Adattarsi al cambiamento climatico, oggi, significa anche assicurarsi contro gli eventi meteorologici estremi, sempre più violenti e frequenti in ogni angolo del mondo. Nel 2024, secondo Legambiente, i disastri naturali in Italia sono aumentati del 485 per cento rispetto al 2015. Per il terzo anno consecutivo ci sono stati oltre trecento eventi estremi, concentrati soprattutto in Emilia-Romagna, Lombardia, Sicilia, Veneto e Piemonte.
Il tema delle cosiddette “assicurazioni climatiche” è molto delicato: le aziende devono sviluppare un approccio proattivo alla gestione del rischio, ma la politica non può scaricare totalmente il peso dell’inazione ambientale sui cittadini comuni. In Italia, per dire, il Piano nazionale di adattamento al cambiamento climatico (Pnacc) non è ancora stato implementato.
Nella speranza di ridurre la dipendenza delle imprese dai fondi pubblici in caso di disastri naturali, il governo di Giorgia Meloni ha inserito nella Legge di bilancio 2024 l’obbligo per le aziende di assicurarsi contro gli eventi meteorologici estremi. Le polizze dovranno coprire terreni, fabbricati, macchinari e attrezzature commerciali e industriali. La scadenza per adeguarsi era originariamente programmata al 31 dicembre 2024, poi è stata posticipata al 31 marzo, e settimana scorsa è arrivata una nuova proroga.
L’obbligo di assicurarsi contro i disastri naturali è stato rinviato attraverso un decreto-legge approvato venerdì 28 marzo. Le medie imprese avranno tempo fino al 1° ottobre 2025 per firmare, pagando di tasca propria, una polizza ad hoc per proteggersi da alluvioni, frane, tempeste e terremoti, mentre le piccole e micro imprese dovranno adeguarsi entro il 31 dicembre 2025. Per le grandi aziende resta la data del 1° aprile, ma fino al 30 giugno è prevista un’esenzione dalle sanzioni.
Il mancato adempimento dell’obbligo assicurativo impatterà sull’assegnazione di contributi, sulle sovvenzioni e sulle agevolazioni. Secondo Sauro Mostarda, Ceo dell’insurtech italiana Lokky, «in caso di calamità naturale un’impresa priva di copertura assicurativa potrebbe anche non ricevere aiuti pubblici». Il tema delle sanzioni è però stato presentato in modo molto vago da parte del governo: probabilmente arriveranno dei chiarimenti in un disegno di legge specifico.
Un’impresa senza un’adeguata copertura assicurativa contro eventi catastrofali, prosegue Mostarda, «potrebbe incontrare maggiore difficoltà nell’ottenere un mutuo da un istituto di credito, dal momento che potrebbe non essere in grado di sostenere le spese necessarie per riprendere la produzione in seguito a un evento climatico compromettente. Questo problema è particolarmente rilevante per le Pmi, che hanno un capitale più limitato rispetto alle grandi imprese, solitamente più propense ad assicurarsi anche in assenza di un obbligo».
È ancora presto per determinare con precisione l’ammontare delle polizze assicurative contro i disastri naturali. Ma un report del centro studi di Unimpresa – la confederazione generale che rappresenta micro, piccole e medie imprese attive nei settori primario, secondario e terziario – ha pubblicato alcune stime preliminari che permettono di inquadrare meglio l’impatto sulle realtà più contenute.
Una Pmi di 15 dipendenti che opera in uno spazio di 500 metri quadrati, si legge nel report, potrebbe pagare tra i 1.500 e i 3mila euro l’anno se situata in un’area a basso rischio; dai 3mila ai 6mila euro in una zona a medio rischio; tra i 6mila e i 12mila euro in una zona ad alto rischio. Per le aziende più grandi con più stabilimenti, invece, la spesa annua potrebbe superare quota 30mila euro.

Il premio assicurativo, sottolinea Sauro Mostarda, «viene calcolato in base al rischio considerando l’ubicazione geografica e la vulnerabilità dei beni assicurati, oltre alle misure di prevenzione adottate dall’impresa». Per evitare premi assicurativi eccessivi, le aziende dovranno effettuare una valutazione accurata del proprio livello di esposizione. Tuttavia, non tutte le imprese hanno la stessa sensibilità nella gestione del rischio, motivo per cui il governo dovrebbe promuovere una massiccia campagna informativa.
In più, scrive Unimpresa, «è necessario prevedere incentivi fiscali e tariffe calmierate per mitigare l’impatto economico su queste realtà, particolarmente vulnerabili agli aumenti dei costi operativi».
Secondo l’Eiopa, l’Autorità europea delle assicurazioni e delle pensioni aziendali e professionali, l’Italia è assieme alla Grecia il Paese dell’Unione europea con il più alto gap di protezione assicurativa dalle catastrofi naturali. «Questi due Paesi presentano rischi elevati e una penetrazione assicurativa molto bassa», sottolinea l’organismo dell’Ue con sede a Francoforte. Inoltre, siamo al venticinquesimo posto tra i Paesi Ocse per i premi assicurativi nel “ramo danni”. La strada, insomma, è ancora lunga.