Nata a Singapore nel 1988, Olivia Bax è una scultrice britannica il cui lavoro esplora la relazione tra forma, spazio e funzione attraverso un uso sperimentale dei materiali. Dopo aver trascorso l’infanzia nella campagna scozzese, si è trasferita a Londra all’età di diciotto anni per studiare Belle Arti alla Byam Shaw School of Art, conseguendo in seguito un master alla Slade School of Fine Art. Nel 2016, una residenza artistica a Hong Kong ha segnato una svolta nel suo percorso: osservare le impalcature di bambù, i mercati all’aperto e le aree pubbliche per l’esercizio fisico è diventata una fonte d’ispirazione per una serie di disegni e sculture che continuano a influenzare il suo linguaggio visivo.

La ricerca di Bax è caratterizzata da un’indagine sulla materialità. Nel 2019 ha vinto il Mark Tanner Sculpture Prize, dedicando quasi un anno alla realizzazione di “Kingpin”, un’opera su larga scala composta da sedici elementi che esplorano la molteplicità delle narrazioni e la continua trasformazione della forma. L’opera è stata esposta in diverse sedi nel Regno Unito ed è ora parte della Ingram Collection. La sua sperimentazione l’ha portata anche a collaborare con il John Hoyland Estate, curando una mostra itinerante che ha messo a confronto rare ceramiche del pittore britannico con opere di scultori contemporanei come Eric Bainbridge e Phyllida Barlow.
Nelle sue sculture, Olivia Bax sovverte la funzione degli oggetti, trasformando tavoli, imbuti, colini e strutture architettoniche in elementi che oscillano tra utilità e astrazione. Con “Thresh and Hold” (2024), ha intrapreso una nuova direzione: il materiale diventa più libero, quasi caotico, sollevando interrogativi che continua a esplorare nel suo studio. In questa intervista, l’artista racconta il suo percorso, le sue influenze e come il processo creativo diventi un atto di scoperta.

Come hai sviluppato il tuo linguaggio tecnico e visivo?
Non credo che un artista arrivi mai completamente a un linguaggio visivo definitivo. È un processo in continua evoluzione, guidato dalla sperimentazione con i materiali come modo per comprendere il mondo. Creare significa porre domande piuttosto che cercare risposte, e questa tensione è ciò che mi spinge a proseguire.
Qual è il processo creativo dietro le tue sculture e come scegli i materiali che utilizzi?
Sono attratta dai materiali che possono essere modellati e che, a loro volta, reagiscono in modi inaspettati. Lavoro su più processi contemporaneamente: costruzione, saldatura e modellazione. Uso l’acciaio per creare strutture portanti, sfruttando la sua flessibilità per piegarlo, modellarlo e riassemblarlo. Preparo personalmente la mia pasta di carta per rivestire le strutture lineari, un processo che conferisce alle opere la loro texture distintiva. Il colore viene mescolato direttamente nel materiale sin dall’inizio, diventandone una parte integrante. Le mie sculture non nascono da un progetto predefinito; si sviluppano organicamente attraverso strati e applicazioni successive.

Quale messaggio vuoi trasmettere e quali emozioni speri di suscitare nel pubblico?
Una scultura, una volta esposta, deve stare in piedi da sola e comunicare senza bisogno di spiegazioni. Uso colori audaci per creare un impatto immediato, ma al di sotto della superficie si cela una complessità che richiede tempo per essere esplorata.Trovo particolarmente illuminante l’analogia del filosofo contemporaneo Graham Harman tra l’arte e il raccontare una barzelletta: se una barzelletta viene spiegata, perde la sua forza. È la suspense prima della battuta finale a renderla coinvolgente. Spero che le mie sculture creino lo stesso senso di attesa, mantenendo un’aura di mistero e presenza.
Il design sembra essere una fonte di ispirazione e dialogo nel tuo lavoro. Sbaglio?
Tutto ciò che mi circonda è una fonte costante di stimolo: dettagli architettonici come balconi, finestre, ringhiere e grate, ma anche oggetti che contengono e sostengono, come recipienti, borse e colini. Sono interessata a tutto ciò che è ergonomico, dai ganci alle maniglie. L’idea di transizione e trasformazione si traduce in uno studio dei sistemi e dispositivi funzionali: scivoli, imbuti, filtri, persino alambicchi per il whisky. Indago sulle strutture a incastro, sugli habitat peculiari e sul ruolo del colore e dell’umorismo nella scultura. Le mie sculture sono contenitori spaziali, capaci di generare paesaggi, scenari e persino rappresentazioni teatrali al loro interno. Per la mostra alla Ribot Gallery ho presentato cinque “Table Sculptures” nello spazio inferiore della galleria. Trovo affascinante come un tavolo, con le sue quattro gambe, evochi un ambiente domestico pur trascendendo il semplice ruolo di supporto per un’opera d’arte. Nei lavori più recenti ho iniziato a incorporare utensili come imbuti, colini da tè, ruote e scarichi, elementi che amplificano il dialogo tra utilità e inutilità.

Quale ruolo gioca il concetto di “soglia” nel tuo lavoro e come lo rappresenti visivamente?
La mia mostra “Thresh and Hold” alla Ribot Gallery di Milano è interamente basata su questo concetto. Il titolo scompone la parola inglese “threshold” (soglia) e si ispira a una poesia di Dee Morris, “Gertrude Stein Sets a Table”, in cui l’autrice descrive l’atto di apparecchiare e mangiare a tavola come un thresh and a hold, una tensione tra movimento e stabilità. Questa idea mi è sembrata la metafora perfetta per la scultura: attraversare una soglia per scoprire qualcosa di nuovo, selezionare elementi e poi unirli di nuovo insieme. Rifletto spesso sul contrasto tra opposti: linea e solidità, durezza e morbidezza, audacia e silenzio, interno ed esterno. Spero che queste tensioni emergano nel mio lavoro.
Come definiresti il rapporto tra artigianalità e modernità nel tuo lavoro? Crei tutto da sola?
Sì, realizzo tutto da sola. Per me, il processo di creazione è una parte essenziale dell’opera. Quando applico la pasta di carta alla struttura, i segni lasciati dalle mie mani sulla superficie non sono casuali; rivelano come ho dovuto spalmare, premere e modellare il materiale affinché aderisse. Queste tracce visibili offrono allo spettatore un punto di accesso all’opera. Il processo di realizzazione mi permette anche di riflettere su ciò che sto creando e sul suo significato.

Il tuo lavoro sembra contenere numerosi riferimenti. Quali artisti del passato e del presente ti hanno influenzata?
Attingo a una vasta gamma di riferimenti, dai pittori rinascimentali del Diciottesimo secolo – di recente ho completato una scultura intitolata Sassetta – agli artisti contemporanei come Philip Guston, Franz West e Germaine Richier. Interagire con altri artisti è fondamentale: condividere spazi con professionisti di discipline diverse è una fonte inesauribile di ispirazione. Tra la laurea e il master, ho avuto l’opportunità di lavorare come assistente per Anthony Caro, un’esperienza inestimabile. Caro ha sostenuto il mio lavoro e questa esperienza mi ha fornito un contesto modernista da esplorare e mettere in discussione. Lasciava ai suoi assistenti la decisione se saldare o imbullonare l’acciaio, un dettaglio apparentemente tecnico che, per me, è diventato cruciale. Ora insegno part-time in una scuola d’arte e trovo che il dialogo con studenti e colleghi sia altrettanto stimolante.
Cosa ti spinge a riutilizzare elementi di lavori precedenti e quale significato attribuisci a questa pratica?
Mi interrogo costantemente su come esporre gli “interni” delle sculture e rivelarne i meccanismi nascosti. Rielaborare pezzi precedenti è un processo entusiasmante, c’è meno quell’aura di sacralità che si prova iniziando da zero. Un’opera può essere aperta, tagliata e ricostruita in qualcosa di completamente nuovo. Questo approccio riflette il mio interesse per la trasformazione e la scoperta.
