Vocazione itinerantePiazze, androni, marciapiedi e perfino scale della metropolitana: un racconto nomade in città

Il progetto Nomadic Woak è una dichiarazione d’amore per i luoghi che abitiamo. Un invito a viaggiare con la mente e perdersi ovunque, anche in metro. Ma per farlo bisogna uscire dagli schemi, e lasciarsi guidare dalla curiosità

Nomadic Woak. Ph Luca Caizzi

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Un cross-over di idee e stili, frutto di ispirazioni (anche geografiche) differenti, che prendono forma e si traducono in oggetti di legno. È la storia di Woak, azienda bosniaca specializzata in collezioni in legno massiccio (in particolare rovere e noce) per l’interior, protagonista del progetto fotografico Nomadic Woak, ideato da àr/ò Studio in collaborazione con il fotografo Luca Caizzi. L’idea è che i singoli oggetti vengano ricollocati nei luoghi in cui sono stati creati e che, anziché rimanere chiusi negli atelier, creino un dialogo con i pattern, gli scorci e le atmosfere uniche di ogni città. Elementi che questi oggetti hanno inevitabilmente assorbito.

Nomadic Woak, Constance Guisset. Ph. Luca Caizzi

«Per un’azienda fondata in Bosnia, al confine con la Serbia, distante dagli epicentri tradizionali del design europeo, non era facile affermarsi con una propria identità. L’apertura e la curiosità della famiglia Woak invece ci ha permesso di muoverci in un panorama cosmopolita di creativi, coinvolti nel processo ma lasciati liberi di esprimersi. Il risultato sono collezioni nelle quali convivono, ben accostati, tanti linguaggi differenti», spiega Raquel Pacchini che, con Andrea Steidl ha fondato /àr-o/ studio, lo studio milanese responsabile della direzione artistica di Woak dal 2019.

Nasce proprio da qui il progetto Nomadic Woak, che continuerà per tutto il 2025, un reportage firmato da Luca Caizzi che colloca ogni oggetto nel contesto in cui è stato creato, portandolo nelle piazze, negli androni dei palazzi, su un marciapiede e perfino sulle scale della metropolitana. E allora ecco Peter Gregson e Zoran Jedrejčić a Belgrado e Novi Sad nel nord della Serbia, Enrica Cavarzan e Marco Zavagn dello Studio Zaven a Venezia, Costance Guisset a Parigi, Francesco Faccin e àr/ò Studio a Milano, comporre un racconto per immagini che svela gli angoli quotidiani e familiari, tra i quartieri meno turistici, ma anche i corpi (quasi una “firma”) che, con la loro presenza, omaggiano una città, permettendoci di scavare nel misterioso processo identitario che lega ciascuno di noi al luogo in cui vive. «Amo vedere i miei oggetti in ambienti insoliti: gioco molto con le forme organiche e in passato ho provato a portare mobili da interno in contesti naturali, come la spiaggia», racconta Constance Guisset, che a Parigi si occupa di design, scenografia e video.

Nomadic Woak, àr-o studio. Ph Luca Caizzi

«Ma è stato molto interessante anche vedere questi pezzi in un ambiente urbano: ne esalta la sensazione di morbidezza, di fluidità, come fossero piante cresciute dal marciapiede. Mi piace questa sensazione di ibridazione». Per Zoran Jedrejčić, designer croato che, dopo aver collaborato per sette anni con Ettore Sottsass, oggi ha uno studio a Belgrado, la città invece entra fortemente nel processo creativo. «Belgrado è piena di vita, un mix di Oriente e Occidente, estrema negli atteggiamenti, nell’architettura, nel traffico e nello stile di vita, aperta e conservatrice allo stesso tempo, piena di architettura ottomana, austriaca e brutalista. E, naturalmente, ha lasciato un segno nel mio linguaggio e nelle mie visioni del design, proprio come Milano, dove ho vissuto per circa quindici anni. Io considero ogni mio progetto una sorta di micro-architettura, con la sua dignità e ragione di esistenza che dovrebbe adattarsi al contesto più ampio di uno spazio». 

Aggiunge Adrea Steidl: «Un creativo vive e lavora immerso in un contesto preciso e gli stimoli visivi che assorbe ogni giorno non possono che contaminare il suo processo creativo. Un’ispirazione che si stratifica nel tempo. Portare all’aperto una sedia o un comodino è come restituire un prodotto all’ambiente che ha nutrito la sua generazione e, allo stesso tempo, ci obbliga a guardarlo in modo giocoso – grazie al contrasto attraente ma non glamour (cosa che assolutamente non volevamo)  che si crea quando collochiamo un oggetto fuori dal suo contesto abituale» conclude. A patto di muoversi senza sovrastrutture, con la curiosità di un bambino.

Nomadic Woak, Constance Guisset. Ph Luca Caizzi

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