Furbetta d’ItaliaMeloni approfitta dei citrulli che la circondano, dentro e fuori la maggioranza

La destra nasconde le profonde divisioni sui temi più importanti, l’opposizione la tratta con i guanti bianchi, e nessuno inchioda la premier alle sue contraddizioni

Lapresse

Più che un campo largo o un campo minato, sembra un campo di allocchi, ingenui nel migliore dei casi. Ci si è messo pure Carlo Calenda, che certo grullo non è, ma nella porta del suo congresso ha fatto un autogol. Ha regalato alla furba Giorgia Meloni un palcoscenico eccezionale per far emergere plasticamente le distanze tra gli allocchi e far sembrare Azione una stampella del centrodestra. Cosa che non è vera. Questo è un argomento polemico di basso livello, come quello agitato da Giuseppe Conte sul partito trasversale delle armi, avendo lui aumentato più di chiunque altro le spese per difesa quando era a Palazzo Chigi.

L’aspetto più incredibile, ed è il paradosso vero, è che Meloni sia riuscita a passare indenne su quel palco congressuale, e ha goduto nel sentire Calenda dire che vorrebbe cancellare i Cinquestelle dalla scena politica. E fin qui siamo nell’ordine naturale e auspicabile della controversia politica. La premier è riuscita a passare indenne tra le divisioni dei citrulli, che hanno sicuramente tante pagliuzze dolorose negli occhi, ma nasconde la trave di Matteo Salvini e di Donald Trump. Nessuno in quel palco l’ha inchiodata alle sue contraddizioni. Lei ha potuto prendere per i fondelli Elly Schlein che, a suo dire, vorrebbe trasformare l’Unione europea senza difesa in una comunità hippy.

Mentre cosa voglia Meloni non è chiaro: finge di non sapere e capire che Trump ha abbandonato la Nato, l’Ucraina e tutti gli alleati per dedicarsi alla Cina (adesso è scritto nero su bianco in un documento del Pentagono). Ha camminato sul tappeto rosso di Calenda, il quale giustamente le ha ricordato che l’amministrazione americana vuole distruggere e predare l’Europa, ma lei ha planato seraficamente sulla pantomima che senza gli Stati Uniti l’Europa è spacciata, che la parola riarmo è una bestemmia, che ai dazi si risponde inviando baci oltreoceano. Senza dire che Vladimir Putin sta prendendo in giro Trump. Ora, tra l’altro, anche l’americano sembra un po’ arrabbiato con Mosca. Ridicolo, dopo tutto quello che gli ha concesso.

I citrulli litigano e la premier fa l’ospite d’onore al congresso di un partito che pensa, in questo modo, di dragare consensi dall’area di Forza Italia. Per portarli dove, sempre che ci riesca, non è chiaro. In un’area di volonterosi nostrani con i forzisti, Più Europa e i riformisti del Pd? Ingenuità e confusione. Intanto i furbi al governo fanno male all’Italia, le loro divisioni sono più clamorose. E uno si chiede, ma di cosa parlano nei vertici della maggioranza? Fanno i vertici, si promettono amore, di essere buoni l’uno con l’altro, che non litigheranno pubblicamente. Meloni li richiama all’unità, ma non passano dodici ore che ricomincia la rumba.

Ora litigano pure sul diritto di cittadinanza per gli oriundi, i figli e i nipoti di italiani emigrati un secolo fa in Sud America. Cambiano nome al centro albanese per migranti, che non ha mai funzionato, anzi è fallito e ora l’hanno trasformato con un decreto in un Cpr. Ma Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani ogni tanto parlano di Trump e di Europa? Oppure temono di venire alle mani?

Invece escono dai vertici e fanno sapere che il richiamo della premier all’unita è stato accolto. Tutto falso a uso e consumo degli ingenui italiani. Galvanizzato da un sondaggio sul Corriere della Sera, che dà la Lega sopra Forza Italia, a Salvini non è sembrato vero poter tornare a picchiare Tajani e i Popolari europei. A Ursula von der Leyen ha consigliato di fare la cancelliera se vuole soddisfare solo gli interessi della Germania. Ma è la stessa von der Leyen che Meloni, nelle stesse ore, ha ringraziato per le sue parole, per il riconoscimento alla premier di un ruolo importante e positivo (ma ancora non si è visto nulla) per il suo contatto diretto con Trump.

Tra l’altro la presidente della Commissione europea ha aperto sul debito comune per la difesa, andando incontro ai sovranisti convertiti ai soldi europei, come la stessa Meloni (adesso non vuole fare debito fuori dal patto di stabilità). Giancarlo Giorgetti ne sarebbe felice, ma Salvini se ne frega perché non un solo centesimo deve andare ai cannoni tedeschi e a quel matto (così lo definisce) di Emmanuel Macron. E per far capire quanto sia duro, propone ai Patrioti di Strasburgo di sfidare la presidente della Commissione e il suo progetto di ottocento miliardi per la difesa: «Un ampio e approfondito dibattito in aula, dibattito che la tedesca von der Leyen vuole evitare a tutti i costi». La stessa richiesta però Salvini non la fa a Meloni, perché a Roma si vota in un modo e a Bruxelles si fa l’opposto. Tajani fa finta di rispondere a brutto muso, ma abbaia e non morde. Ieri ha detto che l’Italia non ha bisogno di «sfasciacarrozze». Domani dirà che non si riferiva agli alleati del Carroccio, come ha fatto pochi giorni dopo averli definiti quaquaraquà. No, sono le favole per gli allocchi.

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