverso un accentramento di potere, e nessuna società può essere modellata a tavolino senza generare nuove forme di coercizione.
Ora, se volessimo analizzare il Manifesto solo come una proposta politica, lo giudicheremmo con gli strumenti della scienza politica ed economica, rilevandone i limiti e le contraddizioni. Ma questo approccio sarebbe inadeguato. Il Manifesto di Ventotene non è un modello di governo, non è una teoria dello Stato, non è una pianificazione economica. È il tentativo di articolare una risposta concettuale a una crisi che, nel 1941, aveva già superato ogni soglia di razionalità. È la formulazione di un’utopia come gesto estremo di sopravvivenza intellettuale. Non è un progetto di ingegneria politica, ma un atto speculativo: il pensiero che, costretto in una condizione di confinamento materiale e storico, non può far altro che tentare di trascendere le coordinate del reale per affermare, almeno nella forma del discorso, una possibilità alternativa.
Ed è qui che la figura di Lazar Fundo assume un significato ancora più radicale. Fundo, albanese, antifascista, antitotalitario, non aveva bisogno di una teoria per sapere cosa fosse il potere. Aveva attraversato la traiettoria del pensiero rivoluzionario, ne aveva conosciuto le promesse e le menzogne, e per questo aveva scelto la strada più difficile: rifiutare la semplificazione, sottrarsi alla logica binaria dell’adesione o del tradimento. Fundo non apparteneva né al dogma fascista né a quello comunista, ed è per questo che fu prima perseguitato dai fascisti, poi assassinato dai comunisti. Il suo destino ci ricorda che il potere, in qualsiasi forma si manifesti, teme soprattutto coloro che sfuggono alla categorizzazione, coloro che non si lasciano assorbire in una narrazione univoca. Per un liberale, Fundo è una figura essenziale, perché dimostra che la libertà non è la semplice negazione di un oppressore, ma una condizione esistenziale che non può essere negoziata né ridotta a un compromesso con il potere.
C’è poi un altro elemento che andrebbe sottolineato nel dibattito. Gran parte delle ingenuità dialettiche contenute nel Manifesto di Ventotene sono state in seguito rigettate dagli stessi estensori. Persino Altiero Spinelli, negli anni della maturità politica, ha preso le distanze dalle rigidità ideologiche del testo, comprendendone le semplificazioni e i limiti strutturali. È significativo che chi lo aveva scritto, col tempo, ne abbia riconosciuto l’eccessiva astrattezza, mentre chi oggi lo brandisce lo faccia spesso con una devozione che gli stessi autori, in seguito, non avrebbero condiviso. Ventotene non può essere trattato come una Bibbia dell’integrazione europea, perché non lo è mai stato nemmeno per chi lo ha concepito.
Ventotene, allora, non è un manifesto politico, ma una testimonianza della condizione di alterazione in cui si trova il pensiero quando il reale diventa insostenibile. La sua astrattezza, la sua radicalità, la sua apparente ingenuità non sono il risultato di un errore di valutazione, ma la conseguenza diretta della sua genesi. Quando il presente si configura come un’aporia senza via d’uscita, il futuro può essere pensato solo in termini assoluti, senza compromessi, senza gradualità. Non si tratta di difendere il Manifesto come progetto politico, né di smontarlo con la freddezza di chi oggi ha il privilegio della distanza. Si tratta di comprenderne la natura filosofica: il tentativo estremo di affermare un principio universale in un contesto in cui la particolarità storica aveva raggiunto il massimo grado di violenza.
Per questo non lo considero un errore, ma un sintomo. Non un modello, ma un’espressione della tensione irriducibile tra il pensiero e la realtà. È un atto d’amore scritto nella fragilità del momento, nella certezza che il mondo, così com’era, non poteva più essere accettato. È la testimonianza di ciò che accade quando la storia stringe alla gola e l’unico modo per respirare è immaginare un mondo diverso. Ma la filosofia ci insegna che l’utopia, per quanto necessaria, non può mai diventare norma. L’errore non è stato scriverlo, ma credere che potesse realizzarsi senza tradire se stesso. Perché il pensiero, quando si fa potere, smette di essere libero. E Ventotene, per quanto imperfetto, era prima di tutto un pensiero di libertà.