Tirana indietroLa crescita economica dell’Albania non ha ancora scalfito il suo cuore autoritario

Il boom economico e turistico del Paese balcanico si scontra con un’élite che resiste a ogni cambiamento

Unsplash

Sono stato a Tirana, la capitale dell’Albania, a maggio 2022 e a ottobre 2023. L’Albania è una meta turistica sempre più popolare. Nel 2022, sette milioni e mezzo di turisti hanno visitato questo piccolo Paese, che conta appena due milioni e ottocentomila abitanti, e i numeri sono continuati a salire, raggiungendo circa dieci milioni nel 2023 e intorno a quattordici milioni nel 2024. Il clima mediterraneo e i prezzi ridotti rendono questo stato costiero dell’Europa meridionale estremamente attraente.

A Tirana ho incontrato Adri Nurellari, una persona impressionante che ha plasmato il movimento libertario in Albania e che ha studiato a Londra. È stato consulente del Partito Democratico albanese e ora presta la sua consulenza al Partito Democratico in Kosovo. Sul tema della sicurezza e della criminalità, mi ha spiegato che, sì, esiste un alto livello di attività criminale nel settore della droga. Ma, proprio perché i criminali possono guadagnare enormi somme coltivando e vendendo droghe, non vale la pena dedicarsi ai reati minori: «Perché rubare qualche centinaio di euro a un turista, quando si possono fare milioni con il traffico di droga?»

Durante la cena ho domandato a Bjorna, membro dell’associazione Students for Liberty, come la gente qui si guadagna da vivere. «Davvero non lo sai?», mi ha chiesto ridendo. «Coltivando e vendendo marijuana». Ovviamente non lo intendeva letteralmente: la maggior parte degli albanesi guadagna il proprio denaro onestamente.

Il mio interlocutore ha puntato il dito contro il presidente albanese, che ha trasformato l’Albania in un narco-stato. Non esistono cifre ufficiali, ma il Paese viene ormai definito la Colombia d’Europa. Si stima che tra un terzo e la metà del prodotto nazionale lordo dell’Albania derivi dal traffico di droga. Anche se probabilmente si tratta di un’esagerazione, ogni anno il traffico di droga genera diversi miliardi di euro.

Nonostante la povertà che ancora caratterizza il Paese, le condizioni di vita sono migliorate notevolmente rispetto all’epoca socialista. Bjorna mi ha raccontato che i suoi nonni vivevano in famiglia in un appartamento di ottanta metri quadrati – che ospitava fino a venti persone. È difficile da immaginare, ma ricordo di aver letto che non era raro che da quattro a dieci persone convivessero in piccoli appartamenti di cinquanta metri quadrati.

All’epoca, l’Albania era lo Stato più povero d’Europa. C’erano solo mille duecentosessantacinque automobili in tutto il Paese, nessuna di proprietà privata. Fino agli inizi degli anni Novanta, non c’era nemmeno un semaforo in tutto il territorio albanese. Oggi, Tirana è stracolma di automobili, per le quali la città chiaramente non era stata progettata. Come a Manhattan, gli automobilisti sono quasi costantemente bloccati nel traffico. Di tanto in tanto ho visto una lussuosa auto, per esempio una Ferrari – «queste sono le auto dei capi della droga», mi ha detto Bjorna.

Durante una passeggiata esplorativa per Tirana, sono passato accanto a numerosi bunker. Il dittatore Enver Hoxha era paranoico e viveva nel costante timore che l’Albania potesse essere attaccata dai paesi capitalisti. Così, ha ordinato la costruzione di duecentomila bunker in tutto il Paese, molti dei quali sono tuttora conservati. Bjorna mi ha raccontato che alcuni suoi conoscenti avevano persino installato un bunker all’interno del loro ristorante.

All’aeroporto ho incontrato un giovane studente di giurisprudenza che aveva iniziato a investire nel settore immobiliare. Mi ha mostrato una foto di un ex bunker con un interno elegantemente arredato e mi ha detto che il suo sogno è trasformarne uno simile in una casa vacanze da affittare.

Un bunker di dimensioni leggermente maggiori è stato conservato come Museo dei Bunker. L’esposizione è impressionante e rivela l’intera portata del terrore comunista nel periodo di Enver Hoxha. L’immagine che il museo dipinge è l’esatto opposto di quella che avevo dell’Albania quando ero più giovane. Da adolescente ero un maoista: a tredici anni formai una «cellula rossa» nella mia scuola e pubblicai un giornale chiamato “Lo striscione rosso”. Ricordo ancora che mi sdraiavo a letto alle ventitré ascoltando Radio Tirana.

In verità, non sapevamo nulla dell’Albania; proiettavamo semplicemente i nostri desideri utopici socialisti sul Paese in cui Hoxha governò dal 1946 al 1985. La verità era che gli albanesi vivevano in una prigione delle dimensioni di un intero Paese. Chiunque tentasse di lasciare illegalmente il territorio, nel migliore dei casi, veniva mandato in carcere o in uno dei campi di lavoro per molti anni, oppure fucilato. Quasi mille persone non sono sopravvissute ai loro tentativi di fuga.

L’Albania si era completamente isolata dal resto del mondo, come dimostrato dal seguente episodio: Madre Teresa, divenuta famosa in tutto il mondo per il suo impegno a favore dei poveri, dei senzatetto, dei malati e dei moribondi, e venerata come santa dalla Chiesa cattolica, desiderava disperatamente visitare sua madre morente, che viveva in Albania.

I capi di Stato usarono tutti i canali diplomatici disponibili per far sì che il desiderio di Madre Teresa si avverasse, senza successo. Sua madre morì da sola in Albania nel 1981, senza poter rivedere la figlia un’ultima volta. Fu solo nel 1990, cinque anni dopo la morte di Hoxha, che Madre Teresa poté finalmente recarsi nel Paese e visitare la tomba di sua madre.

Quello che non sapevamo – e nemmeno lo sapevano gli albanesi – era che Hoxha e i vertici comunisti vivevano una vita ben più lussuosa, completamente isolati dal resto del Paese. Dalla fine del 1960 fino alla sua morte, nell’aprile 1985, Hoxha non lasciò mai il Paese; anzi, quasi non usciva dal cosiddetto ‹Blloku›, un quartiere centrale di Tirana che copriva una superficie equivalente a ventuno campi da calcio. Hoxha visse in questo quartiere dal 1944 fino alla sua morte, convivendo con i membri e i candidati del Comitato Centrale del Partito del Lavoro d’Albania e le loro famiglie.

Cosa faceva il dittatore tutto il giorno? Insieme a un gruppo di collaboratori, scrisse sessantotto libri in cui esaltava le virtù del socialismo. E questo, nel Paese più povero d’Europa. Quando ho chiesto ad Adri cosa non avesse funzionato nella transizione dal socialismo alla democrazia e all’economia di mercato, lui mi ha risposto: «Non c’è stato alcun cambiamento negli ambienti dell’élite.

In sostanza, sono rimasti gli stessi. Forse c’erano una dozzina di famiglie al tempo di Hoxha che detenevano il potere e che lo detengono ancora oggi». Di conseguenza, non c’è un serio interesse nell’affrontare il passato e i crimini della dittatura di Hoxha. Ciò dice molto: forse solo il venti per cento degli imprenditori e dei proprietari terrieri espropriati dai comunisti ha riottenuto i propri beni, ricevendo un risarcimento ridicolmente esiguo, pari a dieci milioni di dollari.

Dopo la fine del socialismo, molti albanesi hanno lasciato il Paese. In proporzione alla popolazione, nessun altro Stato europeo ha visto un tasso di emigrazione così elevato dalla fine del socialismo. Negli ultimi trent’anni, l’Albania ha perso circa il trenta per cento della sua popolazione.

Oggi vivono nel Paese solo due milioni e ottocentomila persone, e spesso sono i giovani albanesi più brillanti e talentuosi ad aver lasciato il territorio. Molti si sono stabiliti in Grecia e in Italia. Adri ha spiegato che, in Italia, attualmente ci sono trecentocinquantamila albanesi che possiedono quarantamila imprese e generano il sette per cento del Pil italiano. Infatti, oggi vivono all’estero più albanesi che nel Paese stesso.

Tratto da Rainer Zitelmann, “Il viaggio della libertà. Un giro del mondo alle origini della povertà e della ricchezza”, Macerata, Liberilibri, 2024.

X