Lassa pur ch’el mond el disaDi cosa parliamo, esattamente, quando ci lamentiamo di Milano?

Criticare la città è diventata una moda e una posa intellettuale. L’economista Francesco Armillei lancia una serie di spunti sul tema, oltre la questione immobiliare

(Unsplash)

Sì, il titolo è provocatorio. Ma non è puro clickbait, anzi. Penso che sia una domanda legittima da porre, se letta in modo genuino e non retorico. Quando ci lamentiamo di Milano (mi ci metto dentro anche io), di cosa stiamo parlando esattamente? Spesso tendiamo a usare la parola «Milano» come una scatola chiusa dentro cui racchiudiamo nascondendole varie questioni, come una etichetta unica per una serie di problemi diversi tra loro. «Milano ti respinge», «Impossibile sentirsi a casa a Milano», «A Milano tutti corrono e nessuno si gode la vita». È diventata quasi una moda (odiosa), una posa (finta intellettuale) criticare la città, così come credo lo fosse stato esaltarla fino a un decennio fa. Vorrei quindi provare ad aprire questa scatola di problemi che chiamiamo «Milano» per guardarci dentro e capirci qualcosa in più.

Perché se una città non esiste in quanto tale, non può farti del male in quanto tale. Una città è le persone che la abitano e i luoghi che la compongono. E quindi il problema deve essere per forza di logica o nelle persone che a Milano si trovano a vivere, o nelle caratteristiche del tessuto urbano milanese. Proverò quindi ad aggiungere qualche riflessione personale alle tante che già sono state scritte su altri temi sicuramente rilevanti, come il problema del costo della vita o quello del mercato immobiliare.

Capita a Milano di iniziare a lavorare
Cominciamo dalle persone. Mi sembra che in termini relativi il maggior senso di disagio si riscontri nella fascia d’età 25-35, ovvero quella dei giovani lavoratori, specialmente coloro che non sono nati con il codice fiscale F205. Sotto i 25 anni ci sono gli studenti universitari, che vivono l’emozionante scoperta del mondo post scuola, esposti agli stimoli di una grande città che non può che migliorarli. Sopra ci sono invece le famiglie «consolidate», che hanno ormai trovato il loro modo di vivere.

In mezzo i giovani lavoratori, che a Milano provano a cominciare la loro carriera. Ecco, qui si annida la prima riflessione. Essere a Milano per molti coincide con l’inizio della vita lavorativa, un periodo che di per sé non è semplice e comporta una serie di sfide sul piano personale (quale è il mio posto nel mondo?), sul piano relazionale (trovare il proprio equilibrio con i colleghi) e sul piano economico (una definitiva emancipazione dalla famiglia). Una fase che può essere meno scintillante di quella precedente universitaria. Una fase che può portare disagio e disequilibrio, sensazioni che però finiamo ad attribuire a Milano perché in questa città ci troviamo a sperimentarle. Non è quindi la città il problema, ma il momento della nostra vita in cui ci capita di viverla. E ancora, rimanendo sulle questioni lavorative: i turni di lavoro in molte aziende sono tosti, si fanno straordinari non pagati su base ricorrente, il fine settimana ogni tanto viene mangiato, lo stress mentale per le mansioni affidate è alto.

Non si può negare l’alta intensità dell’esperienza lavorativa a Milano. Il punto qui però è che nel capoluogo lombardo si concentrano una serie di aziende del settore terziario che per vari motivi (non da ultimo un basso livello di sindacalizzazione) sono connotate da tali dinamiche. La città di Milano non è caratterizzata dalla grande manifattura, ma straborda di aziende di servizi, in particolar modo di attività finanziarie, assicurative, comunicazione, moda, studi immobiliari e di avvocati. Mondi dove lo sforzo è quasi completamente intellettivo, dove la carriera si fa non tanto per anzianità quanto per merito, dove l’auto-affermazione di sé sul posto di lavoro e la necessità di costruirsi una identità professionale (col rischio di finire a legare a essa anche la propria identità personale) sono caratteristiche ben più presenti che altrove. E che, ultimo passo del ragionamento, sono fonte di quel tipo di malessere che molti avvertono a Milano. Quindi, di nuovo, non è tanto la città in sé, quanto il tipo di aziende e di professioni che in questa città si concentrano a essere la fonte del problema.

Ottimismo e geografia
In generale mi sembra che la romanticizzazione dei problemi del tessuto economico e sociale di Milano non sia d’aiuto a risolverli. Indulgere in questo senso di spleen può magari rappresentare una rassicurante via di fuga, ma dobbiamo invece guardarci allo specchio con meno paura di chiamare i problemi con il loro nome. E abbiamo motivo di essere ottimisti. Uno dei tanti problemi del capoluogo lombardo è sicuramente il surriscaldamento (se non proprio l’ebollizione) del suo mercato immobiliare. Ecco, una volta che questo problema è stato individuato, in maniera precisa e pragmatica, istituzioni e imprese hanno cominciato a cercare delle soluzioni. Siamo ancora lontani dall’aver risolto la questione, ma ho fiducia che quando i progetti di sviluppo immobiliare e urbano immaginati e partiti in questi ultimi anni saranno completati, avremo fatto un passo nella giusta direzione.

Tra l’altro mi viene qui in mente che una sfida importante dal punto di vista degli spazi stia nell’immaginare una Milano più grande di quanto pensiamo solitamente. Per esempio: non possiamo chiamare Corvetto «periferia». A Londra chiamereste periferia un quartiere che dista in metro quindici minuti da Westminster? Non possiamo considerare Calvairate periferia: a Roma chiamereste periferia un quartiere da cui in motorino bastano 15 minuti per arrivare al Colosseo? Milano deve pensarsi geograficamente più grande di quanto fa attualmente. Lasciamo ai boomer l’idea che la città finisca dentro la cerchia delle mura, ma abbandoniamo anche l’idea che non ci sia vita oltre la «circonvalla». Una Milano più grande vuol dire una Milano meno intasata, meno imbottigliata, con più offerta immobiliare a prezzi più bassi.

Luoghi dove fare un bellissimo niente
Questo mi porta a parlare dei luoghi che compongono Milano. Ricordate quello che dicevo prima? Se una città non esiste in quanto tale, non può farti del male in quanto tale. Una città è le persone che le abitano e i luoghi che la compongono. E dei luoghi di Milano io ho capito cosa mi impedisce di godermeli appieno: l’assenza di una vita di quartiere sviluppata e a misura d’uomo. Una grande metropoli, per forza di cose, non può essere a misura d’uomo nella sua interezza. Ma una grande metropoli ha la sua forza nelle sotto-articolazioni che chiamiamo quartieri.

Milano mi sembra intrappolata in un guado: è cresciuta a tal punto da non poter essere più a misura d’uomo nella sua interezza, ma non ha ancora sviluppato una vita di quartiere di solida e robusta corporazione. Qualcosa si muove, certo. Parlo delle zone che più conosco: è bello fare una passeggiata nei nuovi giardini di Corso Indipendenza, oppure al mercatino di via Giulio Romano dopo una colazione al Panificio Longoni e prima di prendersi il pranzo da Giannasi. Ma le zone dove poter uscire a passare del tempo di qualità non produttivo a mio giudizio sono poche, sia perché la conformazione fisica dei luoghi non lo consente, sia perché le persone che vivono a Milano non sono abituate a viverli così.

Le uniche forme di svago sono quindi forme “direzionate” o “irregimentate”: esco per andare nel posto X, dove consumerò il prodotto Y, e poi tornerò a casa. Non esistono luoghi iconici dove stare a fare un bellissimo niente, come può essere la terrazza del Pincio a Roma, i Bunkers del Carmel di Barcellona, Primrose Hill a Londra.

La conformazione di molti luoghi di Milano impedisce forme di svago informate alla spontaneità, alla disorganizzazione, alla serendipità. E, secondo me, una delle cause principali è perché mancano spazi per gli umani e troppo spazio viene lasciato al soffocamento delle automobili. L’assenza di aree pedonali sviluppate impedisce la nascita di ecosistemi funzionali di luoghi di svago: insomma possiamo trovarci tutti al MOM, ma in primo luogo staremo ammassati in mezzo alla carreggiata dovendo spostarci per far passare il tram o una macchina ogni tanto e, in secondo luogo, non ci saranno molti altri posti dove spostarci a piedi piacevolmente nei dintorni.

I luoghi di svago ci sono, ma rimangono scollegati, come delle isole: girando di sera in motorino mi capita di vedere un capannello di persone intorno a un locale (per dire il Bar Basso oppure LaStrada), e poi il vuoto per un centinaio di metri, poi di nuovo capannello di persone, e poi di nuovo vuoto. Se penso al centro di altre città italiane dove mi è capitato di vivere, come Roma, Bologna o Terni, penso invece a una rete di luoghi in cui muoversi.

Un dibattito aperto
Ho provato ad articolare la mia personale risposta alla domanda posta nel titolo, e a trarne degli spunti di miglioramento: una maggiore lotta sul posto di lavoro, anche sindacale, per delle condizioni lavorative rispettose e adeguate al livello di professionalità che la maggior parte dei lavoratori e delle lavoratrici in città ha; un proseguimento sul cammino di espansione del territorio percepito della città con conseguente aumento dell’offerta immobiliare; un ripensamento urbanistico degli spazi della città per creare ecosistemi umani di svago improduttivo, con una attenzione particolare alle dinamiche di quartiere.

Lancio ora la palla a chi leggendo questo articolo, spero, ci si sia un po’ ritrovato e a chi ha spunti per arricchire questo ragionamento, ma anche con chi è in disaccordo. Se i limiti di Milano non possono che essere nelle persone che la abitano e nei luoghi che la compongono, anche i suoi punti di forza sono in questi elementi. Le idee, le energie, la voglia di partecipare e di migliorare di chi vive in questa città rimangono una ricchezza inestimabile a cui attingere anche proprio per aggiustare quei problemi che spesso racchiudiamo in una scatola chiamata Milano.

*Francesco Armillei è ricercatore all’Università Bocconi di Milano e del think-tank Tortuga

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