Il Dio che camminaRiscoprire il significato ipnotico del pellegrinaggio durante l’anno del Giubileo

Peregrinare significa iniziare un viaggio dentro la coscienza, alla riscoperta del Dio che ci aspetta oltre il confine del quotidiano. Sono poi le “tecnologie del sacro” a detonare le percezioni dei pellegrini, rendendo il tempo qualcosa di relativo e i colori qualcosa di vivo

Illustrazione di @Eleusi

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Immaginate di essere su una brandina cigolante, tra il russare dei pellegrini addormentati. Siete molto stanchi: avete camminato sei ore oggi, e così ieri, e pure il giorno prima. Se ci pensate, non ricordate da quanto tempo avete intrapreso il vostro cammino. Avete chiuso gli occhi da qualche minuto e cominciate a sentire le vostre gambe pesanti, il vostro corpo sprofonda di centimetri che sembrano sterminati nel materasso e siete finalmente riusciti a rilassarvi, a un passo dal sonno, ma d’un tratto, come fosse comparso dal nulla, avvertite un “tic-tac” che viene da chissà dove nell’ostello per pellegrini. Si tratta del vecchio orologio a pendolo che non avete sentito fino a quel momento.

Poi si aggiunge il ronzio del frigorifero, il frinire degli insetti invisibili, il frusciare del vento che si fa sussurro. D’un tratto tutto sembra bisbigliare e sentite delle strane emozioni, delle energie nel corpo, avete delle nuove idee, dei pensieri bislacchi, delle rivelazioni su voi stessi e sul mondo. Seppur tutto sia molto strano, siete tranquilli perché sapete che è tutto normale: furono le prime religioni sciamaniche a capire che era proprio lì, nella stanchezza e nella notte, che si annidava la voce di Dio: tra gli stati alterati di coscienza indotti dal buio e dalla fatica, quando le carezze del vento tra i rami possono parlare come una voce.

Illustrazione di @Eleusi

Le tecnologie del sacro
Col tempo, inconsapevolmente, le prime religioni sciamaniche scoprirono determinati meccanismi del funzionamento cognitivo umano ed elaborarono delle strategie rituali per addomesticarli. Impararono, senza rendersene conto, che i pattern di funzionamento neurofisiologico quotidiano potevano essere hackerati. Si accorsero, per esempio, che chi danzava a lungo, riproducendo col corpo movimenti ripetitivi, mentre ascoltava i suoni ritmici di un tamburo e magari cantava o ripeteva dei mantra per ore, cominciava a percepire la realtà in maniera differente rispetto al solito: il mondo esterno appariva come mai prima, più vivo e colorato (esterocezione), il corpo sembrava più pesante o più leggero, fortissimo o sfinito, percosso da energie, ondate di calore o gelidi tremori (interocezione), il tempo pareva scorrere in maniera diversa, veloce come una mosca o lento come un camaleonte, si sentivano più emotivi e sviluppavano un senso d’identità collettiva.

L’inserimento di queste pratiche in rituali che hanno lo scopo di “avvicinare il fedele al divino” costituisce la “tecnologia del sacro” propria di una religione. La danza rotante dei dervisci, la ripetizione sterminata del mantra hare krishna, il rosario cantilenato per ore e il vino attorno al quale si riunivano i primi cristiani che, denutriti, bevevano il sangue alcolico di Dio, sono soltanto alcuni degli esempi di come le religioni fondino il loro corpus esperienziale attorno a pratiche in grado di indurre stati alterati di coscienza, costruendo così luoghi di riprova esperienziale, fisica, somatica, degli insegnamenti religiosi.

Oggi, nel 2025, l’anno del Giubleo ci invita a una riflessione: a Roma sono attesi oltre trenta milioni di pellegrini, un intero popolo che si mette in cammino per affrontare uno dei pellegrinaggi più sentiti, profondi e mastodontici della storia umana. Come è possibile che da tutto il mondo, una massa così rigogliosa di persone abbandoni la propria vita quotidiana per attraversare una porta che viene aperta ogni venticinque anni? Forse, il segreto di un successo così imperituro ha a che fare con determinate proprietà intrinseche del camminare e del viaggiare. Forse, ogni lungo viaggio è sempre un viaggio dentro se stessi, e quindi verso Dio.

Illustrazione di @Eleusi

Il pellegrinaggio e la sindrome di Gerusalemme
Nel 2017 mi trovavo a lavorare come hospitalero presso l’ostello per pellegrini El Serbal y la Luna, in un paesino di nome Cacabelos, tappa quasi obbligata del Cammino Francese per Santiago. All’esterno dell’albergue, nel suo piccolo cortile, ero seduto al tavolo di pietra che fungeva da reception (in realtà una grossa panca di legno all’esterno della cascina che ospitava i viaggiatori) e mi ero intrattenuto a parlare con una signora sulla quarantina che mi disse di non essere partita alla ricerca di esperienze spirituali, ma di averne vissuta durante il suo pellegrinaggio, in una chiesetta spartana dell’XI secolo, dove si era fermata dopo sei ore di cammino, per riposarsi qualche minuto. Dopo essere entrata e aver mosso qualche passo verso l’altare, si erano accese delle luci e aveva cominciato ad echeggiare tra le pareti il canto gregoriano Kyrie Eleison, riprodotto da altoparlanti ben nascosti. A quel punto, mi ha raccontato, si è sentita sfinita e rinfrancata al contempo, pesante ma leggera come se qualcosa in lei si fosse sciolto, e nonostante non fosse particolarmente religiosa si è sentita pervasa da emozioni potenti che l’hanno indotta a un pianto sfrenato.

È anche in questo modo che le religioni si costruiscono, si rinsaldano o rafforzano, piano piano, attraverso tecnologie del sacro che, in questo caso, erano composte da rilevatori di movimento, fari abbaglianti e antiche canzoni che si attivavano in una chiesetta buia, al passaggio di pellegrini affamati e provati da ore di cammino con lo zaino in spalla.

Ho scoperto, durante il mio mese di ricerca sul Cammino di Santiago, che il pellegrinaggio racchiude in sé diverse pratiche in grado di indurre stati alterati di coscienza: il camminare è la ripetizione stereotipata del medesimo movimento, che alcuni compiono picchiettando un bastone da passeggio lungo le strade e i sentieri, producendo così un ritmo sonoro che li accompagna, uguale a se stesso, per diverse ore. Se poi ci aggiungiamo la stanchezza, il dolore muscolare e le alterazioni percettive derivanti dal passaggio da una vita sedentaria a una nomade, non c’è da stupirsi se tutti i pellegrini che intervistavo, o con cui intrattenevo colloqui informali, faticavano a raccontare le loro esperienze di viaggio se non attraverso fumose descrizioni di come la percezione del mondo circostante cambiasse passo dopo passo.

Ricordo di aver intervistato un pellegrino di nome Jan. Era arrivato all’ostello El Serbay y la Luna zoppicando: aveva una tendinite e ci chiese di poter aver un letto subito, prima dell’apertura. Più tardi, quella sera, mi spiegò che per lui era fondamentale percorrere il Cammino in solitudine, perché soltanto così si poteva sperimentare una fusione con il tutto e la pratica del cammino diventava una meditazione. Per Jan, quell’esperienza che per altri era religiosa o mistica, era di carattere filosofico se non addirittura intellettuale. 

“You know”, mi disse, “in English we have this word ‘alone’. It means all in one”. E mi spiegò di aver compreso nell’intimo la radice etimologica di “alone” (viene dall’inglese antico “all ane”, che significa “tutto-uno”) soltanto passando ore in solitudine, per giorni, nella fatica e nella leggerezza del pellegrinaggio, quando si rendeva conto che i colori erano più intensi e il tempo si scioglieva a metà del percorso, ma diventava denso come il pongo a pochi chilometri dalla meta.

Per questi e altri motivi il pellegrinaggio è una “tecnologia del sacro” ancora vivissima: milioni di pellegrini battono le strade per Santiago e per Gerusalemme, dove addirittura alcuni, all’arrivo, vengono ricoverati in preda a “deliri” mistici o religiosi, in preda a quella che è stata chiamata “sindrome di Gerusalemme”. Anche il Giubileo del 2025 è un pellegrinaggio il cui scopo è quello di riconfermare le esperienze di fede. Seppur depotenziato dai viaggi in aereo, treno, taxi e metro, il tragitto per Roma rimane un pellegrinaggio di valigie e fatica lungo il quale migliaia di persone sperano di trovare un barlume di Dio. Un vero e proprio viaggio dentro il Dio che ci aspetta oltre il confine delle nostre esperienze quotidiane…

Ma ora torniamo nella vostra stanza al buio, mentre vi rigirate e provate a lottare contro il ticchettio che vi tiene svegli. Fate un bel respiro e immaginate che quel “tic-tac” sia in realtà un “toc-toc”, il battito di un intero mondo che non notate mai, e che viene a bussare alla porta della vostra coscienza solo quando siete sfiniti e avete passato la giornata a camminare, o la notte a ballare. Ascoltate il suo mantra e, se ve la sentite, aprite la porta. Potreste sognare colori che non avevate mai visto.

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