
Questo è un articolo del nuovo numero di Linkiesta Magazine, con gli articoli di World Review del New York Times. Si può comprare, qui sullo store, con spese di spedizione incluse. O in edicola a Milano e Roma e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia dal 28 dicembre.
Quella che segue è l’interpretazione, attraverso la lente dell’arte, dell’anno trascorso – come è stato o come avrebbe potuto essere.
Non sta arrivando nessuno.
A mio avviso, uno dei maggiori problemi relativi all’attuale narrazione globale sul cambiamento climatico è il fatto che essa è (di proposito) così grande da risultare astratta. Non è colpa di nessuno in particolare. Ma, parlando del cambiamento climatico nel modo in cui siamo abituati a farlo, consentiamo a noi stessi di ignorarlo, perché finiamo per convincerci del fatto che si tratti di un problema che riguarda qualcun altro.
E se il cambiamento climatico è un problema di qualcun altro, spetta sicuramente a qualcun altro risolverlo. Ma la brutale verità è che sulla Terra ci siamo proprio noi e non qualcun altro. Anzi, in tutto l’universo ci siamo solo noi. Perché, anche se le dimensioni dell’universo sono così vaste da risultarci incomprensibili, non abbiamo ancora trovato alcun segnale di vita al di fuori della Terra. Quindi, che sia colpa nostra o meno (spoiler alert: sì, è colpa nostra!), spetta certamente a noi e solo a noi fare qualcosa. Ma il nostro attuale atteggiamento è l’equivalente cosmico del chiudere gli occhi quando si sta andando troppo veloci in discesa con la bicicletta.
Il clima non ha bisogno di un passaporto
Sono stato uno dei pochi artisti presenti alla Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici che si è tenuta nel 2021 a Glasgow. Se a questo si aggiunge il fatto che ho un’interessante storia personale quanto a identità nazionale e senso patriottico, dal momento che sono un cittadino americano nato in Australia e cresciuto in Irlanda del Nord, si capisce come mi sia sembrato strano che molti leader mondiali si fossero presentati al tavolo dei negoziati sul clima globale avendo a cuore solo gli interessi del proprio Paese.
Mi sembra assurdamente miope prendere in considerazione solo ciò che accade all’interno di una singola area delimitata da linee immaginarie riconosciute solo dagli esseri umani. Il nostro pianeta è un unico, gigantesco super-sistema. Tutto ciò che accade, ovunque accada, ha ripercussioni in ogni altro luogo. Pensare di poter proteggere un singolo Paese grazie a leggi ambientali relative solo a quel Paese è come prevedere un’area fumatori all’interno di un aereo.
Ma l’Intelligenza Artificiale è un aiuto per chi?
In qualità di artista con dei trascorsi da illustratore commerciale, percepisco come intorno a me molte persone siano spaventate dal fatto che l’Intelligenza Artificiale possa rubare loro il lavoro. Penso però che stiamo osservando l’intera questione da un punto di vista sbagliato, per non dire che in queste paure non c’è nulla di vero. Innanzitutto, l’Intelligenza Artificiale è stata chiamata erroneamente così, visto che non è artificiale, né intelligente. Mio padre, che è stato per tutta la vita un educatore, ha sempre affermato che la vera intelligenza risiede nell’essere curiosi. Il fatto di ricordare molte cose dimostra semplicemente che si ha una buona memoria e non che si è intelligenti.
Quello che abbiamo nel caso dell’IA è un algoritmo molto reale e molto potente che è capace di riconoscere dei pattern. Certo, può essere utile. E, sì, sostituirà alcuni lavoratori in specifiche mansioni. Proprio come è avvenuto ai fabbricanti di ferri di cavallo che hanno perso il lavoro a causa dell’invenzione dell’automobile. Ma faremo quello che abbiamo sempre fatto: ci adatteremo. Per quanto riguarda l’attività artistica, l’IA non può avere una voce unica come ce l’abbiano noi umani.
Eppure, sono consapevole del fatto che in questa discussione intorno all’IA l’attenzione si concentri proprio sul mondo della creatività, che è la più umana delle caratteristiche. Si parla poco invece dell’IA che paga le tasse o che aiuta a far quadrare i bilanci. Questo mi fa pensare che riguardo all’IA bisognerebbe avviare una conversazione più necessaria: potrebbe forse rivelarsi un gioco per i ricchi e una sostituzione per il resto di noi?
© 2024 THE NEW YORK TIMES COMPANY AND OLIVER JEFFERS
Questo è un articolo del nuovo numero di Linkiesta Magazine, con gli articoli di World Review del New York Times. Si può comprare, qui sullo store, con spese di spedizione incluse. O in edicola a Milano e Roma e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia dal 28 dicembre.