Stampa e regimeI freelance locali rappresentano l’ossatura dell’informazione libera in Turchia

Per il sistema repressivo di Erdoğan, i giornalisti che curano progetti editoriali autonomi sono più difficili da monitorare e silenziare rispetto ai colleghi dei media tradizionali con redazioni fisiche

LaPresse

Mercoledì 19 marzo le autorità turche hanno arrestato il popolare sindaco di Istanbul Ekrem İmamoğlu, del partito di sinistra nazionalista Chp.  Le tempistiche e le modalità dell’azione fanno supporre che l’arresto di İmamoğlu sia stato politicamente motivato, anche perché arrivato dopo una serie di altre accuse e condanne, alcune per reati abbastanza risibili

In Turchia, l’Akp, il partito del presidente Recep Tayyip Erdoğan al potere dal 2002 controlla il potere giudiziario e lo utilizza strumentalmente per colpire avversari politici. L’arresto di İmamoğlu è avvenuto pochi giorni prima delle primarie del Chp, che ci si aspettava lo incoronassero come sfidante di Erdoğan alle elezioni presidenziali previste per il 2028, come poi accaduto

İmamoğlu è ritenuto un leader carismatico e capace di parlare a diversi elettorati, da quello progressista a quello islamico moderato, passando per il mondo del business e gli appassionati di calcio, segmento importante della vita pubblica turca. E in questo caso i timori di Erdoğan sono giustificati. Gli ultimi sondaggi danno il Chp vicino all’Akp. Che il principale partito dell’opposizione sia solo alla pari con la forza politica che governa il paese da ventitré anni sarebbe un risultato poco entusiasmante in una democrazia. In un regime come quello erdoganiano, invece, è un segnale notevole. 

La Turchia è oggi ritenuta un’autocrazia elettorale, ovvero un regime politico dove le elezioni vengono svolte, ma senza che l’opposizione abbia reali possibilità di vittoria. Come in Ungheria, altro esempio di autocrazia elettorale, vedere l’opposizione testa a testa con le forze governative nei sondaggi è quindi sorprendente. Inoltre, sempre come in Ungheria, le elezioni municipali dell’anno scorso in Turchia avevano mostrato che l’opposizione è ancora in grado di organizzarsi. 

Oltre alla capitale Ankara e a Istanbul, dove İmamoğlu aveva ottenuto un secondo mandato, le forze anti-erdoganiane avevano vinto in quasi tutte le città più popolose del paese, incluse Adana, Antalya, Bursa, Mersin e Smirne. Nelle autocrazie elettorali le città tendono spesso a diventare serbatoi di resistenza, producendo capitale politico, leadership e movimenti capaci di sfidare il potere centrale. 

L’arresto di İmamoğlu ha scatenato ondate di manifestazioni pubbliche a Istanbul e in altre città turche. Come da copione, una delle reazioni del governo e dei suoi fiancheggiatori è stata attaccare i media, sia fisicamente che giuridicamente. 

Secondo la Media and Law Studies Association (Mlsa), un’associazione no profit che si occupa di supporto legale ai giornalisti in Turchia, durante le proteste un reporter è stato arrestato e almeno altri undici sono stati picchiati. La mattina di lunedì 24 marzo, invece, le autorità giudiziarie hanno prelevato dieci giornalisti nelle proprie case. 

Uno sguardo al profilo e alle storie dei giornalisti arrestati e malmenati – due azioni diverse, ma unite dalla stessa matrice – permette di identificare quali siano le fonti informative rimaste indipendenti dal governo. 

La Turchia rappresenta un caso da manuale di cattura dei media, obiettivo che Erdoğan e i suoi sodali hanno ottenuto applicando diverse strategie: creazione di media filogovernativi, multe a giornali non allineati, delegittimazione e criminalizzazione di giornalisti critici. Il World Press Index di Reporters sans frontières (Rsf) classifica la Turchia centocinquantottesima su centottanta paesi, dietro (di poco) a Stati notoriamente ostili alla stampa libera come Venezuela e Pakistan.   

La gran parte dei giornalisti, arrestati o picchiati, sono freelance. Tra di loro, i più famosi sono probabilmente Bülent Kılıç, che vinse il World Press Photo nel 2014 con una foto di una ragazza picchiata durante le proteste antigovernative di quell’anno, e Zeynep Kuray, nota giornalista, già arrestata altre volte in passato per accuse di terrorismo. Gli altri freelance colpiti dalla repressione del regime turco sono Murat Kocabaş, fotoreporter di base a Smirne; Kemal Aslan, autore di alcune foto delle proteste; Rojda Altıntaş, attiva perlopiù su YouTube, e Hayri Tunç.   

I freelance, specie quelli che curano progetti editoriali autonomi, rappresentano oggi l’ossatura dell’informazione libera in Turchia, in quanto più difficili da monitorare e reprimere per le autorità rispetto a media tradizionali con redazioni fisiche.     

Due dei fotografi arrestati lavorano invece per giornali municipali: Kurtuluş Sarı, collaboratore del comune di Istanbul, e Gökhan Kam, dipendente del distretto di Bakırköy, nella parte europea di Istanbul. Spesso sottovalutati, i media delle municipalità governate dalle opposizioni rappresentano spesso fonti di informazioni preziose in regimi dove la stampa nazionale è largamente asservita al potere. Seppur sottoposti a pressioni finanziarie e politiche, questi giornali ospitano spesso posizioni diverse rispetto alla narrazione autorizzata dal governo, contribuendo alla difesa del pluralismo dell’informazione.  

Gli altri giornalisti oggetto della repressione del regime turco lavorano per due categorie di media: internazionali e turchi.  Alcuni di loro sono corrispondenti o collaboratori di testate internazionali: Yasin Akgül, autore del famoso scatto che immortalava il giornalista Kadri Gursel baciare sua moglie dopo un anno di detenzione, lavora per Agence France-Presse (Afp). Dilara Şenkaya collabora con Reuters. Ali Onur Tosun, reporter di Now Tv, lavora per il canale all news di proprietà della Walt Disney, noto come “Fox News” fino all’anno scorso. In questa categoria può esser fatta rientrare anche Bianet, progetto a metà tra giornalismo e difesa dei diritti umani finanziato da enti esterni, come la Commissione Europea, per cui lavora Ali Dinç, uno dei reporter picchiati dalla polizia il 21 marzo. 

In giorni in cui si discute molto dell’impatto e della rilevanza di gruppi informativi stranieri in paesi autoritari, a fronte dello smantellamento di network globali come Radio Free Europe, Radio Free Asia e Voice of America deciso dall’amministrazione Trump, è utile ricordare come i media di proprietà straniera e le testate internazionali siano a oggi tra le principali spine nel fianco di leader autoritari in diverse regioni del mondo. 

Nonostante la repressione, ci sono ancora alcuni media di proprietà turca che riescono a operare nel paese. La maggior parte di loro, tuttavia, si rivolge a nicchie di pubblico, spesso già affini alle istanze democratiche o progressiste, e ha una circolazione limitata fuori da Istanbul. 

Rientrano in questa categoria il sito di informazione progressista Sendika, vicino al partito di sinistra curdo Dem e alle rivendicazioni sindacali, per cui scrive Zişan Gür, arrestato il 23 marzo mentre seguiva le proteste; Birgün, noto foglio dell’intellighenzia progressista, laica e democratica di Istanbul, che ospita gli editoriali di Barış İnce, tra gli arrestati di lunedì scorso; Nefes, giornale di orientamento kemalista fondato da ex dipendenti del giornale Sözcü dove lavora Egemen İsar, colpito da proiettili di gomma durante le proteste a Istanbul; Gerçek Gündem, sito vicino all’opposizione per cui scrive Rıfat Kırcı, anche lui picchiato dalla polizia, e Özgür Gelecek, storico giornale della sinistra marxista turca per cui scrive l’attivista Yusuf Çelik. Completa il quadro İlke TV, piccolo canale televisivo per cui stava seguendo le proteste la videoreporter Eylul Deniz YasarAl momento della stesura di questo pezzo, quasi tutti i profili Facebook e Instagram – dei giornalisti citati risultano bloccati. 

Va segnalato, infine, che uno dei giornalisti picchiati dalla polizia, Hakan Akgün, lavora per Anadolu Agency, l’agenzia di stampa controllata dal governo, mentre un altro giornalista, Serkan Okur, del canale televisivo islamista Akit TV, è stato malmenato dai manifestanti. Ai media che operano in loco, si aggiunge una sempre più fitta rete di media in esilio, composta da giornali e giornalisti turchi che continuano a lavorare nonostante risiedano all’estero, principalmente in paesi dell’Unione europea. 

Tra questi, i più seguiti sono la radio #Özgürüz, del popolarissimo giornalista Can Dündar, in esilio a Berlino dal 2016; Bold Medya, sito di informazione curato sempre da giornalisti turchi esiliati in Germania, vicino al movimento gulenista; Tr724, un canale televisivo con sede in Belgio, a sua volta di orientamento gulenista; e alcuni giornalisti freelance, come Erk Acarer e Cevheri Guven, molti attivi sui loro canali Youtube negli ultimi giorni, e Yavuz Baydar, un veterano del giornalismo turco oggi editorialista per alcuni giornali europei. Turkish Minute, infine, si rivolge a un pubblico internazionale, con contenuti pubblicati solamente in inglese. 

Complessivamente, l’esistenza di questo insieme eterogeneo di giornali e professionisti freelance conferma che nel panorama mediatico turco resistono ancora voci non allineate alla visione di Erdoğan.

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