
Il vento ammorbante dell’America di Donald Trump soffia impetuoso sul Mediterraneo e sul Mar Nero. Non desta così stupore che Elon Musk abbia bloccato i profili X dei democratici turchi che protestano per l’incarcerazione di Ekrem İmamoğlu, probabile vincitore delle prossime elezioni presidenziali, in solidarietà con la mossa dittatoriale di Recep Tayyip Erdoğan, che così elimina un pericolosissimo antagonista al voto. Una volta accreditato lo status angelico di Vladimir Putin – copyright Steve Witkoff, inviato speciale del presidente americano – è naturale che a cascata tutti gli autocrati del mondo si diano da fare per imitarlo in sintonia con la nuova american way of life.
Ecco allora che la magistratura turca, da anni infeudata al presidente e al regime, arresta e toglie dai piedi il più pericoloso avversario elettorale di Erdoğan. İmamoğlu, sindaco di Istanbul, è pericoloso elettoralmente per l’autocrate turco perché ha operato una radicale mutazione genetica dentro il principale partito di opposizione, il Partito Popolare Repubblicano (Chp), che ha le sue radici nella rivoluzione laica innescata da Kemal Atatürk. Dominato da una storica dinamica massonica (il partito islamista di Erdoğan è dominato dalla speculare dinamica segreta delle confraternite islamiche), negli ultimi decenni questo partito era rimasto prigioniero di un laicismo dogmatico che lo ha condannato a un ruolo minoritario in un Paese che ha vissuto una radicale re-islamizzazione, fomentata dallo stesso Erdoğan.
İmamoğlu si presenta invece agli elettori come un devoto musulmano praticante, con un lessico semplice e convincente in un felice connubio tra fede islamica e laicità. Ha così trionfato per ben tre volte nelle elezioni comunali di Istanbul (sedici milioni di abitanti), la seconda dopo che la magistratura aveva invalidato surrettiziamente il voto, con un successo ancora più netto.
Con tre anni di anticipo, İmamoğlu si apprestava a correre alle primarie per iniziare una campagna elettorale. Il suo arresto, giusto due giorni prima del voto che lo avrebbe indicato come sfidante, è pretestuoso, come lo sono le accuse che gli sono state rivolte. La reazione è stata ovvia: immense manifestazioni di protesta hanno coinvolto trecentomila persone in tutto il Paese, poi duramente represse con più di mille arresti, e una straordinaria affluenza alle urne delle primarie del Chp – tutti gli altri candidati si sono ritirati in segno di solidarietà – nelle quali İmamoğlu ha ricevuto ben quindici milioni di voti a fronte di solo un milione e mezzo di iscritti al partito. Sprezzante e indicativo il commento di Erdoğan che ha definito questo massiccio voto popolare «uno spettacolo teatrale» e ha aggiunto, definendo i manifestanti «terroristi di strada»: «Quando calerà il sipario il loro spettacolo sarà finito».
Una messe straordinaria di voti per İmamoğlu, che però indica quanto sia difficile la sfida a Erdoğan: per vincere le elezioni presidenziali in Turchia la quota è di ventisette milioni di suffragi e il presidente turco, non va dimenticato, ha vinto tutte le tornate elettorali nazionali dal 2002 in poi.
Alle prossime elezioni presidenziali del 2028, però, il presidente, secondo Costituzione, non può presentarsi per la terza volta ed è questa una delle ragioni dell’arresto del più accreditato leader dell’opposizione. Erdoğan, infatti, non ha ancora indicato un successore – mancanza tipica di molti autocrati – che potrebbe essere il ministro degli Esteri Hakan Fidan, per più di un decennio è stato a capo dei servizi segreti. Ma in realtà questa mancata indicazione della successione ha una ragione inconfessata: Erdoğan ha tutte le intenzioni di succedere a sé stesso sul modello di Vladimir Putin e di diventare di fatto presidente a vita.
In questa luce, secondo molti commentatori, va infatti letta anche la trattativa intensa condotta con Abdullah Öcalan, il leader curdo del Pkk incarcerato e all’ergastolo dal 1999 nell’isola di Imrali. Nel corso dei colloqui con la dirigenza curda, iniziati dopo la fine della lotta armata e lo scioglimento dello stesso Pkk – ribaditi da Öcalan – un passaggio essenziale è l’accordo dei parlamentari curdi a votare una modifica costituzionale che permetta a Erdoğan di ricandidarsi. Modifica che necessita dei tre quarti dei voti dei membri del Parlamento. Modifica alla quale il Chp, partito di İmamoğlu, è contrario.
Va detto, per comprendere questa dinamica politica, che nonostante tutto, in Turchia, fino a ieri, non vigeva ancora un sistema dittatoriale totale. È vero che la stampa è imbavagliata, che migliaia e migliaia sono i detenuti d’opinione e politici, che i media sono controllati ferocemente e che la magistratura è stata epurata e asservita. Nonostante i brogli e le intimidazioni, le elezioni locali in alcuni casi sono state vinte da una opposizione che ha continuato ad avere un certo spazio e agibilità nel Paese.
Nel 2024, ad esempio, il partito di Erdoğan, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Akp), ha perso le elezioni amministrative col 35,5 per cento dei voti contro il trentasette per cento del Chp, e tutte le grandi città – Istanbul, Ankara, Smirne, Bursa, Adana – hanno avuto sindaci dell’opposizione, tanto che lo stesso presidente ha cupamente ammesso: «Non abbiamo ottenuto il risultato che volevamo».
Alle ultime presidenziali del 2023, lo stesso Erdoğan è stato costretto ad andare al secondo turno per imporsi sul segretario del Chp, che era Kemal Kılıçdaroğlu, a capo di un nuovo fronte elettorale di più partiti, ma appesantito dall’appartenenza alla comunità religiosa minoritaria degli aleviti e dall’essere di etnia anch’essa minoritaria dei turcomanni e non turco. Una campagna elettorale, quella, dominata dal tema dei tre milioni e mezzo di profughi siriani in Turchia, con conseguenze sociali e da una situazione economica che sta sfuggendo dal controllo dello stesso Erdoğan con un tasso di inflazione superiore al quarantadue per cento.
Dopo questa sconfitta, sia pure di misura, e dopo il ritiro dall’agone politico di Kılıçdaroğlu, il Chp si è rivolto al suo leader più popolare, İmamoğlu. Ma ora la magistratura epurata e asservita al regime persevererà nella persecuzione giudiziaria del candidato dell’opposizione, e non è affatto detto che questi possa addirittura presentarsi al voto. La sua candidatura può essere inibita da una rapida condanna, che forse neanche una grande mobilitazione popolare potrebbe cambiare, men che meno le proteste dei leader europei.
È probabile che Erdoğan, favorito dal momento Trump, punti ora a fare l’ultimo passo verso una dittatura totale, chiudendo con la forza e l’arbitrio quegli spazi di democrazia elettorale che sinora erano rimasti aperti, nonostante tutto. Un bel problema per il Mediterraneo, per l’Europa e soprattutto per la Nato, che vede l’esercito turco, con i suoi trecentocinquantamila militari, al secondo posto dopo gli Stati Uniti e che, dai lontani primi anni Settanta dei colonnelli greci, non ha a che fare al suo interno con una dittatura.