Elon Musk ha annunciato che ridurrà il tempo trascorso a Washington. A pesare sulla decisione è il crollo del settantuno per cento dei profitti Tesla nel primo trimestre del 2025, ma anche una crescente pressione politica e reputazionale legata al suo ruolo nella macchina amministrativa dell’amministrazione Trump. Il fondatore di Tesla e SpaceX ha dichiarato che continuerà a occuparsi delle attività federali «per uno o due giorni a settimana».
Tesla ha registrato profitti per quattrocentonove milioni di dollari nei primi tre mesi dell’anno, contro gli 1,4 miliardi dello stesso periodo del 2024. Gli utili sarebbero stati ancora più bassi se non fosse stato per i quattrocento milioni guadagnati grazie a interessi su investimenti e i cinquecentonovantacinque milioni derivanti dalla vendita di crediti ambientali ad altri costruttori automobilistici — proprio quelli che l’amministrazione Trump ha promesso di esentare dai limiti sulle emissioni. Le vendite globali del marchio sono scese del tredici per cento rispetto al primo trimestre del 2024 e i margini sono sotto pressione a causa della concorrenza asiatica e dei ritardi nella produzione del nuovo Model Y.
Per Tesla, il rischio è di restare stritolata tra il populismo economico dell’amministrazione e l’evoluzione di un mercato sempre più competitivo. Il Cybertruck, simbolo della virilità futuristica di Musk, è già in calo del cinquanta per cento rispetto al trimestre precedente. L’azienda offre sconti fino a ottomilacinquecento dollari pur di liberarsi dell’invenduto. Il nuovo modello a basso costo annunciato per giugno resta avvolto nel mistero: nessun prototipo, nessun dettaglio tecnico, nessun piano industriale chiaro.
Ma il dato economico è solo una parte del problema. Tesla ha ammesso che il calo della domanda è legato anche al «mutamento del sentimento politico», una formula diplomatica per indicare la crescente impopolarità di Musk tra elettori democratici, indipendenti e una parte del mercato progressista. Il coinvolgimento dell’imprenditore nel Doge, il Dipartimento americano per l’efficienza governativa, ha alimentato proteste in numerose città e generato timori bipartisan per l’accesso ai dati personali da parte dell’apparato federale sotto il suo controllo.
Secondo un sondaggio NBC, il sessantatré per cento degli americani è «molto o abbastanza preoccupato» per la possibilità che Doge possa ottenere accesso a database sensibili come quelli della Social Security o del fisco. E se l’idea di tagliare gli sprechi pubblici gode ancora di una certa popolarità astratta, l’associazione con Musk ha invertito la tendenza: in un solo anno, il suo indice di approvazione è passato da positivo a profondamente negativo tra gli elettori non repubblicani.
Sul fronte economico più ampio, la Casa Bianca ha cercato di rassicurare i mercati all’indomani di un lungo fine settimana turbolento. Dopo giorni di attacchi frontali, il presidente Trump ha dichiarato: «Non ho intenzione di licenziare Jerome Powell». L’annuncio ha spinto i futures azionari in rialzo di quasi il due per cento, anche se le critiche alla politica monetaria della Federal Reserve restano intatte. «Pensiamo che sia il momento perfetto per tagliare i tassi, e ci piacerebbe che il nostro presidente agisse in anticipo, piuttosto che in ritardo», ha detto Trump.
L’equilibrio dei poteri appare sempre più precario. Il presidente continua a minacciare dazi e ritorsioni contro alleati e rivali commerciali, mentre promette «grandi, bellissimi accordi» ancora privi di contorni definiti. La sua gestione muscolare della politica estera si accompagna a una politica interna che privilegia l’annuncio alla sostanza, generando incertezza tanto tra i diplomatici quanto tra gli economisti. Il Fondo Monetario Internazionale ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita globale, citando proprio l’impatto negativo della politica tariffaria americana.
Trump ha intensificato la sua offensiva contro il mondo accademico. Dopo aver minacciato il taglio dei finanziamenti a università giudicate ostili o antipatriottiche, la Columbia ha siglato un accordo con l’amministrazione per evitare la perdita di quattrocento milioni di dollari in fondi federali, mentre Harvard ha annunciato che porterà la questione in tribunale. In parallelo, quattro grandi studi legali hanno impugnato gli ordini esecutivi di Trump davanti ai giudici federali, ottenendo temporanei stop alle sanzioni.
Anche sul piano della politica estera, la strategia di Trump mostra falle preoccupanti. La promessa di porre fine alla guerra in Ucraina in 24 ore è svanita rapidamente: i negoziati sono in stallo e il segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato che gli Stati Uniti potrebbero presto abbandonare il tavolo, se non ci saranno progressi.