I compagni padaniGiorgetti spacca il governo sugli investimenti militari

Meloni va a Bruxelles al Consiglio europeo per discutere di aumento delle spese per la difesa e della coalizione di volenterosi da mandare in Ucraina. Ma a Roma il ministro dell’Economia si allinea a Salvini contro il piano di riarmo europeo presentato da von der Leyen

Lapresse

Giorgia Meloni arriva oggi a Bruxelles nel peggiore dei modi. Lascia a Roma una maggioranza profondamente divisa. Nella Lega c’è stato un allineamento tra Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti sul piano di investimenti militari. Non era scontato. È una novità pesante se detta da chi dovrà gestire in prima persona il debito fuori dal patto di stabilità. Il ministro dell’Economia è convinto che il piano di Ursula von der Leyen sia fatto «in fretta e furia senza una logica». Di Matteo Salvini già sapevano quanto fosse contrario a ogni cosa che viene proposta da Bruxelles e da Ursula von der Leyen. Il piano da ottocento miliardi di euro per riarmo lanciato dalla presidente della Commissione europea è già stato bocciato dal leader leghista mentre è stato difeso da Antonio Tajani.

La novità è Giorgetti. È lui che dovrà gestire il debito per affrontare le conseguenze delle scelte anti-europee di Donald Trump riguardo l’Ucraina e la Nato. Questo è un dibattito che va avanti da mesi e solo ora il governo si trova di fronte a una scelta impellente. Già domani al Consiglio europeo sarà uno dei temi più caldi sul tavolo dei capi di Stato e di governo al quale parteciperà Volodymyr Zelensky.

Giorgia Meloni ci arriva con tante riserve, soprattutto sui volenterosi che dovrebbero mettere gli scarponi sul terreno ucraino. Per la premier non se ne parla senza un qualche coinvolgimento degli Stati Uniti (non è chiaro quale) e delle Nazioni Unite. Ma è sempre stata a favore di un aumento delle spese militari, finora sempre a parole – come tutti gli altri governi precedenti. Ora non si può più tergiversare. Da tempo il ministro Guido Crosetto ha spinto in questa direzione chiedendo però che le maggiori spese venissero messe fuori dal Patto di stabilità. Così sembra dover andare, ma vediamo cosa uscirà fuori dal Consiglio straordinario dell’Unione (Ungheria e Slovacchia sono contrari).

Se si arriverà a questa scelta Meloni potrà dire «lo avevamo sempre chiesto». Ma la premier dovrà passare dal Parlamento e prima ancora dalla sua maggioranza. In particolare da via XX Settembre. Giorgetti ieri è stato presentato al convegno della Lega, davanti ai parlamentari alla Camera, come il «ministro che il mondo ci invidia». A modo suo, in chiaroscuro, Giorgetti ha detto che c’è troppa improvvisazione. Anche il modo con cui ha introdotto il suo discorso fa capire che c’è più di un pezzo della maggioranza che manda Meloni a Bruxelles in un mare di guai. «Oggi scopriamo – è l’incipit – che dobbiamo riarmarci perché c’è la minaccia di Putin. Io penso, a proposito del piano di von der Leyen, che bisogna distinguere due cose: gli aiuti all’Ucraina se gli Stati Uniti non lo fanno più, e un piano di investimenti militari che abbia un senso e non fatto in fretta e furia senza una logica». Giorgetti sembra rassegnato quando aggiunge che «il peso delle decisioni di Washington, che piaccia o no, segna la traiettoria. E quello che ha fatto Trump è qualcosa con cui dobbiamo avere a che fare».

Non è scandalizzato dai dazi proposti da Trump, perché anche prima non c’era un mercato di concorrenza perfetta a livello globale. Solo concorrenza sleale. Per Giorgetti abbiamo Paesi che finanziano le loro imprese per fare concorrenza a danni di altri, che sfruttano i lavoratori, inquinano e fanno prezzi migliori per uccidere altre imprese nel mercato globale.

La conclusione fa capire che quanto sia grave la spaccatura nel governo. «La Lega è una specie di mosca o zanzara fastidiosa, storicamente mai allineata al politically correct, ha sempre fatto valutazioni e proposte che, ahimè, molto spesso anticipavano le situazioni che si sono verificate».

Ragionamenti e analisi che vedono la Lega ricompattarsi attorno a Salvini. Il quale, allo stesso convegno del Carroccio, ha ripetuto il suo credo trumpiano che comprende perfino gli effetti benefici dei dazi. Ma la linea estera chi la fa? Meloni, ha ricordato Tajani, che ha rivendicato anche il suo ruolo di ministro degli Esteri schierato totalmente sulla linea dei Popolari europei e del prossimo cancelliere tedesco Merz. Per far capire a che punto è arrivata la tensione nella maggioranza le ultime dichiarazioni di ieri sera sono illuminanti. «Se questo fosse un governo non europeista e non filoeuropeo – ha avvertito Tajani – io non starei in questo governo. Non potrei stare in un governo anti-europeista. Mi pare che sia chiaro».

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