C’è un video molto divertente del canale Kick It Forward che fa la parodia di quel che accade ogni giorno su LinkedIn. Si chiama “Se LinkedIn fosse la vita reale” e immagina una conversazione tra amici riuniti attorno a un tavolo per bere una birra, usando però l’iperbolico linguaggio linkediniano fatto di grandi annunci di cambi di carriera, nuove posizioni lavorative raggiunte, congratulazioni reciproche e applausi.
«I’m excited to announce I’ve finished my beer!», dice uno. Gli amici applaudono sorridenti. «Congratulations!», «Thumbs up», «Keep up the good work». E così via.
Il video fa molto ridere. Ma il risultato, ovviamente, è grottesco. E mostra quanto non solo il linguaggio, ma anche la rappresentazione del nostro lavoro e delle nostre carriere – su un social come LinkedIn, ma non solo – sia molto lontana dalla realtà e dalla routine quotidiana.
Poi, qualche giorno fa, sul feed di LinkedIn è apparso questo post:
«Dear all, I’m happy to share that I’m unemployed! 
Il linguaggio, la grafica e l’emoji sono gli stessi degli annunci delle nuove posizioni lavorative di cui siamo soliti leggere sulla piattaforma. Stavolta, però, l’annuncio era quello di un licenziamento. L’azienda aveva bisogno di tagliare i costi e due designer erano troppi. Una delle due è stata licenziata.
Nella bolla di LinkedIn, tra promozioni e cambi di lavoro che spesso ci fanno sentire sfigati, inadeguati e indietro su tutto, c’è chi ha deciso di raccontare un evento spiacevole come un licenziamento. Un’esperienza comune a molti. Che però di solito non si comunica, anzi.
Le dimissioni per concedersi un anno sabbatico, per cambiare vita e aprirsi un’azienda agricola o un chiringuito, quelle si annunciano sui social e si raccontano pure nelle interviste ai giornali. Il licenziamento, soprattutto in Italia, si nasconde: per convenzione sociale, per vergogna, perché abbiamo un’altra percezione del fallimento e perché sappiamo che trovare un nuovo lavoro da noi è più difficile che altrove.
Anzi, nella vetrina perfetta dei social c’è chi sconsiglia addirittura di usare il banner «Open to work» messo a disposizione da LinkedIn per mostrare ai potenziali recruiter di essere alla ricerca di un lavoro. Il ragionamento è: sembrate disperati, sfigati, meglio evitarlo.
Non che sia piacevole essere disoccupati, subire un licenziamento inaspettato e neanche licenziare, intendiamoci. Nel 2023, tra mancati rinnovi di contratti, licenziamenti disciplinari ed economici, si contavano in Italia oltre 5.300 cessazioni di lavoro.
Periodi di disoccupazione, licenziamenti, crisi aziendali, demansionamenti, riduzione di stipendi, cambi di programma improvvisi, rinunce, fallimenti fanno parte del percorso lavorativo. E un post che rende noto un licenziamento, facendo sapere di essere alla ricerca di una nuova occupazione, non dovrebbe forse essere un evento raro.
La persona licenziata ha spiegato che è la prima volta che le capita e che non sa come affrontare l’accaduto. Nei commenti, c’è chi ha apprezzato il «coraggio» per aver condiviso la sua esperienza, chi ha raccontato di essersi trovato in una situazione simile e chi le ha detto che in fondo si tratta solo di una «transizione».
In un post successivo, la stessa persona ha raccontato poi le reazioni di amici e familiari quando ha comunicato «Sono stata licenziata». Facendo anche un’utile classificazione delle reazioni, che raccontano molto del mondo del lavoro italiano (sicuramente molto più di tanti libri, convegni e dichiarazioni politiche a base di retention e soft skill).
C’è chi ha mostrato «angoscia», dice. Quella di chi «deve contare solo sulle proprie forze per andare avanti» o di «chi è arrivato da lontano e si sta mettendo in gioco in questo Paese». Per loro, «la perdita del lavoro rappresenta il calcio che li spingerebbe di nuovo nel baratro da cui sono faticosamente usciti».
Chi ha mostrato «rabbia». «Contro i capi, il sistema, il governoladro o divinità esotiche di ogni tipo. Contro un Paese che non funziona più e non premia il merito». Con tanto di sfoghi, perché «non c’è nessuno che non si sia sentito vittima di ingiustizie o umiliazioni sul lavoro».
Chi ha mostrato «empatia» e «solidarietà» nel dover affrontare una situazione incerta. Ma c’è anche chi ha comunicato un certo «desiderio» di trovarsi nella condizione di licenziato, consigliando di riposarsi, divertirsi, esplorare nuove strade o di prenderla come un’opportunità. Mostrando persino l’«invidia» di chi sogna di mollare un lavoro che spesso non ci piace, non ci fa stare bene o ci porta via troppo tempo. «Questa è la cosa che mi lascia più stranita, perché fondamentalmente a me il mio lavoro piaceva», racconta.
La cosa interessante è che, dopo questo post, anche il datore di lavoro, quello che ha deciso il licenziamento, ha fatto il suo “coming out”.
«L’azienda che sta tagliando i costi è la mia, e io me ne vergogno», si legge, «ma [nome dell’interessata] mi ha dato una lezione di coraggio e voglio seguirla».
Il datore di lavoro che licenzia e la persona licenziata, dice l’imprenditrice, sono «alle sponde opposte di un fallimento. Io, che ho fondato qualcosa che non ho saputo far crescere. Lei, che ci ha creduto e che adesso è senza lavoro». E ancora, spiega, «delle startup si racconta quando ce la fanno e quando falliscono, nessuno parla mai di quando si ridimensionano. Perché è un processo doloroso, faticosissimo, in cui ogni giorno tu, che hai sognato tanto, puoi solo vivere una realtà che non hai scelto. E continuare, ogni giorno, a ridurre le dimensioni di tutto, a pensare al ribasso».
Accade, anche e soprattutto, questo nel mondo del lavoro. Raccontiamo spesso di licenziamenti collettivi, di grandi aziende che tagliano e vogliono tagliare, di sindacati che protestano e di scioperi a oltranza. Ma nelle tante piccole imprese, succede ogni giorno che qualcuno licenzi e perda il lavoro senza che nessuno lo racconti.
Qualche tempo fa, Silvia Zanella – una che il lavoro lo studia, lo analizza, scrive libri – ha fatto notare (sempre su LinkedIn) che l’articolo più letto del suo blog era quello in cui racconta di quando ha rinunciato a fare la giornalista.
Nella narrazione del «never give up», vince invece un post che si intitola: «Crederci sempre, arrendersi quando è meglio».
… Fare la giornalista era il mio sogno di bambina. E lo è stato ancora per molti anni, tanto che poi sono diventata anche professionista (dopo una meritata bocciatura all’esame scritto).
Non sono riuscita a farne un lavoro a tempo pieno, i tempi non erano dei migliori e non avevo il talento e la determinazione necessari.
Ma ho continuato a collaborare per tante testate, e soprattutto ho continuato a scrivere, sui social, sul blog, fino ad arrivare ai libri.
Vorrei dare un abbraccio alla me del 1998, per averci provato ma soprattutto per aver capito quando era più opportuno dirottare le energie verso altri lidi.
Crederci sempre, arrendersi quando è meglio.
«Penso sempre che i contenuti debbano essere “alti”, di qualità, possibilmente supportati da studi o letture di livello», commenta Zanella. «Quando magari a volte abbiamo solo voglia di riconoscerci negli storie degli altri che leggiamo, nelle loro piccole disavventure, provare empatia o tenerezza, dirci che non siamo solo noi».
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