Tra le colpe che possono addebitarsi alla segretaria del Partito democratico, Elly Schlein, c’è anche quella di avere ieri coperto a Strasburgo, con le divisioni, mediazioni e convulsioni della pattuglia parlamentare democratica, lo spettacolo, ancora più desolante e umiliante per l’Italia, del voto in ordine sparso dei partiti della maggioranza sul ReArm Europe, a cui in teoria il governo Meloni ha prestato il suo consenso nell’ultimo Consiglio europeo, pronta in pratica a revocarlo appena si aprirà una finestra di opportunità più propizia.
Nella impietosa fotografia del bipopulismo italiano scattata ieri all’Europarlamento l’immagine di una opposizione impaludata nella ruffianeria euro-pacifista appare più grottesca di quella di una maggioranza al di sotto del minimo sindacale dell’onestà e della decenza. Purtroppo, a questa immagine corrisponde una realtà diversa, non perché il campo largo sia meglio di come sembra, ma perché la destra italiana è complessivamente molto peggio di come appare e di come, con un certo mestiere, Giorgia Meloni riesce ancora a rappresentarla, sempre sul filo dell’equivoco e della contraddizione.
Ci sarà il momento – arriverà prestissimo – in cui bisognerà decidere e allora la destra italiana non avrà né i numeri, né la cultura, né il coraggio per decidere di stare dalla parte giusta della storia, per rottamare tutta la paccottiglia sovranista e anti-europea del suo fruttuosissimo merchandising politico-elettorale e per fuoriuscire da sé stessa e dalle sue paranoie e claustrofilie nazionaliste.
Tutto questo rende perciò ancora più colpevole e anti-patriottica la micragnosità elettoralistica della segretaria del Pd, che, nell’ora più grave e tragica della storia europea, non si fa scrupolo di spaccare il fronte progressista della maggioranza Ursula per non incrinare l’unità di cartapesta della coalizione giallo-rossa e per non inimicarsi il descamisado con la pochette.
Il sigillo di questo opportunismo cinico, mediocre e gregario è rappresentato dall’eloquentissimo silenzio di Elly Schlein sull’aggressione subita dall’eurodeputata dem Pina Picierno da parte di Vladimir Solovyev, per avere fatto saltare con le sue proteste un comodo spazio di propaganda apparecchiatogli su Rai Tre da Massimo Giletti. Non un’intervista, non un comunicato, non un post sui social che dicesse: «Pina, sono con te».
C’è più identità morale, più autobiografia intellettuale e più filosofia della storia e della politica nella scelta di tacere la solidarietà alla «miserabile bestia pietosa e vergogna della razza umana» finita nelle grinfie (fortunatamente solo verbali) dello sgherro del Cremlino, che in tutte le chiacchiere peace and love e in tutte le retoriche femministe che la segretaria del PD dispensa copiosamente al ceto medio riflessivo dell’eterno girotondismo italiano.
C’è più Elly Schlein in quel silenzio che in tutto il declamatissimo sdegno che la segretaria del PD ha riservato, riserva e continuerà a riservare a ogni breccola di patriarcato che ingombri le levigatissime superfici del discorso pubblico progressista.
C’è più sincerità nella scelta di non mischiarsi con quella guastafeste di Picierno, per non dare l’idea di pensarla come lei, anzi per non dare l’idea di volere difendere il sacrosanto diritto di pensarla come lei, che in tutti le ragioni che la segretaria del Pd celebra per rinsaldare l’union sacrée anti-bellicista e in tutti gli alibi che invoca per schierare il partito in un altrove immaginario, a immagine e somiglianza delle sue idiosincrasie e della sua malafede.
La ragione per cui Schlein ha pensato di non dovere e non potere difendere Picierno è la stessa per cui ritiene che al Pd non convenga schierarsi con chi vuole armare l’Europa e l’Ucraina, per difenderla dai suoi comuni nemici.