L’acqua delle piscine che trabocca dai tetti dei grattacieli di Bangkok, le testimonianze dei turisti in allarme, i consigli di viaggio per gli occidentali in Thailandia. Sui social media europei, la narrazione dominante sta spesso sottovalutando le sofferenze delle vere vittime del terremoto di venerdì scorso, ossia le comunità locali del Myanmar, un Paese già in ginocchio a causa della guerra civile innescata dal colpo di stato militare del febbraio 2021.
Il 28 marzo, un terremoto di magnitudo 7.7 – 44.700 volte più potente rispetto al sisma del 13 marzo ai Campi Flegrei, per rendere l’idea – ha sorpreso lo Stato del sud-est asiatico verso l’ora di pranzo, quando in Italia erano più o meno le 7:20 del mattino. L’epicentro si è verificato a circa sedici chilometri a nord-ovest di Sagaing, nel centro del Paese. Il sisma, che ha avuto origine a dieci chilometri di profondità, ha provocato danni anche in Thailandia (almeno diciotto morti) e nella Cina sudoccidentale, ma il Myanmar è stato inevitabilmente il Paese più colpito. Anche dalle scosse di assestamento.
La frattura lungo la faglia è durata novanta secondi e, scrive l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), «ha attivato una sezione di circa duecento chilometri della Sagaing Fault, una delle faglie attive e sismicamente più pericolose del sud-est asiatico». Tra il 1929 e il 1931 nella zona si erano già verificate scosse superiori a 7: «Questo ci fa pensare che si possa verificare il fenomeno dei terremoti a cascata», dice a SkyTg24 Lucia Margheriti, direttrice dell’Ingv.
Secondo Ranieri Sabatucci, ambasciatore dell’Unione europea in Myanmar, le stime realizzate partendo dalle immagini satellitari mostrano che i decessi rischiano di superare quota diecimila. L’Ue ha finora stanziato solo 2,5 milioni per aiutare il Paese a fronteggiare l’emergenza. Al momento, i bilanci della giunta militare parlano di più di duemila morti e tremila feriti, ma è difficilissimo stabilire numeri certi perché ci vorranno settimane, se non mesi, per terminare le ricerche tra le macerie.
Il motivo principale riguarda le difficoltà nelle operazioni di soccorso, condotte senza risorse (economiche e umane) adeguate e con metodi rudimentali. La situazione è resa ancora più complessa dalle temperature, spesso superiori ai quaranta gradi centigradi, che stanno accelerando i processi di decomposizione dei cadaveri. Gli inviati dell’Associated press (Ap) a Mandalay, città sotto il controllo della giunta militare, scrivono che «l’odore dei corpi in putrefazione» sta invadendo le strade della metropoli, mentre le persone continuano a scavare incessantemente tra i resti degli edifici crollati (tremila in tutto il Paese).

I soccorsi sono ostacolati dai danni alle infrastrutture, tra strade interrotte da enormi crateri e ponti sbriciolati nei fiumi a causa della potenza del sisma. Il territorio del Myanmar è spartito tra la giunta militare, i gruppi etnici armati e le milizie anti-giunta, il che complica ulteriormente l’organizzazione delle operazioni e lo stanziamento di risorse economiche sufficienti.
In molte zone, la ricerca dei dispersi è in mano a cittadini privi di competenze e attrezzature adeguate. Ci sono persone che stanno spostando le macerie senza nemmeno un paio di guanti. Gli escavatori sono una rarità, così come tutti i macchinari che siamo abituati a vedere negli Stati più ricchi. «Stiamo notando principalmente volontari locali, persone del posto che stanno solo cercando di trovare i propri cari», ha detto Cara Bragg, responsabile della sede in Myanmar dell’ong umanitaria Catholic relief services (Crs), in un’intervista all’Ap.
Secondo Bragg, i dati sui morti e i feriti pubblicati finora sono «aneddotici» perché le «centinaia di segnalazioni» di persone intrappolate stanno arrivando da aree molto distanti. Una fonte anonima, citata dall’agenzia di stampa Myanmar Now, ha detto che tra sabato e domenica a Mandalay sono stati trattati più di cinquecento cadaveri: un ritmo insostenibile per i forni crematori della seconda città più grande del Myanmar.
Bragg ha poi parlato di ospedali in affanno e di una grave carenza di forniture mediche confermata anche dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che ha lanciato un appello per trovare urgentemente otto milioni di dollari di aiuti per «fornire cure traumatologiche salvavita, prevenire epidemie e ripristinare i servizi sanitari essenziali nei prossimi trenta giorni». India, Cina, Russia, Singapore e Malesia stanno inviando medici e soccorritori, farmaci, sacche di sangue, generatori elettrici e forniture alimentari, ma l’entità del disastro richiederebbe uno sforzo su scala internazionale. In più, i danni alle reti elettriche hanno interrotto le telecomunicazioni nelle zone rurali, al momento irraggiungibili dai soccorsi.
I gruppi dissidenti controllano soprattutto le campagne e le zone più remote del Paese, che già prima del terremoto vivevano in uno stato di isolamento quasi totale: accesso a internet limitato, elettricità a singhiozzo e libertà di stampa non contemplata. Tra venerdì e sabato l’esercito ha continuato a bombardare i ribelli, ma il governo di unità nazionale ha poi annunciato che la Forza di difesa del popolo (Pdf) – la sua ala armata – interromperà le operazioni militari per due settimane nelle aree più colpite dal sisma, con l’obiettivo di facilitare i soccorsi. Il cessate il fuoco è però unilaterale, quindi i disordini sono destinati a proseguire.
C’è poi un’altra ombra che incombe sul Myanmar: la stagione dei monsoni, che in genere si verifica tra maggio e settembre. «È dietro l’angolo. E prima di allora servirà un riparo per le persone che non hanno più un tetto», ha detto Paolo Felice, capo missione di Fondazione Cesvi a Yangon, in un’intervista rilasciata a Giusi Fasano del Corriere della Sera. Sebbene il rapporto tra piogge e cambiamento climatico sia complesso da mettere nero su bianco, l’Ipcc ha più volte sottolineato come il riscaldamento globale stia già intensificando le precipitazioni monsoniche estive: potrebbero aumentare del cinque per cento, stando agli attuali modelli climatici.

Secondo il Climate risk index 2025, il Myanmar è stato il quarto Paese al mondo più colpito dagli eventi meteorologici estremi – in aumento a causa del cambiamento climatico – nel periodo tra il 1993 e il 2022. L’ex colonia britannica deve ancora lasciarsi alle spalle la devastazione del tifone Yagi, che nel settembre 2024 ha causato centinaia di morti (non esistono bilanci ufficiali e universalmente condivisi, ma tutti superano quota duecento), più di duecentomila sfollati e danni agricoli ancora difficili da calcolare.
Sulla sismicità legata al clima, invece, la scienza è ancora molto prudente, anche se alcuni studi hanno ipotizzato una relazione tra l’innalzamento del livello del mare (una delle conseguenze più note del cambiamento climatico) e i terremoti.