A mano a mano che il gioco di Donald Trump si fa sempre più pesante e il linguaggio della sua amministrazione nei confronti dell’Unione europea sempre più esplicito, la posizione di Giorgia Meloni rischia di passare rapidamente dall’insostenibile al grottesco. Al vertice dei cosiddetti volenterosi, convocato ieri a Parigi per cercare di offrire al presidente ucraino Volodymyr Zelensky quel sostegno politico e militare che gli Stati Uniti hanno di fatto già ritirato, la presidente del Consiglio si distingue infatti non tanto per la sua renitenza all’invio di truppe (non è certo la sola) e forse nemmeno per la balzana insistenza su un coinvolgimento dell’Onu (che richiederebbe non solo l’approvazione della Casa Bianca, ma pure della Russia), quanto per la ripetuta richiesta di coinvolgere la stessa amministrazione americana. Come se non fosse proprio quella l’origine del problema e il motivo di tanto affaccendarsi. Ma se fino a qualche giorno fa la si sarebbe potuta considerare se non altro una posizione tipicamente italiana, magari persino furba, paragonabile a quella di un figlio che voglia andare a vivere da solo, però nella casa pagata da papà, è difficile continuare a prenderla sul serio nel momento in cui papà ti dà esplicitamente del parassita.
In un’intervista al Financial Times, in cui tra l’altro definisce «infantile» e «superficiale» l’idea che si debba scegliere tra Europa e America, Meloni tiene il punto con queste parole: «L’Italia può avere buoni rapporti con gli Stati Uniti e se c’è qualcosa che l’Italia può fare per evitare uno scontro con l’Europa e per costruire ponti, lo farò, ed è nell’interesse degli europei».
Parole di buon senso, in qualsiasi altro momento. Ma dopo che Trump ha dato esplicitamente e pubblicamente dei «parassiti» a tutti gli europei, il minimo che si possa dire è che nel piano c’è qualcosa da rivedere. Con tutta la buona volontà di cui pure la coalizione dei volenterosi dovrà disporre, non si può continuare a sostenere che bisogna coinvolgere gli Stati Uniti, che bisogna dialogare con Trump, che bisogna anzi insistere nel mettersi di fatto nelle sue mani, mentre lui non solo ti insulta, ma continua ad attaccarti, a minacciarti e a ricattarti pubblicamente, annunciando dazi pesantissimi sulle auto e dicendosi fermamente intenzionato a prendersi la Groenlandia, territorio autonomo della Danimarca, cioè dell’Unione europea.
Persino sui dazi, nella sua intervista, Meloni invita a tenere un atteggiamento «non-confrontational» (elegante traduzione inglese del concetto che in romanesco si potrebbe rendere con «abbozzare») e ha pure il coraggio di affermare che le reazioni di alcuni leader europei a Trump sono state «un po’ troppo politiche» (chissà se in inglese esiste un proverbio analogo al nostro sul bue che dà del cornuto all’asino). In ogni caso, l’idea di fare da ponte con chi ti sta dichiarando guerra non appare un esempio particolarmente brillante di strategia militare, e ancor meno di strategia politica. Dispiace per i tanti sofisticati analisti che in questi due anni e mezzo ci hanno spiegato in tutti i modi quanto la nostra presidente del Consiglio, proprio sul terreno della politica internazionale, si fosse dimostrata una statista di prima grandezza, ma la distanza tra la retorica e la realtà è diventata troppo grande anche per i più fervidi ammiratori. Presto o tardi anche loro dovranno ammettere che la strategia del ponte ormai fa acqua da tutte le parti.
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