
Mentre la Presidente del Salone del Mobile di Milano, Maria Porro, apre la conferenza stampa nella sala lettura della Biblioteca Braidense, circa ottantatrémila operatori stanno lavorando per la buona riuscita della Milano Design Week. Un numero imponente, l’equivalente degli abitanti di Busto Arsizio, di Como o di Catanzaro: è questo l’indotto che muove la fiera e del quale Milano si nutre in rapporto di reciprocità. Oggi la chiamiamo co-progettazione, ma di questo si tratta: di un sistema di vasi comunicanti strettamente interconnessi.
«Per me la Design Week la fa e la continuerà a fare il Salone, in fiera, dove devono stare le aziende», rafforza il concetto Marco Sammicheli, curatore per il settore design, moda e artigianato di Triennale Milano e direttore del Museo del Design Italiano. E questo è un punto fermo, inalienabile per la sopravvivenza del sistema, sul quale dovremmo convergere tutti. Oltre le mura del polo fieristico cresce il Fuorisalone, con tutte le opportunità e le contraddizioni che si porta: «un organismo vivente che, attraverso gli anni ha fotografato l’evoluzione del sistema design non solo italiano. E si comporta un po’ come Harvey Keitel in “Smoke”», dice Federica Sala (Curator & Design Advisor e Direttrice di The Good Life Italia), ricordando il film di Wayne Wang e Paul Auster del 1995, «il gestore di una tabaccheria al quale capita di entrare in contatto con persone e accadimenti che modificano il suo rapporto con la realtà».
Nonostante i malumori, la mappa, che dal Duomo si allarga sempre di più per abbracciare la cinta metropolitana, si anima di una comunità di intelligenze che mette in scena il frutto di almeno un anno di ricerca. Joseph Grima la chiama “geopolitica del design”: una geografia di codici progettuali unici che si rinnova ogni anno. E noi prendiamo in prestito il suo pensiero per restituire l’istantanea di un fenomeno sempre più mondiale e controverso. Ma comunque unico e imperdibile. Take care e buona Milano Design Week.
LE IMPOLLINATRICI
Direttore editoriale e advisor per gli eventi culturali del Salone del Mobile. Milano Annalisa Rosso maneggia nomi altisonanti, location istituzionali e brand storici del made in Italy con la sicurezza di un giocoliere. Paolo Sorrentino e Lesley Lokko, la Grande Brera, il Castello Sforzesco: «Il Salone è il solito miracolo della notte di Natale», dice lei, annunciando il progetto della libreria cinetica di Es Devlin. Ma non le crede nessuno. «Quest’anno ho cercato di orientare talk e tavole rotonde al business: dal primo gigaforum sulla luce ai progetti diffusi dentro la fiera e fuori, in città», occhi di drone, voracità mentale e stivali rosso fuoco sono gli azzardi che in poco più di dieci anni l’hanno resa la donna del design più impegnata (e oserei dire potente) della kermesse milanese. Complice Francesco Mainardi, marito e socio in affari di Mr Lawrence. Tra gli appuntamenti al Salone, il lavoro per Etel e le collezioni di Federica Biasi e Marco Acerbis per Emu, ma anche il dialogo tra FontanaArte e Franco Raggi che insieme a Daniela Puppa porterà la sua poesia in via Santa Cecilia 4. E poi Ambientec, Ikea e i ceramisti Julie & Jesse alle Cinque Vie. Come si fa a mantenere una chiave di curatela identitaria, passando dal collectible alla produzione industriale? «Trasformando gli eventi in aule di educazione al progetto e le aziende in portatrici sane di cultura». Chapeau.

Maria Cristina Didero, in arte MCD, invece, è l’unica italiana ad aver ricoperto il ruolo di Design Miami/’s Curatorial Director. Editor at Large di “Icon Design”, quando “Lisa” era alla guida della testata, si muove con disinvoltura tra le pagine dei format: dai corti all’exhibition design la sua cifra autoriale è granitica. «Per me il design è un esercizio umanistico. Mi appassiono alle storie che intercetto e che racconto. Che si tratti di nomi sconosciuti al grande pubblico, di quotidianità nascoste o di brand noti o microscopici, l’obiettivo è coinvolgere il pubblico, ingaggiarlo». Quest’anno, insieme a Tony Chambers, con “Future Impact 3: Design Nation” (la mostra alla Chiesa di San Bernardino alle Monache per i sessant’anni di indipendenza di Singapore) ci restituisce i ritratti di quattordici dei designer emergenti più talentuosi dell’isola città-stato. “Unseen Objects” è invece un progetto dello studio giapponese realizzato con Heiwa Gokin che esplora la bellezza della cultura della fusione. «Mentre “SO-Colored” è un affondo nel potenziale dei colori naturali derivati dalle microalghe», entrambi atterrano in Santa Marta 10 e sanciscono con MCD un lungo percorso di collaborazione. Dall’imperfezione al surrealismo di Misha Kahn, l’enfant prodige americano che muove le forme a passo di danza. Allora musica, maestra.

IL DIPLOMATICO
«Cerco di interpretare il mio lavoro», di curatore per il settore design, moda e artigianato di Triennale Milano e di direttore del Museo del Design Italiano, «con un profondo senso di appartenenza e di rispetto dell’istituzione che servo. Quindi – puntualizza Marco Sammicheli – se mi chiedi cosa porto alla Milano Design Week la risposta è: niente», al centro dunque la squadra e i contenuti messi a terra. Qualche preview? “Emeco In&Out” con Jasper Morrison e “Playful Sculptures”, di Naoto Fukasawa per JAKUETS; “Nest Award”, a cura di Arturo Dell’Acqua Bellavitis e “Future Make: OTW” by Vans, in collaborazione con Willo Perron, insieme a “Contro la guerra. 7 designer per EMERGENCY”. «Mi sento un civil servant», dice il moderno anfitrione che veste Arbesser e pone la sua competenza professionale al servizio della collettività: «in questo momento così particolare, di transizione creativa verso le “Inequalities” della ventiquattresima Triennale e di rinnovamento degli spazi, sono felice di aver favorito la presenza di molte cose belle». Marco è Sammicheli, di nome e di fatto. Lo si deve alla sua formazione (più che vocazione) post universitaria: un affondo giovanile nel progetto del Sacro che oggi delocalizza a Piacenza, nei locali di Volumnia, un’ex chiesa sconsacrata convertita in galleria. Qui ha fatto planare “Timemade”, di David Dolcini, un’esplorazione intima che si fa dialogo spirituale tra cultura materiale e tempo come conquista. Amen.

I COSTRUTTIVISTI
Andrea Caputo e Anniina Koivu sono il padre e la madre di “U-JOINTS – A taxonomy of connections”, il progetto collettivo che ha riscattato il ruolo del giunto nelle pratiche progettuali. Un movimento, il loro, montato ad arte contro lo strapotere della brugola, francamente sopravvalutata: era il 2019 quando, insieme alla galleria “Plusdesign” approfondiscono il tema costruttivo attraverso esperimenti, prototipi e prodotti di cinquanta designer. Da allora sono passati sei anni, e una pubblicazione enciclopedica che raccoglie i racconti di centoventi tra le voci più autorevoli del design e dell’architettura, tutti impegnati sul senso della connessione. L’ossessione con il tempo è maturata, ha cambiato scala, si è fatta start up nel Cv di Annina Koivu, e Centro dell’architettura e del design, il primo a Milano, in quello di Andrea Caputo. Con il suo brand Koivu, Annina, insieme a Anthony Guex (nello Spazio Milano di via Lazzaro Spallanzani 19) presenta “Two Steps”: un affondo nella funzione di un oggetto minimo e un gioco all’incastro che svela l’attitudine progettuale di designer e curatrice. “Prison Times- Spatial Dynamics of Penal Environments” è la mostra, che non ha precedenti, all’interno dei tunnel dei Magazzini Raccordati di Stazione Centrale: millecinquecento mq, dei diecimila recuperati e attivati da Dropcity, interamente dedicati a un’indagine sul tempo e lo spazio nei centri di detenzione. On show sino al 31 maggio “Bruther.fbx” . E public program a cura di Supervoid. Impressive.

IL PRESTIGIATORE
One shot per Matteo Ward alla Milano Design Week: giovedì 10 aprile alle 11:00, nel Chiostro del Museo Diocesano di Milano (presso il Giardino delle Idee di Vanity Fair e con il supporto di HUMANA People to People Italia ONLUS), insieme a Fao condurrà un laboratorio speciale ispirato al libro di attività per ragazzi “Storia di una maglietta”. Aperto a bambine e bambini, il workshop sarà l’occasione per avvicinare i più piccoli alla scoperta dei concetti chiave legati alla cultura della sostenibilità: considerando il fallimento di noi boomer è bene portarsi avanti e insegnare loro come dare nuova vita a vecchie magliette inutilizzate. Ceo di “Inside Out Fashion, Textiles & Home” e attivista, docente universitario e Food Hero, Matteo è un giovane uomo dal sorriso contagioso che, come dice Paolo Ferrarini, «ti invita a fare bene». «L’idea di questo laboratorio nasce da un’esperienza vissuta durante il Junior World Food Day della Fao nell’ottobre 2023», racconta l’autore di “Fuorimoda!”. «Come spiegare a un pubblico di millecento partecipanti dai 7 ai 14 anni il legame tra moda e cibo?», dillo anche a me, ti prego. «I vestiti che indossiamo e il cibo che mangiamo sono entrambi fatti di acqua, aria, terra, energia e lavoro delle persone». Se immaginiamo di indossare bottiglie d’acqua e di pane, va da sè che ciò di cui ci cibiamo e vestiamo non va sprecato allo stesso modo». Loro l’hanno capito, e noi?

THE UNLIMITED
Founder di Studio Vedèt, agenzia che si occupa di creative direction, brand identity, graphic e web design, e curatrice indipendente, soprattutto nel campo del collectible (Nilufar tra le gallerie nel Cv, ndr): «credo che il filo conduttore dei miei progetti sia proprio questa spinta alla scoperta. In fondo — confessa Valentina Ciuffi —, nasco giornalista. Volente o nolente, è un’attitudine che ti rimane addosso», mai nascondersi dietro la penna. «Come si intreccia la mia pratica con la Milan Design Week? In modi diversi, perché ho diversi cappelli», svela la fondatrice-organizzatrice-curatrice di Alcova. «La fiera promossa insieme a Joseph Grima», bene citarlo, «che negli anni ha costruito, con fatica, un polo alternativo al sistema dei distretti. Insistendo sull’idea di destinazione. Nonostante in città esistano numerose altre mete—anche con nomi più altisonanti—sono fiera che Alcova continui a dare spazio a tanti emergenti e ad accompagnarli nel loro percorso», da Varedo a Miami per poi tornare a Milano con Vocla. «Con “Delvis (Un)limited”, uno spazio che seguirò almeno per i prossimi mesi (in Via Fatebenefratelli, 9), quest’anno porto la mostra “The Theater of Things”, con un format del tutto sperimentale: i designer dormiranno nella galleria, trasformata per l’occasione in casa. Un modo per sovvertire le modalità espositive tradizionali e avvicinare l’art design alla dimensione domestica. In questa prima edizione ho invitato Joseph Grima come co-curatore». Com’è umana, lei.

GLI EDIBLES
Loro sono Simona Flacco e Riccardo Crenna, dal 2010 meglio conosciuti come “Simple Flair”: «siamo una società di consulenza creativa strategica per le aziende, eccetera, eccetera». Cioè? «Portiamo al sistema design la nostra visione di progetto». Che è? «Di connessione. Per noi la bontà di un’idea sta tutta nel rapporto che si crea tra le persone e il mondo dell’arredo», c’è un che di umano che spunta tra il burro. Sì, perché loro sono quelli di Burrocrazia, «un progetto molto simpatico, nato attorno al burro per raccontarne il senso. Come cibo, intendiamo». Mi sono persa (anche l’evento): «quasi un flashmob: dodici designer internazionali per dodici portaburro allestiti nello spazio Riviera tra un paesaggio di sculture burrose ed edibili», ovviamente. Se non ti iscrivi alla newsletter sei fuori dal giro. Perché di questo si tratta, di far parte di una comunità: «E forse questo è davvero il comune denominatore di tutte le nostre attività, a partire proprio da Riviera. L’abbiamo concepita come destination», leggi piattaforma culturale, «a supporto della community dei creativi», elitario. «No, aperta a tutti, basta iscriversi alla newsletter». Giusto. «La animiamo insieme al nostro partner “La Palma”. Cosa facciamo per la design week? Allestiamo “Space Time”, un viaggio nel tempo tra i due spazi di lavoro, uno futuristico, proiettato nel 2030, l’altro negli anni Settanta e Ottanta», un collasso visivo che parla di timeless. Ma “Simple Flair” è anche il motore pulsante di “Convey”: «uno spazio per uscire dalla nicchia e avvicinare il grande pubblico», ventitré i brand selezionati. «Più un guest design studio: i “Sunfish”, based in Manhattan e per a prima volta in Europa». Vabbè.

L’INOSSIDABILE
The rocket woman, parafrasando il brano di Elton John del 1972, è Federica Sala: a volte mi capita di pensare che non sia solo una e trina, ma che abbia addestrato al mestiere di curatrice e design advisor una squadra di replicanti. «Ogni evento è l’opportunità per me (noi, ndr) di portare un messaggio. Ad esempio la mostra “Romantic Brutalism, A Journey intro Polish Art and Craft” (Visteria Foundation, Viale di Porta Vercellina 11) è basata sul valore culturale del design come strumento di identità nazionale; mentre “Can you Imagine?” per la galleria romana Secondome (presso la Galleria Rossana Orlandi) quello di condividere con i designer la necessità di coltivare l’immaginazione», ne siamo ancora capaci? «In un mondo così segnato dalla difficoltà di discernimento tra vero e falso e conseguente manipolazione della realtà è importante sollecitare l’attenzione». Tra le altre collaborazioni troneggia quella con Marta Sala Editions e Alessi che, «nella piccolissima Biblioteca Ostinata (un nome che è già un manifesto per una piccola biblioteca condominiale ) affronta il tema più universale del mondo: “The Last Pot” è una collezione di urne funerarie. Insomma ogni volta io ho bisogno di crederci, di metterci il cuore e di vedere il senso universale del progetto». Lo sappiamo.

THE BRAVE
«Abruzzese da sei generazioni e Milanese da mezza», dice di sé, ma anche «direttore d’orchestra dell’agenzia Paride Vitale». Del suo lavoro ci piace l’Abruzzo, il burraco e il coraggio di tenere sempre il punto, anche su temi militanti, di scottante attualità. «Vorrei dire la mia, anche se so che perderò qualche follower», capita di leggere sui suoi canali social. Li conta, li perde, ma rimane fedele alla linea. Anche nel lavoro: «Il mio, durante la Milano Design Week, è sempre e solo comunicazione. Non esiste opera, installazione o prodotto della Design Week che possa vivere senza comunicazione, e non c’è comunicazione durante la Design Week che non possa essere alimentata da design, arte e creatività», lapalissiano, senza infingimento. «Il mio obiettivo è combinare nel miglior modo possibile aziende commerciali con designer, artisti e creativi, facendo emergere i valori del brand. La visione dell’azienda e le caratteristiche del prodotto diventano ispirazione, suggerimento e concetto per creare qualcosa che stupirà, racconterà e, soprattutto, comunicherà al visitatore della Design Week. Tutto funziona se tutto rimane coerente e fedele a questa settimana magica, che deve sempre parlare di design, e solo di design». Grazie.

LO SPAZIALISTA
Curatore amatissimo da quattro anni a questa parte, Salvatore Peluso con lo spazio ha fatto, e continua a fare cose che…«Un tema ricorrente nella mia pratica — insieme al collettivo “Dopo?” — è quello dell’ecologia delle risorse. Mi chiedo: ha senso partecipare alla settimana del design, se la piattaforma di sistema non permette di ridistribuire le risorse economiche?», rispondo no. È una questione di spazio, «ovvero di sostenere la produzione di proposte indipendenti». La Milano Design Week è indubbiamente un’opportunità economica, di visibilità, di connessione e di incontro importantissimo. «Detto ciò, le voci entusiaste sono anche troppe. È necessario fare spazio al dissenso», appunto, «accogliere il punto di vista di chi prova, attraverso i contenuti, a sviluppare un pensiero laterale, alternativo. E soprattutto sperimenta le potenzialità della Design Week, non contro la Design Week stessa, ma come opportunità per dare visibilità alle criticità delle quali Milano soffre». Un altro tema caro tanto agli attivisti del Corvetto, quanto a quelli di Base — con i quali attivano “Performing Architecture” (il festival che ripensa la città attraverso le pratiche spaziali) —, è quello della condivisione di momenti di lentezza: «una peculiarità del nostro contesto spaziale che porta con sé l’articolazione di un pensiero periferico. Stare fuori ci mette di fronte a una realtà evidente: le persone che vengono qui, vengono per stare». Design di ritorno.

GLI IRRIDUCIBILI
Loro sono i 2050+, un studio interdisciplinare che indaga nelle pieghe del progetto, là dove design e tecnologia, ambiente e politica si intrecciano. Sono attivisti, militanti, runner e non temono il confronto diretto, quanto le frizioni che il dibattito su Milano oggi solleva: «la settimana del design è un organismo complesso e articolato, non senza contraddizioni. Proprio per questo, costituisce un riflesso fedele della città che la ospita». Un’intervista rilasciata, la loro, che assume i toni di una dichiarazione-manifesto: «Nel corso di questo arco temporale, ogni anno, la città raggiunge il picco della sua apertura internazionale, attraendo comunità di “addetti ai lavori” che sperimentano nuove forme critiche di design all’avanguardia. Allo stesso tempo, questa è anche l’occasione in cui le idiosincrasie della città si manifestano in forma estrema ed esacerbata. Con questa Design Week, 2050+ rimane coerente con la sua vocazione interdisciplinare attraverso una collaborazione con Gucci, la mostra “Bamboo Encounters” (ai Chiostri di San Simpliciano, ndr): un’esposizione che celebra l’eredità bambù nell’identità della Maison, a livello materiale così come di immaginario, attraverso una serie di sette nuove commissioni realizzate da designer contemporanei rappresentativi di diverse geografie e generazioni». È tutto.

