Isolamento storicoDelegittimare il Manifesto di Ventotene significa negare la lotta ai totalitarismi

Il testo di Spinelli, Colorni e Rossi non è solo un’idea politica, ma una risposta storica alla devastazione causata dai regimi autoritari del ventesimo secolo

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Ci sono parole che non si limitano a essere sbagliate. Ci sono parole che non sono un’opinione, ma una frattura nel tessuto della memoria, un tentativo di riscrivere la storia non attraverso il silenzio, ma attraverso una narrazione alterata, corrosiva. Dire, oggi, nel 2025, che il Manifesto di Ventotene rappresenta un’idea d’Europa non condivisibile non è semplicemente falso. È qualcosa di più insidioso. È il sintomo di una volontà precisa, di un progressivo slittamento semantico, di una lenta e sistematica erosione dei riferimenti storici che definiscono la nostra civiltà.

Perché il problema non è che si critichi l’Europa, le sue istituzioni, le sue contraddizioni. Il problema è il tentativo di negare il nesso tra il nostro presente e la necessità storica da cui esso è nato. Ed è qui che la questione diventa più profonda, perché ciò che si sta mettendo in discussione non è il futuro dell’Europa, ma il suo passato.

Ventotene non è un’astrazione ideologica. È il risultato della disfatta della civiltà, della consapevolezza, acquisita nel cuore della catastrofe, che il nazionalismo esasperato, l’autoritarismo, il culto della sovranità assoluta conducono inevitabilmente alla guerra, alla distruzione, alla fine di ogni spazio di libertà. Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi non stavano sognando un’utopia: stavano cercando un’uscita dal disastro.

Il Manifesto di Ventotene non è un dogma, non è un’idea immutabile, ma un principio fondamentale: l’Europa non può essere fondata sulle sovranità chiuse, sui confini intesi come barriere, sulla politica come affermazione di potere nazionale. Non è una teoria politica, è un’evidenza storica. Eppure, oggi, ottant’anni dopo la fine del fascismo, questa evidenza viene rimessa in discussione. Non con una tesi alternativa, ma con un gesto più sottile e più pericoloso: la svalutazione della memoria. Perché delegittimare Ventotene significa delegittimare l’idea che l’Europa sia nata come risposta al totalitarismo. Significa aprire la strada al revisionismo, a quella riscrittura della storia che non ha bisogno di cancellare i fatti, ma di svuotarli di significato.

E questo mi riguarda direttamente. Perché quando la storia si svuota, quando le sue radici vengono recise, quando la memoria viene trasformata in un campo di battaglia politico, chi appartiene a più di una terra, chi ha attraversato più di una storia, chi ha visto con i propri occhi le conseguenze del totalitarismo, sente quel vuoto con una chiarezza dolorosa. Non è solo una questione intellettuale, è una questione di esistenza. Esistere tra due paesi significa portare dentro di sé la continuità e la frattura, significa sapere che la libertà non è un’eredità garantita, ma un equilibrio precario che può spezzarsi in ogni momento.

Significa riconoscere nella propria biografia il peso della storia, il modo in cui essa si ripete, il modo in cui le sue cicatrici non scompaiono mai del tutto. Per questo, quando sento le parole che sminuiscono Ventotene, sento anche un attacco alla mia esperienza, alla mia doppia appartenenza, al mio stesso essere. Perché l’Europa non è per me un’idea astratta, è la condizione della mia esistenza, è la possibilità di non dover scegliere tra una parte e l’altra di me stessa, tra due identità che la storia ha spesso voluto separare.

Ed è qui che entra in gioco Llazar Fundo. La sua storia è la dimostrazione più limpida di ciò che significa essere prigionieri di un tempo in cui il pensiero è una colpa. Fundo era albanese, era stato comunista, aveva creduto nella rivoluzione, ma aveva capito prima di molti altri che il comunismo stava diventando una macchina di oppressione speculare a quella che diceva di combattere. Non si lasciò sedurre dalle logiche del potere, non accettò di scegliere tra due forme diverse dello stesso dominio. Per questo fu perseguitato prima dai fascisti, poi dai comunisti.

Fu confinato a Ventotene, visse l’isolamento, la stessa condizione di Spinelli e degli altri. Ma quando il fascismo crollò e Fundo tornò in Albania, non trovò la libertà. Trovò un nuovo regime, nuove accuse, un nuovo processo-farsa. Fu giustiziato nel 1944 dai partigiani comunisti di Enver Hoxha. Era un uomo senza patria ideologica, e per questo non poteva essere tollerato.

Eppure, la sua storia oggi è dimenticata. Non perché sia irrilevante, ma perché è scomoda. Fundo non permette facili letture, non consente di schierarsi con il conforto della certezza morale. Il suo rifiuto del totalitarismo non era selettivo, non era strategico, non era opportunista. Fundo rifiutò ogni forma di dominio sull’individuo, ogni sistema che negasse la libertà di pensiero. E questo lo ha condannato all’oblio.

Perché ricordarlo significherebbe riconoscere che la libertà non è mai una conquista definitiva, che la democrazia non è mai garantita, che la storia non è un susseguirsi lineare di progressi, ma un campo di forze in cui ciò che sembrava vinto può sempre ritornare. Fundo è la prova che il totalitarismo non è una questione di bandiere, ma di metodo. E che la sua prima manifestazione è sempre la stessa: il controllo del linguaggio, la manipolazione del passato, la costruzione di una narrazione che renda accettabile ciò che fino a poco tempo prima era inaccettabile.

Per questo, sentire mettere in discussione Ventotene oggi non è solo un errore politico. È un segnale. Perché ciò che si sta cercando di fare non è una critica all’Europa contemporanea. È qualcosa di più profondo e più pericoloso. È la costruzione di una nuova normalità, in cui il rifiuto del passato diventa la premessa per ridefinire il futuro.

Fundo sapeva che il potere non si afferma mai tutto in una volta. Sapeva che il primo passo è sempre lo stesso: modificare il linguaggio, svuotare le parole, trasformare i significati. E sapeva che la libertà comincia sempre dalla resistenza a questa riscrittura.

Oggi non siamo chiamati a combattere la battaglia che ha combattuto Fundo. Ma siamo chiamati anche a non tradire la sua lezione. Perché quando si accetta che la storia possa essere riformulata secondo le convenienze del presente, si è già compiuto il primo passo verso la sua cancellazione.

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