Di padre in figliaLa rivoluzione (rosa) del fuorigioco

Il tifo calcistico non è solo una questione maschile. Le donne si sono già riappropriate della dimensione dello stadio e di uno sport che per anni è stato considerato una disciplina ”da uomini”. La passione per il calcio non si eredita solo per cognome, ma con la voce dei cori imparati da bambine, con le domeniche passate sugli spalti, con gli abbracci tra generazioni unite da una stessa fede

Jacqui McAssey dal 2013 utilizza la fotografia e la fantine calcistica GIRLFANS come piattaforma per dare visibilità alle donne appassionate di calcio e per documentare la diversità della tifoseria della Premier League inglese e scozzese, oltre che della English Football League

Questo è un articolo del nuovo numero di Linkiesta Etc dedicato al tema della Fede. Disponibile nelle edicole di Milano e Roma, negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia, e ordinabile qui(senza spese di spedizione) 

All’interno del mondo calcistico, esiste una regola, considerata un po’ come la prova del nove, che delimita il tuo sapere della materia: la regola del fuorigioco. Se sei come me, che cosa sia il fuorigioco te l’avranno chiesto almeno un centinaio di volte, guardandoti con sguardo di sfida, illudendosi, o sperando, che tu non sappia rispondere. Ciò che però queste persone ignorano, e sminuiscono, è la presenza, sempre più forte, di centinaia di migliaia di donne che a quella domanda sanno rispondere, da sempre. Un movimento che, anno dopo anno, diventa sempre più forte, che dà vita a progetti che portano un cambiamento globale, a fotografie che raccontano una curva o a progetti che uniscono diverse discipline che non si pensava potessero parlare la stessa lingua. Avete aperto gli occhi solo adesso, forse, troppo tardi.

Circa a 1600 km da Milano, vive Jacqui McAssey, una donna che ha rivoluzionato il mondo del calcio. «Era il 2013, ed ero a Anfield con una mia amica», racconta durante un’intervista a Woman Up. «Abbiamo notato che c’erano moltissime donne sugli spalti dello stadio, ma nessun media se n’era mai accorto. Le stavano totalmente ignorando». In segno di protesta verso le organizzazioni e i club, Jacqui McAssey iniziò a fotografare tutte le donne che vedeva alle partite, per rispondere in maniera concreta a quel vuoto mediatico e sociale. Da qui è nato GIRLFANS, un progetto fotografico che racconta il tifo femminile, dedicando ogni numero a una tifoseria specifica.

Copa 71 è un documentario privo di ogni sovrastruttura stilistica, diretto come un pugno nel cuore della storia e delle sue contraddizioni.

GIRLFANS non si limita a immortalare volti, ma esplora iniziative sociali, come On The Ball, una campagna ideata da tre tifose del Celtic per garantire prodotti sanitari gratuiti negli stadi, o The 12th Woman, un progetto che ha adattato un celebre coro calcistico inglese, femminilizzandolo, come protesta contro un linguaggio dominato da termini maschili. McAssey è anche un’artista e docente di moda alla Liverpool John Moores University dove le sue competenze le permettono di rappresentare donne di etnie e background diversi, offrendo uno sguardo unico sul loro rapporto con il tifo e il calcio.

Nel 2022, McAssey ha fondato il Get Your Kits Out Festival, un evento che celebra la cultura calcistica oltre il gioco, con abiti sostenibili, creazioni artistiche, mostre fotografiche e maglie da calcio per tutte le età. Attraverso l’esaltazione delle voci, dei contributi e della visibilità delle donne nel mondo del tifo calcistico, McAssey ha contribuito a ridefinire profondamente il modo in cui il genere viene rappresentato all’interno della cultura calcistica.

“Di padre in figlio, in figlia”

«Se ti serve una frase da utilizzare come titolo puoi mettere questa», mi dice Naomi Accardi fra un risata e l’altra, mentre parliamo dalle nostre rispettive camere da letto. Cresciuta a pane e pallone – nel vero senso della parola – Naomi Accardi, ha inizialmente nutrito una sorte di rigetto verso quello sport che l’ha cresciuta, ma le ha portato via per molto tempo suo padre, prima calciatore e poi procuratore sportivo. «Non ho avuto molta scelta se farmelo piacere o no, sono figlia di un calciatore. Ho respirato il calcio da sempre all’interno di casa mia».

In questi scatti Naomi Accardi ci porta dentro il mondo di Systemarosa: la piattaforma interdisciplinare che colma il divario tra calcio e moda attraverso la ricerca vintage, la cultura, la comunità.

È stato nel 2009, grazie a un piano messo in atto dal destino, che lei torna ad appassionarsi veramente al mondo del calcio. Durante quell’anno a casa sua arriva Ibrahima Mbaie, un ragazzo senegalese che era stato notato da Josè Mourinho e voluto dallo Special One nelle giovanili dell’Inter. Proprio quella squadra che da sempre aleggia all’interno di casa Accardi; il nonno da parte del padre era infatti un grandissimo tifoso nerazzurro. «Il mio interesse verso l’Inter è nato da una connessione con una persona che non ho mai conosciuto, che l’ha passata a mio padre, che l’ha passata a me, che poi è stata rafforzata quando avevo diciassette anni da Ibra», modo affettuoso con cui chiama Ibrahima Mbaie.

La sua prima memoria calcistica la riporta in Indonesia, a Pamekasan, all’interno di uno stadio totalmente fatto di cemento, incluse le tribune, dove, ridendo, ricorda che si poteva ordinare persino la pizza. Di seguito finisce per raccontarmi di quando il padre la portò a vedere il derby della Mole, e lei dormì tutta la partita. «Andare allo stadio insieme non era una cosa che si faceva nella mia famiglia».

​​Immaginate uno stadio grande abbastanza da ospitare circa cento mila persone, migliaia di persone connesse in radio e tv, centinaia di gadget creati, pubblicità su ogni giornale esistente e le giocatrici trattate come super star. Ora dimenticate tutto, come veniva fatto nel film Men in Black, perché è la stessa cosa che è stata fatta alla Coppa del mondo femminile del 1971. Uscito nel 2023, e realizzato da Rachel Ramsay e James Erskine, con la produzione esclusiva di Alex Morgan e delle sorelle Serena e Venus Williams, il docu-film Copa ’71 racconta la storia del mondiale oscurato, intenzionalmente, per cinquant’anni dalle organizzazioni di calcio, organi del governo e Fifa.  Attraverso l’utilizzo di immagini e interviste fra ieri e oggi alle protagoniste alla competizione – fra cui Elena Schiavo – il documentario ci rende partecipi delle gioie, dei dolori e delle risate di tutte le donne che hanno vissuto questo incredibile evento dall’interno, tanto da far dubitare che si sia tenuto davvero per quanto a tratti sembri surreale.

Copa 71 è un documentario privo di ogni sovrastruttura stilistica, diretto come un pugno nel cuore della storia e delle sue contraddizioni.

Proseguendo nella sua memoria arrivo a chiederle che tipo di tifosa si sente oggi: «Non sono una tifosa accanita, quando vado allo stadio passo più tempo a guardare chi mi circonda piuttosto che la partita. Mi vivo il calcio come un’esperienza collettiva, per stare insieme a delle persone che nutrono il mio stesso amore per questo sport». 

Da sempre appassionata di scrittura, iniziò a vedere il calcio come un tema che poteva ricollegarla a suo padre. «Non ho iniziato a scrivere seriamente fino al 2014. Per una serie di circostanze mi ritrovai ad intervistare Totò Schillaci per Mundial Magazine. Da lì non ho più smesso». Dopo questo articolo si ritrovò a collaborare abitualmente con il magazine, per lo più per editoriali che legavano moda e calcio, per poi essere Editor at Large di Season Zine, la rivista creata da Felicia Pennant fino al 2023, anno in cui lancia, insieme a Sam Herzog, Systemarosa.

Il progetto nasce da un’esigenza comune: quella di fare un progetto che coniasse moda e calcio, con uno styling più ricercato, una fotografia più professionale e un’apertura mentale che prima di loro solo Season Zine aveva avuto. «Attraverso questo progetto, migliaia di persone potranno vestire i codici stilistici del calcio, senza la pressione addosso di dover conoscere la formazione titolare della squadre che indossano una maglia piuttosto che un’altra», mi dice sorridendo.

Copa ’71

Concludo la nostra chiacchierata con un’ultima domanda, forse quella a cui entrambe teniamo di più: Cosa vuoi che io scriva per concludere? Non c’è esitazione da parte sua nella risposta: «Voglio dire che il mondo del calcio deve cambiare il modo in cui viene comunicato il punto di vista femminile su questo sport, è imbarazzante che molte squadre professionistiche preferiscano pagare una multa piuttosto che creare una propria squadra con giocatrici donne, ed è impensabile nel 2025 guardare il calcio femminile come una categoria minore. È anche per questo motivo che molte donne non si avvicinano al mondo del calcio. Non c’è spazio per loro». Nulla da aggiungere.

Un’amore che non so spiegare a parole,
ma attraverso le mie foto

«La domenica era il giorno dedicato alla partita, che fosse davanti alla tv o sugli spalti, è lì che è nata la mia passione, e lo stadio Arechi è senza dubbio un pezzo fondamentale dei miei ricordi calcistici». Cresciuta in un paesino vicino Salerno, Alessandra Francesca Coppola, è nata respirando calcio, da tutti i pori: «È sui gradini della curva sud che ho assistito alle prime partite, imparato i cori, esultato e gioito per i primi gol. Poco tempo dopo, è sbocciato il mio amore per la Roma». Se l’amore per la Salernitana è sempre stato forte, quello per la Roma è qualcosa che nemmeno lei riesce a spiegare; nessuno tifa Roma all’interno della sua famiglia, ma sin da piccola la squadra giallorossa ha conquistato il suo cuore. «Ho dei parenti che abitano a Roma, e dalla prima volta che sono andata a trovarli, è stato una sorta di uno più uno: sono innamorata di Roma, mi piace il calcio, Forza Roma!», mi spiega con un sorriso infinito, che racchiude tutto l’amore che una persona può provare.

In questi scatti Naomi Accardi ci porta dentro il mondo di Systemarosa: la piattaforma interdisciplinare che colma il divario tra calcio e moda attraverso la ricerca vintage, la cultura e la comunità

Quando le chiedo di descrivermi che tipo di tifosa sia, risponde con un altro sorriso: «Sono una tranquillona. Ovvio, partecipo ai cori, agli applausi e alle attività organizzate dalla curva. Seguo sia la Roma che la Salernitana, e tutt’ora sono solita andare all’Arechi, nonostante il momento molto delicato». Da sempre appassionata di cinema, dopo aver frequentato un corso base di fotografia alle scuole superiori, e studiato cinema all’Accademia Di Belle Arti di Napoli, è passata al mondo della fotografia, da lì il passo al reportage all’interno degli stadi è stato istintivo. «Nelle mie foto cerco per prima cosa l’autenticità, indipendente dal sesso, per questo lavoro anche con le squadre di serie B o C, come la Salernitana, perchè riconosco la loro vera identità e genuinità, fattore che spesso nelle grandi squadre manca. Vedo il fascino e mi attrae. Anche banalmente la rusticità dello stadio».

Coppola è una delle poche artiste che si impegna nel fotografare e raccontare le piccole squadre dando loro la giusta importanza. «Cerco di non essere vista, perché voglio scatti rubati, che siano reali, ma puoi ben capire che è difficile passare inosservati con la macchina intorno al collo». Passa poi a raccontarmi di alcuni aneddoti riguardo alcune delle sue foto più famose. «Ero all’Olimpico per Roma-Sassuolo, e durante l’intervallo notai questa signora seduta in curva sud laterale insieme ai suoi nipoti, rimasi colpita sia da lei che dalla situazione, dal momento “nonnanipoti”. E quindi decisi di chiederle se potevo scattarla. Nel momento in cui stavo per immortalarla mi espose la sciarpa “donne in giallorosso” allargando le braccia come a voler accogliere dentro quel gesto tutta la gioia che poteva.

In un’epoca in cui sembra che lo strumento per l’affermazione siano i social, Coppola mi spiega che lei li vive più come un’arma a doppio taglio. Se da un lato è un pericolo, in quanto il rischio di copiarsi a vicenda fra colleghi è molto alto, e spesso accade, è grazie ai social che nota e raffigura il grande seguito femminile che popola gli stadi; perché il mondo del tifo sta cambiando e nessuno potrà fermare questa rivoluzione rosa.

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