L’ultimo inaugurato in Italia è della catena olandese “The Social Hub” (diciannove strutture in Europa, tre in Italia), in zona Belfiore, quartiere di san Jacopino, di Firenze (dove nel 2028 sarà inaugurata la stazione dell’Alta Velocità), che ha suscitato vivaci proteste tra i fiorentini. Per le dimensioni fuori scala rispetto agli standard (ottantacinquemila metri quadrati su nove piani con cinquecentocinquanta camere, palestra, piscina, lavanderia, ristoranti, un coworking da cinquemila posti, il più grande della Toscana, e un giardino pensile di settemila metri quadrati disegnato dal paesaggista Antonio Perazzi) e per i costi (quelli di un hotel, a partire da novecentoventi euro al mese).

Ma è solo la punta di un iceberg: studentati di nuova concezione stanno sorgendo un po’ ovunque tra Milano, Bologna, Torino, Padova e Roma (fanalino di coda il Sud). Lo conferma l’ultimo report di Scenari Immobiliari: da settore di nicchia, lo student housing oggi assorbe il quarantacinque per cento degli investimenti immobiliari del nostro Paese, con più del settanta per cento dei capitali di origine straniera. Stando alle previsioni: gli ottantacinquemila posti letto di oggi saranno centomila nel giro di due anni. Un trend collaudato nel resto del mondo. Parliamo di edifici a risparmio energetico, superconnessi e pensati per offrire un’atmosfera “easy” e “giovane”, qualunque cosa voglia dire.
Ci sono la palestra, il cortile con le lucine, il bar, il ristorante (nel Social Hub di Firenze ne ha addirittura tre), le aree comuni dove studiare, altre per giocare a calciobalilla o partecipare ai party organizzati dalla struttura. E – naturalmente – il servizio di security. Luoghi lontanissimi dalle soluzioni fai da te di appartamenti in condivisione dove si litiga per il bagno, le pulizie o l’acqua calda. Ma, va detto, anche luoghi dall’aria un po’ “acrilica” e standardizzata (spazi, arredi, colori e materiali sono gli stessi dappertutto: in Italia come in Spagna, Olanda o Stati Uniti).

Un modello standard. «Storicamente le città sono sempre state modellate dalle forze finanziarie e i dormitori per studenti non fanno eccezione. Il loro sviluppo degli ultimi anni è frutto di analisi di mercato e modelli di investimento che danno priorità al rendimento più che all’offerta di esperienze significative per gli studenti» chiarisce Eva Franch i Gilabert, architetta, curatrice e docente negli USA e a Shanghai, con studi a Barcellona, Praga e New York (e, da maggio, alla diciannovesima Biennale di Architettura di Venezia con il suo lavoro di “geoingegneria vernacolare” “The Storm”).
«Puoi decorare le pareti con scritte come “This is were the fun stuff happens”, “Enjoy” o “Relax”, ma non farai che evidenziare quanto questi spazi siano poco ispirati, come qualcuno che ti dice di «comportarti in modo naturale», rendendo l’atto stesso innaturale. Qui le esigenze culturali e sociali sono monetizzate e trasformate in servizi che attraggono i genitori disposti a pagare per il comfort dei propri figli, rafforzando l’omogeneizzazione di classe piuttosto che promuovere comunità diverse».
In molti casi, pur trattandosi di luoghi frequentati da studenti di tutto il mondo, sono bolle sociali scollegate dal territorio. «In questi anni stiamo assistendo alla turisticizzazione delle città, alla banalizzazione del viaggio e alla commercializzazione della vita come esperienza. Sembriamo più interessati alla narrazione di un’esperienza, a una sua versione edulcorata e altamente curata, piuttosto che a immergerci nella realtà di un luogo. Anche gli hotel funzionano in modo simile, ed è vero che, quando si viaggia o si studia all’estero, a volte è bello ritrovare dei comfort familiari, un po’ come nella visione di Conrad Hilton per la sua catena alberghiera nata per creare tante “piccole Americhe all’estero”. Ma gli alloggi per studenti non dovrebbero essere solo un posto in cui vivere. Dovrebbero essere uno “spazio trasformativo”».

Nuove idee. «Se rompiamo il ciclo di esclusività e isolamento, possiamo creare un modello di vita studentesca più diversificato, arricchente e socialmente impattante». Per riuscirci, continua Eva Franch i Gilabert, occorre uscire dagli schemi. «Un approccio più visionario alla pianificazione urbana e allo sviluppo immobiliare, che abbracci creatività e responsabilità sociale, potrebbe sbloccare molte possibilità. Le residenze studentesche potrebbero fungere da spazi dinamici e integrativi che arricchiscono sia i loro residenti sia la città in generale in molte forme diverse: alloggi ad uso misto che incoraggiano l’interazione tra studenti e residenti a lungo termine, spazi di co-living che promuovono la collaborazione interdisciplinare o modelli finanziari che danno priorità all’accessibilità. In definitiva, possiamo reimmaginare gli studentati come motori di eccellenza sociale, luoghi in cui prosperano diversità, innovazione e impegno della comunità».
Due esempi internazionali. Con diciotto strutture aperte in Europa, soprattutto tra Spagna e Portogallo, Nido Living è una delle realtà più interessanti dello student housing che, pochi giorni fa, ha inaugurato il suo terzo residence per studenti a Madrid, la regione della Spagna che conta più di centomila studenti provenienti da fuori provincia e il maggior numero di spazi residenziali (il ventuno per cento del totale di tutto il Paese). Il nuovissimo Nido Plaza Castilla offre centosettantasette posti letto (che si aggiungono agli altri 5.167 in tutta la Spagna) in un edificio di sei piani, con aree studio, spazi di co-working, palestra, aree ricreative, un ristorante “Do Eat”, aree sociali, Wi-Fi ad alta velocità, lavanderia, una terrazza panoramica con piscina e un servizio di sicurezza e reception 24 ore su 24. Il prezzo? Da milleduecento a milleseicento euro al mese.
All’opposto, il Kresge College di Santa Barbara, uno studentato il cui progetto è stato firmato nel 1971 da Charles Moore e William Turnbull in una foresta di sequoie della California del Nord, per mettere in pratica la democrazia partecipativa e testare nuovi modi di vivere e imparare dopo gli interventi del 2023 dello Studio internazionale di architettura Gang (con sedi a Chicago, San Francisco, New York e Parigi) è stato ampliato espandendo il campus, gli edifici residenziali e quello accademico. Aggiunte di spazi aperti e accoglienti che, cinquant’anni dopo, hanno permesso allo studio Gang di riattivare il campus rendendolo meno rivolto verso l’interno.

Due esempi italiani (e mezzo). Una formula accessibile (e green) è quella proposta dalla piattaforma Joivy che nel nostro Paese, nelle sue dieci strutture sparse in otto città, offre diverse formule di residenza convenzionata per studenti e professionisti: coliving, microliving, vacation, student housing, multifamily e coworking. Riuscendo a contenere i prezzi: dai cinquecento euro al mese di Como e Parma ai seicentotrentotto euro al mese di Milano (con cucina comune, bagno personale, sala cinema, aree studio, zone relax e palestra inclusi nella retta). «Nella gran parte dei casi non costruiamo ma puntiamo sulla rigenerazione di immobili già esistenti, utilizzando materiale certificato e sostenibile: siamo il primo student housing con certificazione green. Poi, anche se ognuno ha la sua stanza, alimentiamo il concetto di community, anche con momenti come le feste di benvenuto e di saluto finale, organizzati dagli stessi ragazzi» spiega Federico Galardi, general manager Italia di Joivy, la società che ha appena inaugurato lo studentato Lepontina, nel cuore del quartiere isola di Milano: centoventi posti letto a poco più di seicento euro al mese e un servizio Amazon Locker a comparti refrigerati. «Gli studenti possono ordinare la spesa (magari in una delle cooperative sociali attive in un raggio di quindici km da Milano con cui collaboriamo) e ritirarla la sera quando tornano a casa.
Un’idea semplice ma utile, che nasce da un’attenta analisi dei bisogni dei ragazzi, preliminare ai nostri progetti di rigenerazione. Nello studentato di Trieste, per esempio, offriamo un servizio che mette in rete le aziende locali alle start up universitarie». Se la direzione è permettere una dimensione comunitaria, collettiva, all’interno di spazi prima inaccessibili e ora fruibili, tra gli architetti italiani più sensibili al tema, (progettista di numerose scuole, edifici pubblici e studentati in tutto il mondo, tra cui il recente complesso di Asnières-sur-Seine, situato sul Quais de Seine, vicino ai trasporti, ai negozi e a Parigi, un complesso immobiliare con una residenza studentesca di duecentosettantatré camere situate in due edifici separati oltre che autore della ricerca Scuola Social Impact) è Alfonso Femia, fondatore dell’Atelier Femia di Milano. «Lo studentato “bolla elitaria” nasce da investimenti immobiliari speculativi, mentre l’architettura accogliente per la generazione Zeta, quella che garantisce prezzi di affitto calmierati, è un progetto virtuoso.

Lo studentato che stiamo sviluppando a Biumo, in provincia di Varese, per esempio, nasce proprio da un grande rispetto della coesione sociale, della relazione intergenerazionale degli abitanti, che passa attraverso il recupero di numerosi edifici dismessi o sottoutilizzati e il ripensamento delle corti, con la valorizzazione di spazi aperti e condivisi. Perché gli studentati sono alloggi temporanei per comunità di giovani che provengono da Paesi e città differenti, hanno abitudini e culture diverse e devono potersi incontrare ed esprimere negli spazi comuni, fondamentali per la ricerca di relazioni empatiche. Ma è altrettanto importante che siano garantiti spazi in cui potersi isolare, di pausa individuale, necessari per l’equilibrio psicologico. Così come è fondamentale che i servizi di collegamento alla sede universitaria e al centro della città siano molto vicini e che lo studentato sia integrato in quartieri con una buona rete commerciale, favorendo l’interazione di gruppi eterogenei di cittadini, per ottenere risultati di mutuo beneficio nel tempo, mitigando così solitudine e isolamento».