
Lo si può intuire osservando i migranti con le biciclette e le sacche dei tanti brand di food delivery sui treni dei pendolari del Nord Italia o la crescita del traffico sulle strade delle province limitrofe all’Area metropolitana di Milano, così come l’aumento dei viaggiatori in linee ferroviarie periferiche della pianura padana, nel pavese. La transizione economica, sociale, demografica dell’Italia si sta declinando in un modo forse inaspettato, perlomeno nelle regioni settentrionali. C’è un ritorno alla provincia, dopo anni di concentrazione della popolazione nelle metropoli. È evidentissimo negli ultimi dati dell’Istat, che mostrano una netta inversione di tendenza nelle dinamiche demografiche: nel 2024 a registrare il maggiore aumento degli abitanti è stata la provincia di Pavia, dove la popolazione è cresciuta del 6,4 per mille, numeri record, difficili da vedere dopo la crisi economica del 2008/09 e superati, nello scorso decennio, solo dalla provincia di Milano, guarda caso.
Sembrava essere ormai un trend affermato quello della Milano pigliatutto, che assorbiva migranti e lavoratori da tutta Italia e anche dall’estero, mentre la provincia si svuotava e il resto del Paese perdeva abitanti. Non è più così, l’aumento del 7,4 e del 4,7 per mille della popolazione del milanese nel 2014 e nel 2019 è diventato nel 2024 uno striminzito +0,7 per mille, inferiore a quello registrato nelle province più o meno vicine, come Bergamo, Brescia, Lodi, ma anche Piacenza, che è la seconda in Italia per crescita degli abitanti, con un progresso del 4,7 per mille, dopo quella di Pavia, se escludiamo Ragusa, isola felice della Sicilia. Poi vengono Lodi, appunto, e Reggio Emilia, mentre tornano in positivo anche quelle aree del Piemonte che per almeno un decennio sono state in profondo rosso.
Dati Istat, dati per mille abitanti
No, non c’è stata una ripresa delle nascite, tutt’altro, da questo punto di vista va sempre peggio, nel 2024 persino l’Alto Adige, l’unica area che vedeva più nascite che morti, è stata a crescita zero, mentre il resto d’Italia è sempre più in negativo. Nessuna inversione di tendenza qui, con le province meno densamente popolate e le aree rurali che mostrano i dati più negativi.
Dati Istat, dati per mille abitanti
A essere ripreso, invece, è stato l’afflusso di immigrati, che è tornato a valori non lontani da quelli di quindici o sedici anni fa, ma se nel 2009, per esempio, erano le aree del Lazio, della Toscana e dell’Emilia-Romagna a essere in testa per tasso migratorio, oggi c’è proprio la provincia di Pavia al primo posto, con un dato del 13,5 per mille, seguita da quella di Alessandria e Piacenza e poi dalla Valle d’Aosta, dal vercellese, dal ferrarese. Quella di Milano, con un tasso del 3,9 per mille, è, invece, tra le peggiori del Nord, dopo Vicenza, Treviso e Bolzano.
Dati Istat, dati per mille abitanti
A trainare questi numeri c’è certamente l’immigrazione dall’estero, che l’anno scorso è cresciuta per l’arrivo di molti bengalesi, albanesi, ucraini e marocchini, ma anche quella interna, che tanto è stata importante nella storia economica e sociale dell’Italia e che ha ancora un fortissimo peso. Nel tempo però è mutata, l’anno scorso la provincia di Milano è stata l’unica del Nord a vedere un tasso negativo, ovvero sono stati di più coloro che se ne sono andati in altre aree del Paese di quelli che sono arrivati. Era già successo nel 2009, ma allora a vedere il segno meno erano state anche altre aree del Settentrione. Ora il tasso negativo dell’1,9 per mille contrasta con quello positivo del 5,5 per mille della provincia di Pavia e degno di nota è anche il +3,9 per mille dell’alessandrino.
Dati Istat, dati per mille abitanti
Dopo gli anni d’oro dello scorso decennio, ora Milano e la sua provincia perdono abitanti verso le province circostanti, che attirano abitanti alla ricerca di affitti e prezzi delle case più abbordabili. Tra questi nuovi residenti molti sono stranieri, che poi lavorano nella metropoli lombarda come i tanti pendolari che affollano i treni del mattino e della sera e le strade dell’hinterland.
Il ritorno dei flussi migratori, saliti in Italia del 4,1 per mille nel 2024, molto più dello 0,7 per mille prepandemico, ha interessato di nuovo soprattutto il Nord, come era largamente prevedibile, ma se una volta riguardava un po’ tutte le province settentrionali, oggi in parte trascura il milanese. Nel frattempo il bilancio tra nascite e morti è molto peggiorato ovunque, anche a Milano.
Dati Istat, dati per mille abitanti
Tuttavia proprio in alcune aree che si credeva destinate al definitivo declino demografico in dieci anni l’inaspettato aumento degli immigrati dall’estero e dal resto del Paese è riuscito a più che compensare il crollo delle nascite. Tra il 2014 e il 2024 il tasso migratorio con l’estero è salito nel piacentino dallo 0,5 al 7,3 per mille, nell’alessandrino dallo 0,8 al sette per mille, mentre quello interno più che triplicava. Una tendenza simile si è vista nel pavese.
Dati Istat, dati per mille abitanti
Insomma, l’anno scorso è stata molto più evidente in passato, quando di fatto non c’era, una correlazione inversa tra la crescita naturale e l’attrattività verso stranieri e italiani del resto del Paese. È come se sia in atto una grande compensazione, almeno al Nord: laddove le morti superano di più le nascite e, si presume, abitazioni e affitti sono maggiormente a buon mercato, lì ci si trasferisce di più.
Dati Istat, dati per mille abitanti, colore proporzionale all’indice di vecchiaia, dimensioni proporzionali alla popolazione
È un fenomeno che sta aiutando a limitare gli effetti del declino demografico italiano: in queste province interessate da una rinnovata crescita degli abitanti i nuovi arrivati stanno facendo diminuire il rapporto tra la popolazione non attiva e quella attiva, tra cui ci sono tanti lavoratori immigrati e neo-pendolari. Questo effetto involontario dell’aumento dei costi delle metropoli rappresenti una boccata d’ossigeno per molte aree di provincia che sembravano sulla strada dello spopolamento. Più giovani famiglie e più lavoratori significano anche la possibilità di una ripresa economica, sempre che non manchino servizi e trasporti efficienti e collegamenti con le metropoli, cosa spesso molto dubbia.
Tuttavia l’immigrazione interna è a somma zero, se cresce da qualche parte è perché altre aree si spopolano più velocemente, di solido al Sud, e quella estera, checché ne dica chi paventa la «sostituzione etnica», ha dei limiti, sia perché l’Italia è meno attrattiva di altri Paesi europei, sia perché anche nel Sud del Mondo diminuisce la fecondità. A non avere dei limiti è la denatalità, senza cambiamenti all’orizzonte il destino demografico italiano sembra segnato, sia nelle metropoli che in provincia. I trasferimenti da una all’altra di queste ultime possono solo rimandare gli effetti della discesa.