A causa dei suoi errori, per Elly Schlein gli esami non finiscono mai. E ogni volta l’ostacolo è più alto di quello precedente. Mercoledì prossimo a Strasburgo il Parlamento europeo dovrà votare una risoluzione riguardante il Piano RearmEu approvato dal Consiglio europeo straordinario. Che farà la segretaria del Partito democratico? Se non vota la risoluzione si isola nel Partito socialista europeo, se la vota si allontana da Giuseppe Conte e dal pacifismo landiniano. Il voto sarà un atto politico di grande rilevanza, rappresentando di fatto il via libera dell’Europarlamento non tanto al Piano stesso, che non è soggetto a votazione, quanto all’idea politica che lo ispira.
La maggioranza Ursula (Pse, Ppe, Renew, Conservatori) non corre rischi. In queste ore le varie famiglie europee stanno lavorando a un testo comune. Intanto il gruppo dei Socialisti e Democratici ha già la sua bozza, un lungo documento in cui al punto quarantaquattro si afferma che il Parlamento «accoglie con favore l’iniziativa ReArmEU quale primo passo importante».
Nella bozza di risoluzione, il gruppo S&D spiega dettagliatamente perché bisogna aumentare gli aiuti all’Ucraina e sottolinea che «i soli aumenti della spesa nazionale, senza risolvere i problemi di coordinamento, potrebbero peggiorare le cose»: di qui una serie di proposte per centralizzare la spesa e la direzione del Piano. È questa una esigenza manifestata con vigore da Schlein.
Pertanto sarà difficile per lei, se il testo finale ricalcherà queste posizioni, continuare a opporsi al Piano RearmEu, a meno che lei non decida di spostarsi completamente sulle posizioni dell’estrema sinistra e del Movimento 5 stelle (che sono in realtà simili a quelle della Lega): il che significherebbe finire clamorosamente in minoranza nel Pse, oltre, ovviamente, a cristallizzare la spaccatura della delegazione del Pd in modo forse irreversibile.
Difficile prevedere come finirà. I riformisti infatti voteranno a favore. «Per me bisogna votarlo senza alcuna ambiguità», dice Lorenzo Guerini. Marco Tarquinio e Cecilia Strada contro. Nicola Zingaretti, che ha contribuito al testo della risoluzione S&D, non può certo votare contro e così anche centristi come Dario Nardella, Matteo Ricci, Irene Tinagli, Brando Benifei. È possibile, ma sarebbe politicamente clamoroso, che gli esponenti più vicini a Schlein si asterranno (Camilla Laureti, Sandro Ruotolo, Annalisa Corrado). Si vedrà.
Certo non si sfugge alla sensazione che la segretaria si sia infilata in un vicolo cieco da cui è difficile uscire. È partita subito con toni definitivi contro il Piano che hanno suscitato molte contrarietà nel suo partito, via via cresciute dopo che il Pse ha preso una posizione favorevole e constatando che il più di sinistra di tutti, Pedro Sanchez, non abbia minimamente dato ascolto a Elly: «Noi europei ci troviamo intrappolati tra due potenze militari che cercano di spartirsi l’Ucraina ignorando l’Ue. Ecco perché l’Europa ha bisogno di rafforzare la propria autonomia strategica nella diplomazia e nella difesa». Parole chiarissime. È questo l’orientamento del Pse, non quello del gruppo dirigente del Pd, da Schlein ad Andrea Orlando a Peppe Provenzano, che è poi l’orientamento di Goffredo Bettini per tacere di Massimo D’Alema (Pier Luigi Bersani è stato più silenzioso), il tutto essendo molto vicino alle posizioni di Maurizio Landini e Giuseppe Conte.
A tutti questi, forse, sfugge non solo la serietà del pericolo che può venire dagli imperialisti del Cremlino ma anche un dato più di fondo, e cioè che l’idea della difesa comune europea non nasce oggi. Lo ha ricordato Piero Fassino, su HuffPost, ponendo inoltre il problema politico di fondo: «Le incertezze che si sono manifestate nella maggioranza di governo e tra le opposizioni rischiano di rappresentare l’Italia come un paese su cui non poter contare, con l’evidente conseguenza di una marginalità e una subalternità a decisioni altrui. Un rischio che va contrastato in ogni modo e il Pd – che ha nei suoi fondamenti identitari il federalismo europeo – deve sentire la responsabilità di tenere alta la bandiera di un’Europa unita e forte».
Ecco, lo slabbramento di maggioranza e opposizione di fronte alla scelta più impegnativa degli ultimi decenni sta preoccupando moltissimo Sergio Mattarella che in Giappone è stato molto chiaro: «La difesa europea è uno sviluppo naturale dell’integrazione europea che è andata avanti in questi decenni». Elly Schlein, la leader del Pd che non ha grandi frequentazioni con il Quirinale, deve tenere conto anche di questo. Soprattutto di questo.