Golpe biancoNetanyahu usa la guerra contro Hamas per indebolire la democrazia israeliana

La rimozione del capo dello Shin Bet e l’attacco alla magistratura sono parte di una strategia del premier per eliminare ogni controllo sulla prevenzione e risposta al pogrom del 7 ottobre

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Benjamin Netanyahu continua a usare la guerra contro Hamas, ripresa con forza martedì scorso, per imporre una deriva antidemocratica a Israele. Gli ultimi due atti del premier israeliano provano questa deriva. Primo, la progettata destituzione della Procuratrice generale Gali Baharav Miara, preannunciata dal ministro della Giustizia Gideon Levin e poi il licenziamento di Ronen Bar, il direttore dello Shin Bet per mancata fiducia. Una motivazione formale surrettizia per nascondere la vera ragione: il Servizio Segreto interno israeliano sta indagando su alcuni strettissimi collaboratori dello stesso Netanyahu che hanno ricevuto fonti illeciti dal Qatar prima e dopo il 7 ottobre, e che hanno ostacolato le trattative per la liberazione degli ostaggi di Hamas fornendo notizie riservate ai media. 

Un’inchiesta che tocca direttamente l’ufficio del capo del governo e quindi la sua piena responsabilità politica, non penale, perché l’inchiesta non lo riguarda personalmente. Non solo: Netanyahu ha accusato pubblicamente la Procuratrice generale di «un pericoloso tradimento, non il primo», solo perché Miara ha detto che il licenziamento del direttore dello Shin Bet è «un atto senza precedenti, macchiato di illegalità e conflitto di interessi».

Due premesse sono fondamentali per comprendere la gravità del piccolo golpe bianco che Netanyahu sta tentando: in Israele i responsabili dei Servizi (Mossad, servizio estero, Shin Bet, servizio interno, e Aman, intelligence militare) sono nominati dal governo ma sono istituzionalmente autorità indipendenti, e come tali sono sempre state considerate, tanto che, col cambio di maggioranza di governo, non sono stati mai sostituiti. 

Per comprendere il disegno autoritario di Netanyahu bisogna ricordare che negli ultimi sessant’anni ogni conflitto bellico è stato affrontato da Israele con governi di unità nazionale, come accade in tutte le nazioni democratiche. Per esempio, poco prima della guerra dei Sei giorni nel 1967, il laburista Levi Eshkol fece entrare nell’esecutivo lo storico e feroce avversario Menahem Begin. 

Invece, dopo il 7 ottobre 2023, Netanyahu si è ben guardato dal formare un governo di unità nazionale, indispensabile per fare fronte alla guerra e riunificare il paese sconvolto. Il premier israeliano ha costituito un gabinetto di guerra del quale per alcuni mesi ha fatto parte solo un esponente dell’opposizione, Benny Gantz, mentre altri come Yair Lapid e Avigdor Lieberman non vi sono entrati perché si trattava di una istituzione operativa e non politica. Inoltre, quando Benny Gantz si è dimesso, il premier ha deciso di proseguire col suo esecutivo di destra estrema, sciogliendo il gabinetto di guerra. 

Una gestione politica divisiva durata tutto l’anno e mezzo di guerra, e proseguita con la crisi degli ostaggi. Vige quindi l’egemonia di fatto della estrema destra para fascista di Bezalel Smotrich e di Itamar ben Gvir al posto di un’indispensabile concordia e unità nazionale.

È questa la gravissima responsabilità storica di Netanyahu che già prima del 7 ottobre 2023 ha lacerato Israele con il suo attacco ai poteri della Corte Suprema. E dopo il pogrom di Hamasi si è ben guardato dal rimediare a questa lacerazione, come invece era indispensabile fare. Anzi ha operato nella direzione opposta, nella difesa esasperata della propria permanenza al potere, con qualsiasi mezzo, anche a costo di creare col suo governo di estrema destra una crisi istituzionale che sconquassa il sistema di check and balances, di equilibrio tra i poteri dello Stato.

Prima di tentare il golpe bianco, eliminando il controllo di legittimità da parte della Procura generale e le indagini scomode da parte dello Shin Bet, il governo di estrema destra israeliano è anche entrato in rotta di collisione con le Forze Armate, proprio sulla gestione della guerra. Le dimissioni nel novembre 2024 del ministro della Difesa, l’ex generale Yoav Gallant, e nel gennaio 2025 del Comandante delle Forze Armate Herzi Halevi, sono state provocate proprio da questi dissidi politici sulla conduzione della guerra, anche questo un fatto senza precedenti nella storia di Israele.

I dissidi politici tra governo e Forze Armate sono ancora più gravi della stessa conduzione della guerra. Sia l’eseecito che lo Shin Bet hanno condotto due inchieste sulle responsabilità di non aver saputo prevedere e impedire il pogrom del 7 ottobre 2023. Nelle conclusioni dell’inchiesta interna dello Shin Bet, Ronen Bar evidenzia le responsabilità della propria dirigenza, ma soprattutto riporta una lunga serie di report, sempre ignorati da Netanyahu, in cui si mostrava il fallimento della strategia del premier di dare soldi ad Hamas in cambio di pace. Questo perché ai finanziamenti del Qatar al gruppo terroristico palestinese, dati col benestare del governo israeliano, sono corrisposte attività pericolose e aggressive nella Striscia di Gaza. Agli atti, l’ultimo di questi alert è del 6 ottobre 2023, ignorato dal premier.

Interessante anche l’inchiesta interna dei militari che si sono dimessi a seguito della sua pubblicazione, ammettendo le responsabilità per il disastro del 7 ottobre. Hanno ammesso le proprie responsabilità il generale Ahron Haliva, capo dell’Intelligence militare, il generale Avi Rosenfeld, comandante della divisione Gaza, il generale Yaron Finkelman, responsabile del Comando meridionale che include Gaza, il comandante Yosi Sariel, responsabile dell’unità di Intelligence dell’Idf  8200, e gli alti ufficiali Richard Echt, Merav Granot e Tzupia Moshkovich.

Le Forze Armate israeliane, non per la prima volta, hanno dimostrato di rappresentare con onore e responsabilità l’essenza della democrazia israeliana. Lo hanno fatto anche chiedendo pubblicamente, per bocca del loro comandante Herzi Halevi, del capo dell’Intelligence militare Aharon Haliva, e dello stesso Benny Gantz, che venga rapidamente istituita una commissione di inchiesta indipendente. L’inchiesta ha infatti evidenziato che il 7 ottobre non ha solo mostrato le responsabilità individuali dei tanti generali e ufficiali dimissionari, ma anche la responsabilità politica del premier e del suo governo nel sottovalutare il pericolo costituito da Hamas.

Il precedente invocato dai militari e dall’opposizione è quello della Commissione d’inchiesta presieduta da Shimon Agranat, giudice capo della Corte Suprema, composta esclusivamente da alti magistrati e da ex capi di Stato Maggiore Ygael Yadin e Chaim Laskov. Fu istituita nel 1973 dopo la guerra del Kippur, e del suo disastroso inizio segnato da drammatiche sconfitte militari. Dopo il conflitto, la premier Golda Meir e il ministro della Difesa Moshe Dayan, due leader mitici, pur riconosciuti non responsabili del crollo iniziale del fronte egiziano e di quello siriano, si dimisero.

Col rischio di allargare la già drammatica frattura tra Forze Armate e governo, Netanyahu si è rifiutato di assumere qualsiasi responsabilità e di accettare l’istituzione di una commissione indipendente. Grazie alla maggioranza parlamentare di cui dispone, l’intento di Netanyahu è quello di imporre all’opposizione e al paese, in data da destinarsi, una commissione politica, composta da quattro membri indicati dal governo e quattro membri dell’opposizione, oltre che da ex militari e magistrati, scelti tra i più fedeli all’esecutivo. Una commissione così composta sarebbe addomesticata e di fatto agli ordini dell’esecutivo col fine chiarissimo di coprirne le responsabilità. Una situazione drammatica per la democrazia israeliana, sottoposta dal suo premier a una lacerazione morale e istituzionale mai vista e gravida di conseguenze.

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