È sempre più buia in Ungheria la notte dei diritti e delle libertà individuali dopo il voto parlamentare di lunedì 14 aprile. E, ancora una volta, a partire dai diritti e dalle libertà delle persone Lgbti+. Con centoquaranta voti a favore e ventuno contrari l’Assemblea nazionale ha approvato un emendamento alla Costituzione sì da allinearla alla cosiddetta legge anti-Pride del 18 marzo.
E poco importa se si tratta della quindicesima riforma della Magyarország Alaptörvénye o Legge fondamentale dell’Ungheria nell’arco di appena quattordici anni. Il provvedimento legislativo del 18 marzo ha di fatto vietato l’organizzazione o partecipazione a pubbliche manifestazioni Lgbti+ come le Marce dell’orgoglio o Pride: i trasgressori, che potranno essere identificati dalle forze dell’ordine attraverso l’uso di software per il riconoscimento facciale, rischiano una multa fino a duecentomila fiorini, pari a quasi cinquecento euro.
Il tutto, ed è questo l’aspetto più ributtante, in nome della protezione dei minori. Il richiamo è alla normativa antipedofilia in vigore dall’8 luglio 2021, che, integrando modifiche alle leggi sulla protezione dei minori (31/1997), sulla pubblicità commerciale (48/2008), sui media (185/2010) e sulla scuola (190/2011), «vieta di rendere accessibili a persone di età inferiore ai diciotto anni contenuti pornografici o che ritraggono la sessualità in modo gratuito o che rappresentano e promuovono la divergenza dell’identità [di genere] dal sesso assegnato alla nascita, il cambiamento di sesso e l’omosessualità».
Normativa, che, giova ricordarlo, esemplata sulla falsariga di quella russa del 2013 contro la propaganda omosessuale, era stata subito bollata all’epoca da Ursula von der Leyen come «vergognosa», in quanto «mette l’omosessualità e il cambio di sesso alla pari con la pornografia», e condannata dal Parlamento europeo con una risoluzione approvata a larghissima maggioranza.
Ed è a Mosca che l’Ungheria si è nuovamente rifatta nell’approvare la legge anti-Pride: vietati ripetutamente a Mosca e a San Pietroburgo, dove quello stanziale del 2010 fu subito interrotto con violenza da agenti della polizia, i Pride sul territorio russo sono diventati ancor più un miraggio dopo che la Corte suprema della Federazione è arrivata a definire estremista un peraltro inesistente «movimento internazionale Lgbti+ e delle sue filiali» e a perseguirne le relative attività con pene carcerarie e pecuniarie.
Secondo Yuri Guaiana, segretario di Certi Diritti e di Lgbti Liberals of Europe, «il governo di Viktor Orbán utilizza la comunità Lgbti+ come capro espiatorio per consolidare il proprio potere, mascherando questa repressione come una misura di protezione dell’infanzia. In realtà, si tratta di un tentativo deliberato di soffocare il dissenso e intimidire chiunque osi opporsi al regime».
Parlando ai nostri microfoni, l’attivista di fama internazionale, che il 17 novembre 2024 è stato eletto co-segretario generale di Ilga World, sottolinea come «le misure identificative e pecuniarie adottate dal governo ungherese minaccino il diritto di manifestare di chiunque dissenta dal governo. Questo dimostra che gli attacchi ai diritti Lgbti+ sono, in realtà, attacchi ai diritti umani di tutti. La vaghezza delle disposizioni legislative mette in discussione le libertà fondamentali di ogni cittadino».
Da qui l’urgenza di un’azione decisa da parte di Bruxelles, «per garantire la possibilità di svolgimento del Pride e difendere i valori fondamentali, su cui si fonda l’Unione europea. È imperativo che l’Ue utilizzi tutti gli strumenti a sua disposizione, per contrastare questa deriva autoritaria e proteggere i diritti umani di tutti i cittadini europei».
Anche secondo l’europarlamentare del Partito democratico Alessandro Zan è necessaria una ferma risposta delle istituzioni europee alla riforma costituzionale orbaniana, che «viola apertamente i principi fondanti dell’Unione», così come «sanciti nei primi articoli dei Trattati sul funzionamento dell’Unione europea». Risposta, che, in primo luogo, dovrebbe arrivare dalla Commissione europea.
È vero che già il 15 aprile, all’indomani della votazione dell’Assemblea nazionale ungherese, si sono registrate – così ancora Zan al nostro giornale – «le dichiarazioni delle portavoce della commissaria all’Uguaglianza Hadja Lahbib sulla difesa della comunità Lgbti+. Ma esse hanno anche parlato della necessità di verificare che cosa è successo. Non c’è molto da verificare: qui bisogna prendere dei provvedimenti. Molto più nette, invece, le dichiarazioni del commissario allo Stato di diritto Michael McGrath».
Per queste ragioni, come comunicato a Linkiesta, il padre del noto quanto sfortunato progetto di legge italiano contro l’omotransfobia, la misoginia e l’abilismo sta «preparando un’interrogazione parlamentare, che sarà sottoscritta da altri colleghi europarlamentari, per avere una risposta formale dalla Commissione europea. Di fronte alla violazione degli accennati principi la Commissione deve intervenire subito e lo può fare con due provvedimenti: l’attivazione dell’articolo sette del Trattato sull’Unione europea, che sospenderebbe i diritti di cui gode l’Ungheria in quanto Stato membro, e la procedura d’infrazione, ossia una multa molto importante».
Non usa mezzi termini sull’ultima modifica della Costituzione magiara il quattro volte sottosegretario di Stato e attuale senatore di Italia Viva Ivan Scalfarotto, per il quale «le decisioni del governo Orbán pongono di fatto Budapest fuori dall’Unione. Le regole sono chiare: non è tollerata la discriminazione e ogni cittadino europeo ha diritto di spostarsi e vivere liberamente e in sicurezza in tutto il territorio dell’Unione; con il voto del Parlamento ungherese sono state violate entrambe. Commissione, Parlamento e Corte di giustizia dicano finalmente basta».
Sulla questione si fa sentire con la sua ben nota parresia e passione anche Carla Antonelli, intervistata da Linkiesta. Per la prima deputata trans eletta in Spagna come componente dell’Assemblea di Madrid e, su designazione dello stesso Parlamento autonomo della capitale iberica, prima senatrice trans alle Cortes Generales «non si tratta di progresso ma di una regressione nei diritti civili e nelle libertà individuali. Inoltre, l’ennesima riforma costituzionale ungherese non è altro che una cortina fumogena per nascondere la miseria di Orbán e dei suoi: sfruttano ripetutamente la comunità Lgbti+ per dipingerla come ultraradicale con politiche a costo zero e creare titoloni dalle enormi ripercussioni mediatiche. Il tutto a scapito della libertà, della dignità e del diritto di essere delle persone gay, lesbiche o bisessuali, ma con particolare ostinazione e odio verso le persone trans».
Punto, quest’ultimo, tutt’altro che secondario, visto che la «riforma comprende anche la disposizione secondo cui possono esistere solo due generi: maschile e femminile. A parte il fatto che l’Ungheria ha già vietato la rettifica di sesso anagrafico alle persone transgender nel 2020».
Le fa eco Cristina Leo, psicologa, attivista trans e componente del direttivo dell’associazione romana Libellula, che spiega come «l’approvato emendamento costituzionale reciti testualmente: «Il sesso di una persona alla nascita è una caratteristica biologica e può essere maschile o femminile».
Si elimina in questo modo il riconoscimento legale per le persone trans e intersessuali. Come attivista transgender credo fermamente che ogni persona abbia il diritto di esprimere la propria identità e celebrare la propria esistenza senza paura di discriminazione o repressione. Di conseguenza, una legge che limita la libertà di espressione delle cittadine e dei cittadini è una legge fascista e non dobbiamo avere paura di dirlo a voce alta».
Anche con il dettato relativo alle persone trans la Costituzione magiara è stata allineata a una precedente norma, quella cui, in realtà, accennava prima Carla Antonelli. Si tratta più precisamente dell’articolo trentatré della cosiddetta legge insalata (salátatörvény), promulgata il 28 maggio 2020 – dunque, in piena emergenza pandemica da Covid19 – dall’allora presidente János Áder.
Il provvedimento ha inserito nel quadro normativo nazionale il dato del sesso di nascita, che definisce permanentemente il genere di una persona «sulla base dei caratteri sessuali primari e sui cromosomi». Ciò significa che il dato anagrafico registrato alla nascita, F (Férfi per uomo) o N (Nő per donna), è immodificabile al pari del nome assegnato, per cui è proscritto quello d’elezione anche in caso di intervento di riassegnazione chirurgica del sesso, ultimamente detto di conferma di genere, o di sola terapia ormonale.
Fortunatamente non mancano segnali di speranza e resistenza, squarci di luce nel buio della notte ungherese dei diritti. A dispetto di tutto, infatti, l’annunciato Pride di Budapest, di cui ricorre quest’anno il trentesimo anniversario d’istituzione, si terrà, come previsto, il prossimo 28 giugno. Una data ben nota per l’alto valore simbolico, visto che proprio un 28 giugno – quello del 1969 – ebbero inizio i Moti di Stonewall, origine e fondamento del contemporaneo movimento Lgbti+.
Su questo punto le associazioni organizzatrici del Pride di Budapest non intendono recedere di un millimetro. Ad apertamente sostenerle Gergely Karácsony, sindaco della capitale ungherese e deputato del partito ecologista di centro-sinistra Párbeszéd Magyarországért, il quale ha confermato in un recente comizio la celebrazione della Marcia dell’orgoglio per il 28 giugno.
Ed è già in atto una grande mobilitazione per la partecipazione da tutta Europa all’evento. Fra gli altri ha già annunciato la sua presenza Alessandro Zan, per il quale «di fronte al dilagare di queste democrazie illiberali bisogna reagire con fermezza. Ecco perché è importante essere il 28 giugno a Budapest, per ribadire che l’Europa deve restare uno spazio di libertà e che non è possibile al suo interno vietare le manifestazioni Lgbti+».
Per Yuri Guaiana, che nel 2016 parlò sul palco del Budapest Pride, per la prima volta installato di fronte al Parlamento, «la determinazione degli organizzatori, dell’opposizione dei liberali di Momentum e dei cittadini ungheresi dimostra che la libertà non può essere soppressa con leggi autoritarie. Da quattro settimane, migliaia di persone scendono in piazza in tutto il Paese, non solo per difendere i diritti della comunità Lgbti+, ma per affermare il valore universale della democrazia e della libertà di espressione. Queste proteste evidenziano che la questione centrale non è solo la difesa dei diritti Lgbti+, ma la salvaguardia della democrazia stessa. Paradossalmente, nel tentativo di vietare il Pride di giugno, Orbán ha provocato una mobilitazione senza precedenti, con manifestazioni settimanali che hanno rafforzato la solidarietà e la determinazione della società civile ungherese. Questo dimostra che la repressione non può soffocare il desiderio di libertà e giustizia».