Rien ne va plusDietro i litigi del centrodestra si gioca la partita tra l’industria europea e i dazi di Trump

Lo scontro tra Tajani e Salvini è solo in apparenza una schermaglia. In realtà nasconde due visioni opposte: l’Italia europea integrata con la Germania che investe mille miliardi oppure l’Italietta vassalla del trumputinismo

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Dietro il pesante scambio di battute tra Antonio Tajani e Matteo Salvini non c’è solo la competizione per il secondo e terzo posto nel centrodestra. Non c’è soltanto il protagonismo del leader della Lega, in piena fase congressuale e di marcatura dell’identità. C’è di mezzo l’incontenibile voglia del ministro dei Trasporti di accreditarsi a Washington come il vassallo prediletto rispetto a Giorgia Meloni.

E tutto, quindi, potrebbe essere derubricato come una mera battaglia dentro i confini italiani, una tensione piccolina, romanocentrica. Dietro, invece, c’è ben altro: il ruolo e la prospettiva che avrà nei prossimi anni l’Italia, con tutte le conseguenze per il nostro sistema produttivo e di difesa in senso lato. Insomma, si tratta di qualcosa di molto più serio e ha a che fare con la nuova egemonia della Germania e la leadership dei Popolari della Cdu.

Il vicepresidente leghista lavora per Donald Trump contro l’Europa, parla al telefono con J.D. Vance e fa il lobbista satellitare per Elon Musk, che ha fatto campagna elettorale per i nazistelli di Alternative für Deutschland. Salvini adora Vladimir Putin, che considera il riarmo del Vecchio Continente un atto di guerra. Nel mirino dei leghisti, in tutte le loro dichiarazioni, c’è la Germania, al punto da evocare i tempi bui del riarmo nazista degli anni Trenta.

Il pacchetto di investimenti (approvato il diciotto marzo dal Bundestag con una maggioranza di due terzi) inietterà nell’economia tedesca un migliaio di miliardi. Colossali investimenti in difesa e in infrastrutture, promossi dal futuro cancelliere Friedrich Merz. Nei prossimi cinque-dieci anni la Germania potrebbe tornare a essere la locomotiva economica dell’Europa. Cifre che avranno senza dubbio ripercussioni ben oltre la Germania.

L’economia italiana sarà sempre più interconnessa a quella tedesca, più di quanto lo sia stata in passato, in particolare nel settore dell’industria automobilistica. È chiaro, opportuno, conveniente, di fronte all’allentamento progressivo dei legami transatlantici e alla guerra dei dazi dichiarata da Trump, che Roma guardi a Berlino. E si inserisca costruttivamente con le sue proposte, anche differenziandosi su questioni di merito, nel tentativo di un nuovo equilibrio europeo che girerà sull’asse franco-tedesco-polacco. Meloni non vuole appiattirsi, Tajani tifa da quella parte, Salvini è contro.

Il fulcro politico di questo tentativo, è inutile negarlo, è il Partito Popolare Europeo. In questo caso, il motore propulsore è la Cdu tedesca del Cancelliere Merz, che ha resistito alla destra radicale, stretto un accordo di governo con i socialdemocratici, perserverato nel sostenere l’Ucraina. E ora si prepara all’offensiva dei dazi che Trump intende sferrare contro i Paesi europei.

Proprio nel settore dell’auto, tra Stati Uniti e Unione europea, la bilancia pende verso la Germania. Colpire Berlino significa puntare il bazooka delle barriere commerciali contro l’industria europea, i brand ad alto margine e la filiera. Nell’ultimo anno, la Germania ha esportato trentuno miliardi di dollari in veicoli e sette miliardi di dollari in componentistica, settore in cui eccelle l’Italia.

Contro questo tentativo di sopravvivenza allo tsunami Trump, Salvini e i suoi »quaquaraquà» citati da Tajani sono i nemici giurati. L’obiettivo dei vassalli dell’imperatore americano e dei fan di Putin è far fallire ogni piano politico che tenda all’integrazione europea sul fronte militare e industriale.

La proiezione italiana del nuovo e drammatico gioco geopolitico vede Salvini e Tajani su sponde opposte. Finora Meloni ha saputo tenersi in mezzo, ma il due aprile dovrà girare le carte: con i dazi americani les jeux sont faits, rien ne va plus. Se sapranno coprire le divisioni anche questa volta, sono dei geni – oppure gli oppositori sono idioti.

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