
Per fare l’adulta nella stanza del governo sovranista, nell’intervista al Financial Times Giorgia Meloni ha liquidato come «infantile» la posizione di chi pensa che a questo punto si debba scegliere – sull’Ucraina, sulle politiche di difesa, sui dazi: cioè praticamente su tutto, Groenlandia compresa – tra gli Stati Uniti e l’Europa e gli altri Paesi dell’ex blocco occidentale, sostenendo che il compito dell’Italia è piuttosto quello di ridurre la frattura transatlantica, a sentir lei prodotta della malevolenza politica degli europei e non dalla programmata demolizione dell’alleanza euro-americana da parte della Casa Bianca.
In ogni caso, per non lasciare adito a dubbi circa la speciosità della sua equidistanza, Meloni ha poi dichiarato di concordare con la diagnosi di J.D. Vance sulla perdizione europea, cioè con il cuore del discorso che il vicepresidente americano ha pronunciato un mese fa a Monaco riproponendo in salsa Maga la stessa sbobba nazi-nichilista propinata per due decenni dai canali della propaganda russa.
Si può ovviamente ritenere che Meloni non abbia alternative perché i vincoli interni ed esterni a cui è legata la sua presidenza non possono essere spezzati, né allentati senza far saltare tutto e che chi spera, anche per lei, in un “momento Zelensky” – cioè in una riconversione da acchiappavoti a statista davanti alle tragedie della storia – sopravvaluti la forza della persona e sottovaluti l’inerzia del personaggio Meloni, che è passata dallo zero al trenta per cento dicendo esattamente le cose che oggi dovrebbe rinnegare.
Realisticamente non c’è da avere troppe speranze, né troppe pretese, malgrado la fermezza con cui fino all’elezione di Donald Trump ha difeso l’Ucraina, meritando un’apertura di credito che ben pochi pensavano potesse meritare. Rimane però il fatto che è ancora meno realistica la sua strategia di continuare a buttare la palla avanti, nella speranza che il corso degli eventi tagli i nodi che il suo attendismo non riesce a sbrogliare.
Non è realistica, nel senso che continuare a non vedere, a non sentire e a non parlare – o a parlare dicendo a tutti quel che vogliono sentirsi dire – non pone affatto l’Italia al riparo dai rovesci della storia e non la lascia miracolosamente indenne dagli effetti della fine delle alleanze politiche, economiche e militari, che fino a ieri legavano le democrazie di tutto il mondo, a partire dall’asse euro-atlantico.
Meloni potrà pure continuare a negare ogni evidenza e a perseverare in questo doroteismo sovranista ipocrita e grottesco, aiutata peraltro da un’opposizione di sinistra che su questi temi raggiunge nel complesso vette inarrivabili di indecenza, ma per l’Italia, come per tutti i Paesi orfani dell’unità occidentale, si porrà nei fatti, per quanto denegati e retoricamente depurati della loro cifra tragica, il problema di scegliere tra il vassallaggio alla potenza americana o il concorso a una alleanza internazionale alternativa, di cui costruire in fretta condizioni di stabilità e autonomia sufficienti per navigare tra i flutti di una storia tempestosa.
Nella nuova Yalta affaristico-mafiosa che Trump e Putin stanno negoziando sulla pelle degli ucraini e degli europei, ciascuno riconoscendo all’altro il diritto al proprio spazio vitale (a me l’Ucraina, a te la Groenlandia), è quasi più perdonabile scegliere di schierare l’Italia con la cricca del nuovo Reich globale che pensare di fare l’interesse degli italiani confinandoli in una fintamente equidistante Vichy tricolore. Far finta di non scegliere significa scegliere il peggio.