ForzalavoroContro il carovita, a Milano si pensa a un salario minimo sul modello di Londra

Si chiama London Living Wage, una sorta di stipendio minimo reale adattato all’alto costo della vita nella metropoli, che le aziende possono adottare su base volontaria. Da qui l’idea di formare anche nel capoluogo lombardo una commissione composta da parti sociali e accademici per arrivare a stabilire una cifra. Ne parliamo nella newsletter di questa settimana: arriva ogni lunedì, più o meno all’ora di pranzo

(Unsplash)

Milano non è Londra. Ma Milano potrebbe copiare qualcosa che a Londra esiste già da più di vent’anni: il London Living Wage, ovvero il salario di sussistenza adattato all’alto costo della vita nella metropoli. Che non è il salario minimo obbligatorio, ma una aggiunta ulteriore per far fronte al carovita londinese. Una sorta di “stipendio minimo reale” che le aziende possono adottare volontariamente per i propri dipendenti alle prese con affitti alle stelle, costosi abbonamenti ai trasporti e conti al ristorante salati.

La proposta, di cui si è discusso a Palazzo Marino la scorsa settimana, arriva da uno studio firmato dal think tank Tortuga e dal movimento “Adesso!”, che ha analizzato il rapporto tra stipendi e alto costo della vita a Milano.

Partiamo dagli stipendi. Quello che viene fuori è che il salario lordo orario in città in media è di 13,21 euro, ovvero il 9 per cento in più rispetto al resto d’Italia.

Ma questa è solo una media. Se si guarda ai più poveri e ai più ricchi, il discorso cambia: il 10 per cento più povero guadagna poco più del resto d’Italia e meno del resto della Lombardia; mentre la classe più ricca guadagna il 43 per cento in più rispetto al resto d’Italia e il 20 per cento in più del resto della Lombardia. Insomma, Milano ha stipendi più alti, ma non è per tutti così.

Guardare solo alle medie, quindi, non vale. Così come non vale il luogo comune per cui Milano ormai sia diventata «invivibile» per tutti. Un impiegato o un dirigente guadagnano un +21 per cento rispetto al resto del Paese. Mentre quelli più in difficoltà sono i giovani con bassi titoli di studio, gli operai e i lavoratori delle imprese piccole che hanno retribuzioni anche più basse del resto d’Italia.

Ora andiamo al costo della vita. Per un single tra i 18 e i 29 anni, il costo per acquistare un paniere minimo di beni a Milano è superiore del 23 per cento rispetto alla media delle altre grandi città italiane. Per una coppia tra i 30 e i 59 anni la maggiorazione è del 22 per cento. Per chi ha un figlio tra gli 11 e i 17 anni, l’incremento dei costi è del 20 per cento.

Secondo Tortuga, un salario lordo orario minimo per affrontare 1.175 euro di costi al mese, che è quanto spende un single giovane per un paniere minimo di beni, è di 8,3 euro l’ora. Il 10 per cento più povero in città resta al di sotto di questa soglia.

Questo fa capire come un eventuale Milan Living Wage non interesserebbe la totalità dei lavoratori, e neanche i lavoratori della fascia media, ma i più fragili.

Ma come si calcola?

Guardare oltremanica. Nel Regno Unito esiste dal 1999 un salario minimo nazionale. A questo salario, obbligatorio per legge, è affiancato un salario di sussistenza ad adesione volontaria da parte delle imprese. Che è calcolato su due livelli: a livello nazionale e quello della città di Londra.

Il salario di sussistenza londinese ha l’obiettivo di integrare il salario minimo nazionale per adattarlo al costo della vita della città. Le aziende aderiscono in modo volontario, seguendo le indicazioni della Living Wage Foundation, una commissione indipendente che pubblica annualmente il livello del salario di sussistenza adattandolo al costo della vita.

Nella commissione, ci sono tutte le parti sociali interessate: datori di lavoro, governo locale e nazionale, sindacati ed esponenti dell’università. Il paniere di beni su cui calcolare il costo della vita londinese viene costruito da un gruppo di individui rappresentativi della popolazione, che stilano liste di prodotti al di là della mera sussistenza «nutrimento-abbigliamento-casa», ma riconoscendo che famiglie diverse fanno fronte a spese diverse. Per questo non viene considerato un unico paniere di beni, ma diciassette panieri diversi, uno per ogni tipo di famiglia.

 

Ovviamente il London Living Wage non è perfetto. I datori di lavoro coinvolti sono per ora 14mila. E si è visto che molti lavoratori part-time e molte donne di Londra hanno paghe che vanno al di sotto della soglia. Lo stesso vale per i lavoratori della ristorazione e commercio. Al contrario, le occupazioni tecniche, professionali, scientifiche e manageriali hanno pochissimi posti di lavoro retribuiti meno del London Living Wage.

Si può adattare a Milano?

La considerazione preliminare è che il sindaco di Milano, come quello di Londra, non può intervenire direttamente in materia salariale. Ma può rendersi promotore di un’iniziativa volontaria da parte delle imprese.

Nel convegno di Palazzo Marino è stato proposto di creare a Milano, sul modello londinese, una commissione indipendente che coinvolgerebbe quindi parti sociali e studiosi e che ogni anno potrebbe calcolare il salario minimo per poter far fronte al carovita cittadino.

Il che – come ha fatto notare nell’incontro in Comune Maurizio Del Conte, docente di diritto del lavoro alla Bocconi – sarebbe un’inversione di metodo rispetto alla proposta di legge del salario minimo a 9 euro l’ora arrivata dalle opposizioni a livello nazionale. La cosa positiva – ha detto – è che qui si parte dai dati, dal costo della vita e dal relativo impatto, per arrivare a una cifra minima.

Le aziende aderenti volontariamente in cambio otterrebbero una certificazione e i relativi benefici in termini di reputazione e attrazione di nuovi candidati.

Il 70 delle imprese aderenti al London Living Wage dichiara infatti che ha avuto un impatto positivo sulla propria reputazione. Tra l’altro, a Milano ci sono multinazionali che, presenti anche a Londra, hanno già aderito al London Living Wage.

E a chi è già pronto a dire «eh ma c’è la contrattazione territoriale», da Tortuga rispondono che le due cose non sarebbero incompatibili. Anzi, uno spingerebbe l’altro.

Si muovono i comuni Intanto, visto che a Roma è calato il silenzio dopo l’affossamento della proposta di legge delle opposizioni sul salario minimo e l’impegno del governo Meloni per una legge delega, qualcosa si muove a livello locale.

Non solo a Milano. Il consigliere comunale Daniele Nahum, del Pd, in realtà già a novembre 2023 aveva fatto approvare un ordine del giorno per impegnare l’amministrazione ad applicare il salario minimo ai dipendenti, anche in appalto, del Comune meneghino.

Livorno, a fine 2023, è stata la prima città a stabilire che i lavoratori impiegati in appalti comunali debbano percepire un minimo di 9 euro l’ora.

A febbraio, a Firenze è stata presa la stessa decisione. E così si stanno muovendo anche diversi piccoli comuni.

Come Pellezzano, in provincia di Salerno, che ha stabilito invece l’obbligo di applicare i contratti maggiormente rappresentativi per le aziende che lavorano in appalto, non andando mai sotto i 9 euro l’ora.

Nessuno di questi sindaci è di centrodestra.

 

📖 Per approfondire — La differenza tra National Minimum Wage, National Living Wage e Real Living Wage

 

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