Diamo i numeriQualcuno salvi gli stagisti italiani

I tirocinanti in Italia sono ancora tanti, non solo giovani, e in pochissimi riescono a ottenere un lavoro nella stessa azienda. Ma non sappiamo ancora quanti sono, scrive Lidia Baratta nella newsletter “Forzalavoro”. Arriva ogni lunedì, più o meno all’ora di pranzo

Alessandro Tiberi, Seppia, lo stagista della serie “Boris”

Se sulla piattaforma Indeed si cerca la parola “stage”, solo a Milano vengono fuori più di mille annunci. Si cercano stagisti dalla logistica al marketing, dagli studi legali ai negozi del centro. Stessa cosa su LinkedIn. Giornali, banche, grandi marchi del lusso: tutti vogliono un tirocinante.

Alcune aziende ne chiedono anche più di uno, con «urgenza». In alcuni casi, viene offerta una retribuz ione minima, tra i 600 e i mille euro di rimborso. In altri casi, tra i «benefit» vengono indicati buoni pasto o lavoro da remoto, ma nessuna indennità. Ma nella maggior parte degli annunci, non si parla di denaro. Anzi, nel titolo si specifica spesso che si cercano persone per “stage curriculari”, quelli da fare durante un percorso di studio che, al contrario degli extracurriculari, non prevedono un rimborso spese minimo. Eppure, viene richiesto quasi sempre un impegno «a tempo pieno».

Il tema degli stage sembra essere uscito dal dibattito pubblico. Eppure i tirocinanti in Italia sono ancora tanti, non solo giovani, e in pochissimi riescono a ottenere un lavoro nella stessa azienda dopo lo stage. Facendo sorgere più di un dubbio che in molti casi i tirocini non siano solo un passaggio formativo come primo step per entrare nel mondo del lavoro, ma che ancora vengano usati per coprire buchi negli organici aziendali e risparmiare sui costi.

 

Diamo i numeri
Il primo problema, però, è che in Italia non sappiamo davvero quanti siano gli stagisti, tra curricolari ed extracurricolari.

O meglio, per quanto riguarda i numeri dei tirocini extracurriculari – che prevedono un rimborso spese che varia da regione a regione – la situazione sembra abbastanza chiara. Il ministero del Lavoro pubblica annualmente il “rapporto sulle comunicazioni obbligatorie”, da cui viene fuori che nel 2023 sono stati attivati poco meno di 284mila tirocini. Di questi, solo la metà ha coinvolto giovani under 25, ma molti diventano stagisti anche in età adulta per reinserirsi sul mercato. Non si dice però quanti abbiano trovato un lavoro dopo. Per farlo, si deve andare sull’ultimo rapporto dell’Anpal, che però ha i dati aggiornati al 2022, secondo cui mediamente il tasso di conferma in azienda è del 31 per cento. Solo il 13 per cento ottiene un contratto a tempo indeterminato.

Sui tirocini curriculari, quelli gratuiti, le cose sono più complicate. Come ha fatto notare l’economista Francesco Armillei, mancano dati precisi. L’unica fonte che li recensisce è il Rapporto biennale dell’Anvur, che registra però solo quelli svolti dagli studenti universitari. In più i dati vengono pubblicati in ritardo, tanto che quelli più aggiornati risalgono a dieci anni fa, con un totale di 301.319 tirocini attivati. Secondo una stima approssimativa della Repubblica degli Stagisti, ogni anno ci sarebbero circa 400mila stage curriculari. Ma si tratta di una stima, appunto.

Su Lavoce.info, Armillei ha provato ad analizzare i microdati dell’indagine sulle forze di lavoro dell’Istat, che contiene una domanda sullo svolgimento di uno stage non retribuito. La domanda viene posta a tutti quelli che non risultano occupati e che hanno meno di 40 anni. Dall’analisi, viene fuori che i tirocini non pagati in media ogni anno sarebbero circa 666mila. Un bel po’, insomma. E tutto a costo zero per le aziende.

 

Ce lo chiede l’Europa
A giugno 2023, il Parlamento europeo aveva approvato una risoluzione per cancellare gli stage senza rimborso spese. Poi, un anno fa la Commissione europea si era impegnata a presentare una direttiva sul tema. Si parlava di stabilire la durata massima, compensi minimi obbligatori anche per gli stage curricolari e l’accesso alla protezione sociale. Ma la bozza arrivò a tre mesi dalle elezioni europee e non se ne fece più nulla.

Ora il percorso legislativo è ripreso. Il problema però è se la regolamentazione potrà riguardare tutti gli stagisti, curriculari ed extra. Come spiega a La Repubblica degli Stagisti l’eurodeputato italiano Nicola Zingaretti, nominato “rapporteur” per la direttiva, l’ipotesi di includere anche i curricolari al momento «sembra essere un po’ un macigno rispetto alla possibilità di andare avanti, per via della rigidità di alcuni gruppi politici».

Lo scoglio principale per imporre ai 27 Stati membri di vietare gli stage gratuiti, comunque, resta da sempre l’articolo 153 dei Trattati sul funzionamento dell’Ue, perché la retribuzione è un tema di competenza esclusiva degli Stati membri. In ogni caso, ci vorrà del tempo. Il Parlamento dovrebbe votare la nuova bozza entro luglio, poi la direttiva andrebbe al trilogo. A quel punto la palla passerà agli Stati membri, che entro due anni dovrebbero recepirla. Insomma, se va bene, ci vorrà almeno l’estate del 2027. Ma il percorso sembra tutto in salita.

 

Italia, batti un colpo
Intanto, però, sul fronte italiano qualcosa potrebbe anche muoversi subito, almeno per capire quanti sono i tirocini non retribuiti e come vengono usati dalle aziende. Francesco Armillei rilancia la proposta di ripristinare la comunicazione obbligatoria al ministero del Lavoro, così come si fa per gli extracurriculari. Cosa che negli anni hanno chiesto diverse iniziative legislative di varie forze politiche d’opposizione, dal Pd ai Cinque Stelle. L’ultima a farlo è Italia Viva con la campagna “BAstage” che chiede, tra le varie cose, l’abolizione dei tirocini extracurriculari e una durata massima di sei mesi più un’indennità minima di 350 euro al mese per i curriculari.

Sapere quanti sono gli stage curriculari garantirebbe non solo maggiore trasparenza, ma permetterebbe di fare un’analisi dettagliata delle aziende ospitanti e, aspetto ancora più importante, degli esiti occupazionali alla conclusione del tirocinio. Se davvero l’obiettivo dello stage curricolare è quello di aumentare l’esperienza degli studenti e magari anche fare ingresso nel mondo del lavoro, i dati che abbiamo ora non ci dicono nulla di tutto questo.

Si tratterebbe di una riforma a costo zero che sarebbe di grande aiuto per migliorare il percorso che porta dal mondo dell’istruzione a quello del lavoro. Cosa che, d’altronde, la ministra Marina Calderone non fa altro che ripetere.

 

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