Sta parlando di tutto, Giorgia Meloni, tranne dell’argomento più imbarazzante per lei: i dazi dell’amico americano. Dazi annunciati da Donald Trump per il 2 aprile su auto e farmaceutici, tutti prodotti che faranno un grave danno all’economia europea. Faranno male a tutti gli scrocconi europei (così li intende Trump) e rendono ridicole le affermazioni di Matteo Salvini, per il quale i dazi sono un’opportunità da cogliere al volo.
Non la pensano allo stesso modo i governatori leghisti del nord e l’elettorato (residuo) del Carroccio nelle zone industriali che verranno colpite dal provvedimento trumpiano. Salvini almeno ha detto il suo Forza Donald, facci del male. Antonio Tajani è stato abbastanza chiaro nella vaghezza: «Dobbiamo risolvere tutto con la diplomazia. Ho grande considerazione del Commissario europeo [Maroš] Šefčovič… è persona di buon senso, sa trattare e tutelare gli interessi delle imprese europee e italiane. La guerra dei dazi non conviene a nessuno». Per la verità Maroš Šefčovič è tornato a Bruxelles con le mani vuote, gli hanno indicato la porta, tanto che Trump ha annunciato i dazi proprio nelle ore in cui il Commissario al Commercio si trovava a Washington per trattare con l’(ex) alleato americano.
Anche la premier ha auspicato che la diplomazia faccia cambiare idea a Trump prima del 2 aprile. Una corsa contro il tempo, una speranza vana che Meloni ha evocato di sfuggita, due giorni fa, lasciando di corsa il villaggio “Agricoltura È”. Non si è fermata con i giornalisti neanche ieri, dopo il vertice parigino dei volenterosi, per spiegare cosa bisognerebbe fare concretamente e diplomaticamente. La verità è che non lo sa, non sa che pesci prendere con il volubile e bipolare Trump che riesce a negare se stesso, come quando ha sostenuto di non avere mai detto che Volodymyr Zelensky è un «dittatore». Eppure la premier dovrebbe farsi avanti con coraggio, usare la (presunta) relazione speciale con il feudatario, trovare il modo di andare a Washington. Magari basterebbe una telefonata, che sembra in programma ma ancora non c’è stata.
Ci ha provato Emmanuel Macron, che ieri ha rivelato di avere detto Trump al telefono di non meritare l’aumento dei dazi «proprio nel momento in cui l’America chiede all’Europa più sforzi nella difesa. C’è una forma di paradosso a tassare per primi gli alleati degli Stati Uniti. Non capisco la geopolitica che viene seguita».
Meloni invece non c’è, non è pervenuta, pensa che possa bastare la diplomazia. Chiede vertici tra Stati Uniti e Unione europea che non vengono convocati. Salvini plaude alla «linea del governo italiano, saggia e prudente, per coinvolgere gli Stati Uniti e soffocare le pulsioni belliciste», cioè quelle di Macron, che il leader leghista considera matto. Gli europei devono coinvolgere gli americani che non vogliono essere coinvolti e che non ci hanno coinvolto nell’accordo trumpiano-putiano. Certo, ci vuole la diplomazia, quella che J.D. Vance ha tirato fuori mentre bastonava Zelensky nello Studio Ovale, quando gli ha detto che la diplomazia americana porrà fine alla distruzione dell’Ucraina. Intanto Vladimir Putin porta a spasso gli americani, senza diplomazia.
La premier parla di tutto, ma non di dazi perché sono lo spartiacque dell’Atlantico. In un video prima di partire per Parigi ha rilanciato il premierato come sistema di stabilità politica, ma il retropensiero è la riforma della legge elettorale che ha in animo di tirare fuori presto: un sistema proporzionale in cui la coalizione che ottiene il quaranta per cento dei voti capitalizza il cinquantacinque per cento degli eletti (nella scheda elettorale verrebbe pure indicato il candidato premier, cioè lei). Meloni rassicura gli italiani dicendo che la maggioranza è compatta come una falange, cosa non vera e si vede a occhio nudo. Esulta per il governo che sta battendo tutti record di longevità. Esclude che nostri soldati possano mettere i loro scarponi sul suolo ucraino, e farà finta che il presidente Mattarella non abbia detto che purtroppo la logica militare detterà le decisioni sia a livello di Alleanza atlantica sia dell’Unione europea.
Sui dazi, oltre alla generica diplomazia e all’invito a evitare la rappresaglia, ancora non ha pronunciato una parola chiara da rivolgere a Trump. Non ha il coraggio di uscire dal reame di Mar-a-Lago.