
Ma voi lo sapete quanto guadagnano i vostri colleghi?
E i vostri capi?
E parlate mai in ufficio delle vostre buste paga?
Entro giugno 2026, l’Italia dovrà recepire la direttiva europea sulla trasparenza salariale, che dà diritto ai dipendenti di un’impresa di confrontare il proprio stipendio con quello degli altri colleghi che fanno un lavoro di pari livello. Uno strumento per garantire equità ed evitare discriminazioni. Ma che permette anche a un candidato di sapere quanto potrebbe guadagnare quando legge un annuncio e va a fare un colloquio, giocando così a carte scoperte.
In Italia la direttiva Ue ha fatto un certo scalpore, visto che parlare dei redditi personali resta ancora un tabù. Lo stipendio rientra nella sfera delle cose più intime. Alimentando però grossi dislivelli nelle aziende, a scapito di chi ha meno potere negoziale, oltre che enormi differenze tra uomini e donne nelle retribuzioni.
Spessissimo, si va a fare un colloquio senza sapere qual è lo stipendio in palio. La domanda su quale sarà la retribuzione magari viene posta dal candidato con un certo imbarazzo dopo lunghe discussioni inutili su «dove ti vedi nei prossimi cinque anni». Con il datore di lavoro o il recruiter di turno che non sempre la prende così bene.
Secondo l’ultimo censimento di Indeed, l’Italia è agli ultimi posti in Europa per tasso di pubblicizzazione dei salari negli annunci di lavoro. Nel 2024, eravamo al 19,3 per cento, contro il 69,7 per cento del Regno Unito, il 50,7 per cento della Francia e il 45,3 per cento dei Paesi Bassi. Peggio di noi fa solo la Germania con il 15,8 per cento.
Negli ultimi anni ci sono stati dei miglioramenti. Ma ancora meno di un annuncio su cinque parla di numeri e buste paga. E la cosa strana è che esiste una correlazione inversa tra la chiarezza degli annunci e il salario: più il lavoro è ben pagato, più si tende a tenere nascosto lo stipendio. Meno del dieci per cento degli annunci in ingegneria industriale, sviluppo software, information design e ricerca, gestione di progetti e legge indica lo stipendio previsto per il posto di lavoro.
Ora la questione sta diventando sempre più centrale non solo perché «ce lo chiede l’Europa». Ma anche perché, come spiegano da Indeed, con il costo della vita che cresce e i bassi stipendi italiani, soprattutto tra i più giovani inizia a essere più comune confrontarsi tra colleghi sugli stipendi.
Il problema però è che le aziende italiane, nonostante la carenza di personale, rimangono restie a rivelare le buste paga. Da un’indagine svolta da Indeed su oltre cinquecento datori di lavoro, solo il 43 per cento dichiara di adottare una politica di trasparenza sulle retribuzioni.
Quanti saprebbero dire quanto guadagna il collega alla scrivania accanto o il capo nell’ufficio vicino? Pochi.
È vero che in Italia esistono i contratti collettivi nazionali, che hanno i minimi tabellari di riferimento. Ma non tutti li conoscono. E soprattutto non tutte le aziende li applicano. Anzi. Secondo l’economista dell’Ocse Andrea Garnero, circa il dieci per cento dei lavoratori dipendenti riceverebbe una retribuzione inferiore del venti per cento rispetto al minimo tabellare del contratto collettivo di riferimento. Per non parlare del sotto-inquadramento, ovvero avere contratti con inquadramenti e salari inferiori rispetto alle mansioni che realmente si svolgono.
Ma con la carenza di manodopera lamentata da tante imprese, essere trasparenti in realtà ora potrebbe aiutare. Non è un caso che in Italia il settore in cui si registra la maggiore trasparenza salariale è quello del turismo e hospitality, tra quelli con la più alta mancanza di personale.
Il 71 per cento di chi cerca lavoro dice infatti che sarebbe più propenso a candidarsi per un’azienda trasparente sulle buste paga rispetto a una che non lo è. E questo desiderio di trasparenza riguarda anche chi ha già un lavoro. Il 60 per cento preferirebbe che ci fosse trasparenza rispetto agli stipendi anche da parte del datore di lavoro. Circa la metà (48 per cento) ha già condiviso o sarebbe disposto a condividere informazioni sul proprio stipendio con i colleghi, percentuale che sale al 53 per cento tra i lavoratori con meno di 35 anni.
La direttiva europea potrebbe essere quindi una novità dirompente per l’Italia. Attenzione, però. Non c’è nessun obbligo per il datore di lavoro di comunicare l’ammontare delle retribuzioni dei dipendenti, ma soltanto di comunicare l’ammontare medio delle retribuzioni delle persone che svolgono mansioni comparabili. E in più la direttiva prevede anche la possibilità di limitare l’accesso a queste informazioni ai soli rappresentanti sindacali, ispettori del lavoro e organismi preposti alla promozione della parità di genere.
Dice Gianluca Bonacchi, Senior Talent Strategy Advisor di Indeed: «Non pubblicare i salari negli annunci o non rivelarli nelle prime fasi dei colloqui spesso allunga solo i processi e fa perdere in efficienza. La mancanza di trasparenza, inoltre, altera il clima aziendale e il rapporto di fiducia tra datore di lavoro e dipendente, pregiudicando la possibilità di trattenere i talenti. Se ritengo di essere sottopagato, cercherò altrove. In un contesto di
normative Ue sulla trasparenza retributiva in arrivo, un approccio proattivo diventa fondamentale. Le aziende che iniziano ad adeguarsi fin da ora otterranno un vantaggio competitivo e una transizione più agevole quando le normative entreranno in vigore a giugno del prossimo anno».
Non serve la sfera di cristallo per immaginare però che in Italia si aspetterà proprio l’ultimo secondo per adeguarsi. Eppure diversi studi dimostrano che conoscere gli stipendi applicati in un’azienda non solo riduce il gap retributivo di genere, ma motiva anche le persone pagate di più a lavorare meglio e quelle pagate di meno a rompere il tabù dell’imbarazzo e a chiedere un aumento.
La trasparenza salariale servirà anche a far crescere gli stipendi in Italia? Vedremo.
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