Anomalie italianeLe furbizie di Meloni e Schlein ci portano in un vicolo cieco

Preoccupate più dei rispettivi alleati che delle alleanze internazionali dell’Italia, rimarranno vittime dei propri tatticismi, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette

Roberto Monaldo / LaPresse

Giorgia Meloni, che aspirava a fare da ponte Europa e Stati Uniti, è costretta a mediare, assai controvoglia, tra la posizione europeista di Forza Italia e la posizione trumputinista della Lega. 

Isolata nell’Ue, dove non sa più come posizionarsi, salvo ripetere a ogni passo di non irritare Donald Trump, si vede ora anche ignorata se non proprio scavalcata dalla stessa amministrazione americana, con il vicepresidente J.D. Vance che con la sua telefonata non si fa scrupolo di offrire copertura alle spregiudicate manovre di Matteo Salvini, sottolineate per di più dai commenti festosi di Andrea Stroppa, il giovane consigliere italiano di Elon Musk (probabilmente, per Meloni, il dettaglio più doloroso: tu quoque, Elon). 

Capiremo presto quanto tutto ciò abbia a che fare anche con questioni assai prosaiche come i contratti per Starlink, attivamente promossi da Stroppa e subito entusiasticamente sposati da Salvini, e la concorrenza di Eutelsat, soluzione europea, a quanto scrivono i giornali, preferita dal Quirinale e dal ministero della Difesa. 

Per il momento, basta e avanza la diretta ricaduta politica di questi movimenti, che colpisce in primo luogo il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che a quanto pare è sempre l’ultimo a sapere le cose, costretto a leggere sui giornali le principali notizie riguardanti la nostra diplomazia, che in teoria dovrebbe guidare, ieri sul viaggio di Meloni da Trump a Mar-a-Lago e oggi sulla telefonata tra Salvini e Vance.

Giusto lunedì scorso avevo notato, nella mia letterina settimanale indirizzata proprio a lui, come il leader di Forza Italia, con i suoi stentati appelli a seguire la linea dell’Europa, stretto tra le aspirazioni filotrumpiane di Meloni e le provocazioni trumputiniane di Salvini, in questo governo finisse per assomigliare, più che a un ministro, a un prigioniero politico. 

Dopo l’intervista del sottosegretario leghista Claudio Durigon a Repubblica, che ieri lo ha definito «in difficoltà», invitandolo a «farsi aiutare» dalla Lega nel rapporto con gli Stati Uniti, temo di avere finito le metafore. Sarei tentato di dire che da prigioniero politico è passato direttamente alle camere di tortura, ma non vorrei esagerare, anche perché in questo caso è evidente come il vero bersaglio non sia lui, ma Meloni, che ieri infatti ha avuto con il vicepresidente del Consiglio una lunga telefonata. 

Pubblicamente, Tajani ha risposto prendendosela con «i partiti populisti», definiti «partiti quaquaraqua» che parlano «senza studiare e senza riflettere». Al telefono con Meloni, a quanto scrive Monica Guerzoni sul Corriere della sera, minacciando di chiedere «una verifica». 

Su Repubblica Lorenzo De Cicco gli attribuisce invece la formula «chiarimento politico», che nel vocabolario della cosiddetta Prima Repubblica aveva un significato leggermente più tenue, ma siamo lì. Colpisce in ogni caso il perfetto parallelismo tra la posizione di Meloni nel governo e quella di Elly Schlein all’interno dell’opposizione, e dello stesso Pd (dove però a chiedere un «chiarimento politico», negli ultimi giorni, è stata proprio lei). 

Anche qui c’è un alleato, il leader del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte, la cui linea politica appare sempre meno conciliabile con quella dell’Unione europea, dei suoi principali leader e delle sue maggiori famiglie politiche. Anche qui la reazione del partito che aspira a guidare la coalizione è un difficile equilibrismo, che si traduce nell’isolamento in Europa, anche rispetto al Pse, ma soprattutto in una chiusura autorefenziale dinanzi ai giganteschi cambiamenti in atto nel mondo. Preoccupate più dei rispettivi alleati che delle alleanze internazionali dell’Italia, Meloni e Schlein sembrano destinate a essere le prime vittime delle proprie piccole furbizie, drammaticamente non commisurate alla scala dei problemi che scuotono oggi il mondo, la Nato e l’Unione europea.

In un’intervista uscita ieri sul Corriere della sera, Claudio Magris dice che il grande scrittore argentino Jorge Luis Borges non era così cieco come amava far credere. Non ho potuto fare a meno di pensare: beato lui, l’esatto contrario di noi.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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