Scorciatoie per pigri Shonda Rhimes e il librone degli uccelli che salva dai competenti di Google

Nella serie “The Residence”, Cordelia Cupp si porta sempre dietro un trattato di ornitologia. Un modo per ricordare al pubblico abituato alle ricerche su Wikipedia che è più ignorante di quanto sia accettabile

Ci sono cose, in “The Residence”, che non serve avere un’inutile laurea in linguaggi mediali per capire. Per esempio, chi abbia ammazzato il maggiordomo. Per esempio, a cosa serva dare all’investigatrice il passatempo dell’ornitologia.

Per esempio, che nonostante i corridoi della Casa Bianca ormai facciano l’effetto della villa in cui hanno girato sia il nuovo “Gattopardo” sia “L’arte della gioia” (noialtri avremo pure una sola villa meridionale, ma gli americani hanno mille ricostruzioni della residenza presidenziale, tutte identiche, per mille serie ambientate lì), nonostante la familiarità del pubblico con la carta da parati, “The Residence” potrebbe venire ambientata ovunque, in un qualunque luogo chiuso di gialli precedenti, gialli (“Knives Out” o “Assassinio sull’Orient Express”) che vengono anche citati dai protagonisti acciocché il pubblico si senta intelligentissimo (fagli fare due più due da soli e ti saranno grati per sempre, diceva un certo Billy Wilder).

Direbbe la canzone che mi ha fornito tutto il lessico che serve: come vedi tutto è consueto, in questo ingorgo di vite morte. Per decodificare l’ingorgo non serve una laurea in scienza delle merendine pagata dalle mie tasse, ma neanche un debole per i podcast di cronaca nera, un accenno ai quali mi ha fatta interrogare sulla traduzione (lo so, potevo andare a controllare come avessero doppiato quel passaggio, ma non l’ho fatto subito, e dopo vallo a ritrovare).

A un certo punto c’è un dialogo in cui i personaggi si dicono patiti di murder mystery e relativi podcast, e io ho pensato che una volta, quando sapevamo l’italiano, avremmo tradotto con «i gialli», ma adesso, che non sappiamo l’italiano ma neanche l’inglese, parliamo solo una lingua inesistente che serve a farci percepire gente che sa l’inglese senza studiarlo, e l’inglese reale di «murder mystery» verrà probabilmente tradotto con quello immaginario di «true crime» (lo so: anche prima di diventare analfabeti ci eravamo inventati «smoking» per il completo col farfallino).

Ma io “The Residence” non l’ho guardato per quello: non è per sapere chi avesse ammazzato il morto che ho guardato una cosa nuova (non ne guardo quasi mai), perdipiù a puntate (non lo faccio quasi mai), tutta in mezza giornata (mica sono una di voi sfaccendati che vi sentite moderni usando il termine «binge»).

Ho guardato “The Residence” per quelli che a questo punto hanno già smesso di leggere, perché sono corsi nei commenti social a spiegarmi che sbaglio, che murder mystery e true crime sono due cose diverse. E me lo spiegano perché hanno Google, e Google li fa percepire gente che è in possesso di nozioni.

Prima di arrivare alla scena per cui voglio bene a Shonda Rhimes, occorre parlare di uno dei grandi equivoci del presente, ovvero che il maschile e il femminile siano le categorie dirimenti in tutti i settori, tra i quali quello dei titoli degli articoli. Nessuno – devo averlo scritto almeno un milione di volte – sa il nome del marito di Meryl Streep: se in un titolo di giornale qualcuno parla della vedova di Steve Jobs non è perché la signora non ha dignità di nome e cognome in-quanto-donna, è perché i titoli hanno per valuta corrente la fama, e il morto Jobs ha un nome più riconoscibile della viva, così come la femmina Streep vale più del marito sì maschio ma non abbastanza famoso.

“The Residence” l’ha scritto un poverocristo di cui io ho letto otto volte il nome, nei titoli di testa d’ogni puntata, ma ciononostante non l’ho memorizzato, perché la ragione per cui mi sono incomodata a vedere “The Residence” è Shonda Rhimes. Che è non solo donna ma pure nera, e quindi dovrebbe venire eclissata dal maschio bianco che sceneggia queste otto puntate – e invece.

Cordelia Cupp – nome stupendo – pure è donna e nera, perché Shonda quasi sempre usa protagoniste donne e nere (mica è immune ai tic dell’identitarismo: è solo più intelligente nel praticarli); ma anche perché, se la miglior investigatrice del mondo è donna e nera, puoi usare due trucchi che non sarebbero a tua disposizione se il protagonista della storia fosse un maschio bianco.

Puoi farla prevaricare su chi le sta intorno (in questo caso: un povero agente dell’Fbi che lei fa sentire inadeguato ogni volta che osa dire qualcosa), e puoi tenere in sottotraccia l’idea che, le rare volte in cui qualcuno osa contraddirla, lo faccia perché, anche se sei quella che ha avuto più successo nel tuo settore, se sei donna e nera ti sottovaluteranno sempre (gli ultimi vent’anni della carriera di Shonda Rhimes dimostrano che non è così, ma nessuno è mai diventato povero alimentando le lagne identitarie del pubblico).

Tempo fa uno sceneggiatore italiano mi ha detto che non capiva perché Shonda Rhimes fosse considerata importante. Poiché non è un cretino, non intendeva quel che sembra: sa benissimo perché è importante una che ha creato l’ultimo marchio che da ventun anni fa sulla tv generalista americana quel che era normale nel secolo scorso ma non in questo (“Grey’s Anatomy”), o che ha inventato un universo di stile e di riferimenti (“Scandal”). Quel che intendeva è: non capisco perché se le cose per il pubblico di massa le fa lei sono considerate imprescindibili, e se le facciamo su Rai1 la critica non ci si fila.

Quel giorno abbiamo cambiato subito discorso, e quindi non ho fatto in tempo a spiegargli che Shonda Rhimes è l’Edward Bernays di questo secolo. Bernays era un tizio che, cento e spicci anni fa, aiutava il presidente degli Stati Uniti con la comunicazione durante la prima guerra mondiale; un tizio che s’inventò tra le altre cose il termine “pubbliche relazioni”: “propaganda” aveva un sapore bellico, non andava bene per vendere un tenore (Enrico Caruso) al pubblico o le sigarette alle donne in tempo di pace. 

La ragione per cui a un certo punto della vostra vita di spettatori televisivi avete visto il pubblicitario Don Draper dire a una cliente che l’amore non esiste, l’amore è una cosa inventata da gente come lui per vendere i collant, è che a un certo punto Bernays mandò una scatola di sigari allo zio in Europa. 

Lo zio ricambiò con un libro minore che aveva appena scritto, leggendo il quale Bernays capì prima di tutti gli altri che al pubblico non dovevi vendere fatti: dovevi fare appello alle emozioni che neanche sapeva di provare, ai desideri che neanche sapeva di avere. Lo zio si chiamava Sigmund Freud. 

Che Shonda è la nipotina più talentuosa di Bernays, in questo secolo in cui siamo tutti pronipoti di Freud, a quello sceneggiatore lo dico oggi, oggi che ho visto la scena per cui voglio bene a Shonda Rhimes, scena che mi permette anche di spiegare a un trentenne che conosco – non uno dei più stupidi trentenni che conosca, ma pur sempre un trentenne – quel che non ero riuscita a fargli capire secoli fa, un giorno in cui si sentiva moderno e spiritoso a dire che la differenza tra leggere in digitale e leggere su carta non esisteva, mica era roba che qualunque neurologo sa spiegarti sull’attivazione delle diverse aeree del cervello e che qualunque giornalista sa spiegarti sull’impaginazione e il cliccare solo su titoli confermativi dei tuoi interessi, contrapposto all’occhio che ti casca su qualcosa che altrimenti non leggeresti, macché: quello della carta era un primato inventato da noi vegliarde polverose che aborriamo la comodità (forse l’unica cosa che non si aborre da vegliarde, per inciso).

La scena per cui voglio bene a Shonda è divisa in due, in realtà, sono due scene in due puntate. La seconda apre la quarta puntata, che comincia con un bambino che dice la frase che più temono gli adulti tutti che non vogliono sembrare boomer agli occhi dei piccoli, la frase che più temono gli adulti terrorizzati dall’adultità, gli adulti di questo secolo, gli adulti tutti ma non Cordelia Cupp. La frase del bambino, il nipote di Cordelia, è: mi annoio.

Sono a osservare gli uccelli col binocolo, nel mezzo del nulla, non riescono ad avvistare l’uccello che cercano, il bambino si annoia e non si ricorda il nome dell’uccello che cercano, e Cordelia lo spedisce nella tenda a cercare il nome sul librone di uccelli che si porta sempre dietro. Nella stessa scena, parlerà al telefono con la sorella, la madre del bambino, che è, ahilei, un’adulta di questo secolo. Ci vuole il tempo che ci vuole, dice Cordelia. Lui non è come te, le risponde Aimée. «Non voglio che sia come me: voglio che sia un po’ meno come te».

Poco dopo, regala al bambino un quaderno, così prenderà appunti a mano e capirà da solo, senza che una povera disgraziata sia costretta a cercare di spiegarglielo vent’anni dopo, che le cose che annoti a penna te le ricordi e le impari davvero, quelle che ti passano davanti su uno schermo che prendi a ditate le dimentichi un secondo dopo.

Nella puntata precedente di “The Residence” avevamo visto per la prima volta il librone. È ricalcato su un libro davvero esistente, “Birds of the world”, immagino abbiano cambiato il nome dell’autore per questioni di diritti, ma quello vero è di 448 pagine, e quando Cordelia lo tira fuori dalla borsa da postino il tapino dell’Fbi si stranisce: se l’è portato dietro tutta sera?!

Non serve a farle venire la scoliosi: serve – a Cordelia, a Shonda, allo sceneggiatore di cui non mi sono presa l’incomodo di imparare il nome – a dire una cosa del presente. Cosa faresti se ti chiedessi di riconoscere il tal uccello?, aveva chiesto Cordelia al tapino dell’Fbi. Te lo dico io cosa faresti, aveva risposto (certe volte una donna deve fare tutto da sola, lo sa Shonda e lo sa il pubblico femminile, che è quello che decreta i successi dei prodotti culturali e che Shonda ha il dovere di compiacere).

«Useresti la scorciatoia per i pigri. Andresti su Google, e leggeresti la voce Wikipedia, che perlopiù non è sbagliata, ma non è granché dettagliata o precisa». Mentre invece il librone ti dirà che l’uccello di cui stiamo parlando vive in Africa e, anche se la foto che stai guardando ti sembra proprio di quell’uccello lì, non può esserlo, perché è stata fatta in Maryland, e questo e quell’uccello si somigliano moltissimo per convergenze evolutive, ma sono specie diverse che vivono in continenti diversi.

Col librone non farai l’errore che farai andando su Google e percependoti competente in cose di cui niente sapevi prima e niente saprai adesso, dice Cordelia al tapino dell’Fbi che non è stato così fortunato da avere una zia che glielo spiegasse da piccolo. E questa, amico sceneggiatore, è la ragione per cui Shonda Rhimes è importante: perché sa dosare benissimo la carota con cui compiacere il pubblico che vuole sentirsi dire che le sue nevrosi sono giuste, e il bastone con cui ricordargli che è assai più pigro e ignorante di quanto sia accettabile nel secolo dei PhD di cittadinanza.

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