
Sul perché in Italia, e solo in Italia, gli stipendi siano fermi da trent’anni non esiste una spiegazione facile. Forse per questo nessuno, dalla politica ai sindacati, se ne sta davvero occupando. Una rimozione del problema, gestita a suon di slogan, bonus e tagli del cuneo fiscale, che poco hanno fatto finora. Eppure la questione salariale è «la» questione italiana. Che si lega tanto ai vizi e ai ritardi dell’Italia quanto alla sua mancata crescita. Un problema che riguarda sì le fasce più povere, ma anche quelle medio alte.
L’economista dell’Ocse Andrea Garnero e il giornalista Roberto Mania hanno scritto per Egea “La questione salariale”, un libro in forma di dialogo che è un viaggio immersivo per chi vuole capirci qualcosa in più, andando oltre gli slogan politici di destra e sinistra. Tra economia e politica, scelte disastrose e occasioni perse, leggendo il libro viene fuori che ragionare intorno alla questione salariale in fondo vuol dire riflettere sull’Italia e i suoi mali irrisolti.
Basta guardare una qualsiasi busta paga. La scala mobile è finita da trent’anni, ma rimane ancora tra le voci dei cedolini degli italiani, molti dei quali non erano nemmeno nati quando venne abolita. Nelle tabelline dense di numeri che molti ricevono ogni mese, si sovrappongono voci sconosciute che raccontano la storia delle relazioni industriali, ma che non aiutano per nulla a capire davvero come si arriva a quella cifra in basso a destra. Che, nella maggior parte dei casi, è troppo piccola.
I dati che tutti citano sono quelli ormai tristemente famosi dell’Ocse, secondo cui i redditi dei lavoratori italiani – a parità di potere d’acquisto – dal 1991 al 2023 sono scesi del 3,4 per cento, contro un aumento del trenta per cento e più degli altri Paesi. Ma già qui le cose sono più complesse di quello che sembrano. Perché questo indicatore non misura i salari in sé per sé. Nella media, rientrano pure i redditi di chi lavora part-time e di chi ha un contratto precario.
Una media che riflette tutta la composizione del mercato del lavoro. I numeri dell’Ocse, quindi, non dicono che la singola ora lavorata oggi è pagata meno di quanto fosse nel 1991. Il valore della singola ora negli ultimi trent’anni è aumentato in Italia, anche se meno che altrove. Quella che è cambiata è invece la struttura del mercato del lavoro, in peggio ovviamente. Dagli anni Novanta in poi sono entrati nel mercato nuovi occupati con forme contrattuali diverse dal classico contratto a tempo indeterminato. Sono entrate più donne pagate meno degli uomini e persone con contratti part-time o temporanei con poche ore a settimana. È aumentata la percentuale di lavoratori stranieri, con condizioni al ribasso. E si è impennata l’esternalizzazione dei servizi. Questi cambiamenti nella struttura del mercato del lavoro, insieme a una crescita salariale debole, spiegano perché l’indicatore Ocse in media è sceso.
Senza dimenticare che le medie italiane hanno dietro andamenti diversi per settori e territori. Quando si parla di salari stagnanti in Italia, si tratta soprattutto dei salari dei servizi, incluso il pubblico impiego, che rappresenta però circa il settanta per cento dei lavoratori dipendenti. Negli ultimi diciannove anni, nell’industria il salario è aumentato del quarantanove per cento, nei servizi del trentatré per cento, nella pubblica amministrazione e nella sanità solo del ventotto per cento. E come molte delle classifiche italiane, anche quella salariale vede il Mezzogiorno che arranca tra gli stipendi più bassi, mentre al Nord le medie si alzano.
Ma la questione dei bassi stipendi non è solo una questione meridionale. Riguarda l’intero Paese e la storia italiana. E pure il modo in cui percepiamo il lavoro. Difficile dire che oggi in Italia è attraverso il lavoro che si scalano i gradini della scala sociale. La mobilità sociale legata al lavoro è limitata. Ed è difficile pensare di fare il salto di vita solo grazie ai proventi del proprio lavoro, tanto più se dipendente.
Anche perché, mentre gli stipendi delle figure poco qualificate sono simili, almeno sulla carta, a quelli di Paesi vicini come la Francia, il fossato più profondo esiste soprattutto nelle posizioni più qualificate. In Italia esistono poche posizioni dirigenziali e sono pagate meno che altrove. Nel 2021, solo il nove per cento dei dipendenti superava i quarantamila euro lordi annui.
Come spiega bene il libro, questa è quindi una storia che riguarda tutti. E che parte dall’inizio degli anni Novanta. Nel 1993, archiviata la scala mobile, si passa al «protocollo Ciampi», sposando l’idea che la politica dei redditi si costruisca attraverso le relazioni industriali con i contratti collettivi negoziati su due livelli, nazionali e aziendali o territoriali. Ma da subito emergono i primi limiti. Tant’è che già la commissione Giugni trent’anni fa aveva avvertito del rischio della diffusione dei cosiddetti «contratti pirata», quelli sottoscritti da sindacati e organizzazioni datoriali poco o per nulla rappresentativi, con il solo scopo di ridurre salari e diritti. Avevano ragione. È esattamente quello che è successo: i contratti collettivi, soprattutto in alcuni settori, si sono moltiplicati e contemporaneamente indeboliti, alimentando lo «shopping contrattuale», ovvero l’arte scegliere quello che conviene di più tra i mille contratti depositati al Cnel.
Da lì in poi i redditi dei lavoratori italiani cominciano a non crescere più. E la stagnazione salariale, come spiegano Garnero e Mania, si muoverà da qui in poi parallelamente al blocco della dinamica del Pil e della produttività. Se si alza lo sguardo dalle buste paga ai processi macroeconomici italiani, ci si accorge che tutto si autoalimenta. Mentre in quegli anni nel mondo esplodevano la globalizzazione e la rivoluzione informatica, l’Italia comincia a vivacchiare. Qualcuno direbbe che è colpa del neoliberismo, di Reagan, di Clinton o della terza via di Blair. Eppure tutti i Paesi Ocse hanno vissuto quel periodo di deregolamentazione dei mercati, ma solo in Italia abbiamo assistito a una stagnazione dei salari di questo tipo.
Nel 1995, il livello di produttività oraria del lavoro italiano aveva superato persino quello degli Stati Uniti. Poi a metà anni Novanta, l’Europa comincia a decelerare rispetto agli Stati Uniti, e l’Italia, a sua volta, si distacca, e di molto, dal resto dell’Europa. È il decennio della fine delle grandi imprese pubbliche. Ed esplode la rivoluzione informatica. Quello che l’Italia non comprende, tranne qualche eccezione, è che non basta attaccare un pc alla presa elettrica per digitalizzarsi. Per aumentare la produttività, servivano investimenti, ricerca, formazione, nuove competenze manageriali e una pubblica amministrazione all’altezza. L’assenza di questo pacchetto di politiche spiega il blocco italiano. La produttività va in blocco e così anche il Pil. Difficile che accadesse qualcosa sul fronte dei salari.
A eccezione di alcune grandi e medie industrie che ancora oggi ci permettono di essere la seconda manifattura d’Europa, viene alimentata la narrativa diffusa che ci ha portato a credere che si potesse vivere di turismo o edilizia – due settori che non eccellono in termini di salari e condizioni di lavoro – o del consolatorio slogan «piccolo è bello». Invece di investire sulle produzioni a più alto valore aggiunto, l’Italia ha difeso produzioni spesso senza futuro, spesso adagiandosi sulla cassa integrazione. E per reggersi in piedi, gran parte delle imprese italiane ha scelto così di competere con i produttori cinesi o di altri Paesi emergenti comprimendo i costi. Il lavoro è stato svalutato, trasformandolo in lavoro mal pagato e sfruttando la nuova flessibilità in un equilibrismo tra contrattini e salari bassi. Il lavoro si è spezzettato, definendo i contorni della nostra debole economia.
E gli stessi contratti nazionali non hanno retto alla spinta al ribasso. Le buste paga non sempre riflettono le cifre stabilite nei contratti collettivi. Senza dimenticare il vizio del sotto-inquadramento, quello di pagare a un livello inferiore rispetto alle mansioni che si svolgono. Oppure di «rosicchiare» l’orario di lavoro: far fare 20-30 minuti di straordinario non pagato ogni giorno, oppure non pagare domeniche e festivi.
Il tutto nascondendosi anche dietro il fardello del carico fiscale, che pende ancora dalla parte del lavoro dipendente e molto meno dalla parte del lavoro autonomo e delle piccole e microimprese individuali. Il famoso cuneo fiscale, pari al 45 per cento, viene indicato come la causa di tutti i mali. L’Italia è sì al quinto posto tra i paesi dell’Ocse per costo del lavoro, ma prima di noi ci sono Belgio, Germania, Austria e Francia. Economie nelle quali le cose però non vanno così male. Anzi, molti dei famosi cervelli in fuga dall’Italia si spostano proprio in questi Paesi perché, tra gli altri motivi, i salari sono superiori ai nostri.
Nei Paesi che hanno un cuneo pari o più elevato di quello italiano, il lavoro è sì molto tassato ma in cambio di servizi diffusi e di qualità. In Italia, ci si indigna a vedere ogni mese la differenza tra lordo e netto degli stipendi anche perché la sensazione è che si paghino molte tasse senza servizi adeguati in cambio. Soprattutto se a pagarle sono in pochi. I tre quarti delle entrate Irpef arrivano da appena un quarto dei contribuenti, quelli che dichiarano più di 29mila euro, non proprio dei «Paperoni». Che sono per lo più lavoratori dipendenti. Mentre con gli sconti sul lavoro autonomo decisi dal governo Renzi fino al governo Meloni, tutte le norme introdotte hanno reso molto più conveniente lavorare come partita Iva.
La risposta della politica alla questione salariale degli ultimi dieci anni si è limitata a misure indirette, dalla decontribuzione agli sgravi fiscali fino ai vari tagli del cuneo fiscale. Tutte misure che gravano sulle risorse pubbliche, con buchi nel bilancio che devono essere ripianati poi da chi paga le tasse. Queste stesse misure negli ultimi anni sono state chieste a gran voce sia dal mondo sindacale sia da quello imprenditoriale. «Quasi affidando ad altri (alla politica) un compito che non riuscivano a portare a termine o, banalmente, a svolgere», fanno notare Garnero e Mania.
È lecito a questo punto – si legge nel libro – chiedere un tagliando alla delega che è stata data a sindacati e organizzazioni datoriali. Garnero e Mania raccontano come nel passaggio dalla prima alla seconda Repubblica Cgil, Cisl e Uil siano diventati soprattutto soggetti politici. Mentre sono le categorie quelle che svolgono la vera attività sindacale rinnovando contratti, spesso in ritardo, e provando a difendere il salario reale. In competizione con sigle e siglette che firmano contratti al ribasso, o che si fanno direttamente un contratto a parte, con l’intenzione di pagare meno di quanto previsto dal contratto collettivo.
Parallelamente, anche la rappresentanza datoriale ha subito diversi scossoni. Il caso più noto è quello di Fiat, uscita da Confindustria nel 2009 per firmare un accordo aziendale a sé stante. Ma altre imprese importanti come Luxottica hanno fatto scelte simili. E anche nelle associazioni di categoria si è realizzata la stessa frammentazione vissuta dai sindacati. Federdistribuzione nel 2015 ha firmato un contratto al ribasso rispetto a quello di Confcommercio. Mentre al tavolo per il rinnovo del contratto della logistica l’ultima volta c’erano 24 diverse associazioni datoriali.
L’idea che le relazioni industriali possano guidare la dinamica salariale italiana, da sola, non regge più. Così è (ri)emersa di recente la discussione sul salario minimo, alla quale in passato i sindacati si erano sempre opposti, cambiando solo di recente (non tutti) posizione. Anche se in realtà, ricorda il libro, nel 1954 il leader della Cgil Giuseppe Di Vittorio era stato uno dei firmatari, insieme a Vittorio Foa e Teresa Noce, di una proposta di legge per introdurre un salario minimo legale.
Ma la verità è che tra i sindacati la questione salariale fino a poco tempo fa non ha avuto grande attenzione. Sono stati convocati scioperi generali e piazze per l’articolo 18, contro la flessibilità del lavoro, la precarietà, le riforme del lavoro. E ancora oggi, nel 2025, la Cgil si è fatta promotrice di un referendum contro il Jobs Act, una riforma del lavoro che risale a dieci anni fa.
Intanto, la disputa sul salario minimo è finita in opposte tifoserie, con divisioni tra i partiti e tra i sindacati stessi. E per ora, quindi, si è deciso di non farne niente. Con il risultato però che nuovi attori, come la magistratura, stanno provando a riempire (come già accade su molti altri temi) i vuoti nella politica salariale che la contrattazione «storica» non riesce più a riempire. Dopo alcune recenti decisioni delle corti, confermate in Cassazione, è emersa la logica di non considerare più automaticamente il valore dei contratti collettivi ma di affiancare il ruolo del giudice nell’accertare la retribuzione che – come recita l’articolo 36 della Costituzione – sia capace di «assicurare una esistenza libera e dignitosa al lavoratore e alla sua famiglia». L’autorità salariale delegata ai tribunali, insomma. E il rischio, spiega Garnero, è che siamo siamo potenzialmente di fronte a un salario minimo che varia di volta in volta a seconda del giudice che si incontra.
Secondo Garnero e Mania, però, il salario minimo prima o poi si farà anche in Italia. Come è accaduto in altri Paesi europei – Francia, Belgio, Olanda, Spagna, Portogallo e da qualche anno Germania – dove questa misura convive con i contratti collettivi. Ma prima, in Italia, deve ancora maturare un dibattito vero su forze e debolezze di questo strumento e di come possa convivere con il sistema di contrattazione. L’Italia non è la prima a porsi questi problemi, è già accaduto nel Regno Unito e in Germania. Per questo motivo, spiegano, servirebbe una commissione di parti sociali ed esperti che possa individuare cifre e modelli, togliendo la questione salariale alla disputa sindacale e politica.
Ma, precisano i due autori, non dobbiamo illuderci che siano leggi o decreti a creare lavoro o aumentare i salari. Non c’è una via legislativa allo sviluppo. I posti di lavoro e i salari non crescono per decreto. Serve capacità di innovare e poi di adattarsi, come accadde nel dopoguerra del miracolo economico. Il dinamismo del mercato del lavoro dopo la pandemia – dicono i due autori – dimostra che non siamo condannati alla stagnazione. Una via per uno sviluppo alto italiano c’è. Ma non esistono soluzioni magiche o scorciatoie. Una piazza per i salari dovrebbe partire proprio da qui. E forse è per questo che non si fa.
