Chaotic Customization La personalizzazione estrema promette libertà espressiva, ma ha un (caro) codice estetico da seguire

È iniziata sotto il nome di “Birkinification”: borse cariche di ciondoli, peluche e piccoli oggetti-simbolo, cimeli portatili che tintinnano mentre si cammina. È il suono di un’identità che viene rivendicata a colpi di ninnoli, cantastorie di una ribellione all’omologazione imposta dal minimalismo. Eppure, questa tendenza sembra già essere divenuta preda del digital marketing

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Tutto nasce come un omaggio non troppo velato alla leggendaria it-bag di Hermés e alla sua musa ispiratrice, Jane Birkin, che non si è mai curata troppo di preservarne l’aura di sacralità. Al contrario, amava caricarla di charms trovati chissà dove e piccoli souvenir raccolti nei suoi viaggi, trasformando quella borsa, simbolo del lusso più elitario, in un oggetto vissuto e personale, un diario di pelle e metallo volto a raccogliere memorie e «rumori felici». Ed è questa estetica intima e disordinata che la Gen Z ha recuperato e amplificato fino all’eccesso, estendendola ben oltre il guardaroba, verso ogni oggetto del quotidiano. La Birkinification della propria borsa è stata solo l’inizio di quella che WGSN, piattaforma di trend forecasting, ha ribattezzato “Chaotic Customization”: un movimento che invita alla personalizzazione di capi e accessori senza troppi riguardi verso una coerenza visiva o formale. Anzi, più è disordinata, meglio rende. Dalle borracce Stanley Cup equipaggiate con cura maniacale — complete di fasce portaoggetti per riporre lucidalabbra, auricolari e portamonete, fino a rendere superfluo l’uso della borsa — agli smartphone che, oltre a farsi custodia di prodotti beauty, si trasformano in contenitori di sticker, braccialetti dell’amicizia e mini-giocattoli. In questo scenario si ritagliano uno spazio le note Sonny Angels, bamboline collezionabili che promettono di portare fortuna, così come i riesumati Tamagotchi, che fanno sentire chiamati in causa non pochi Millenial.

Tralasciando la forte componente nostalgica, che ci incatena ancora una volta tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, questa spinta alla personalizzazione estrema si configura come un gesto di ribellione contro il minimalismo che ha imperversato durante l’ascesa del quiet luxury, di cui emergono forti segnali di saturazione. Nonostante queste fazioni convivano ancora nello stesso ecosistema, la parola d’ordine oggi è customizzare, senza esclusione di colpi. Così il bag charming si sovrappone alle borse essenziali e la messy girl aesthetic scardina l’ideale della clean girl. È un modo per tornare a celebrare la creatività e rivendicare il diritto all’espressione individuale. Addio al guardaroba capsula, benvenuto moodboard personale, dove ci si racconta da capo a piedi, senza omissioni. Della serie, «more is more, less is a bore», come direbbe Iris Apfel. Ma più che una corsa all’acquisto, la Chaotic Customization nasce dalla logica di un DIY 2.0, dove si fa “shopping” direttamente nel proprio armadio o persino nei cassetti dell’infanzia, alla ricerca di ciondoli, spille, collane e perline.

Le origini della tendenza si intrecciano in una costellazione di spinte culturali che, come accade sempre più spesso, prendono forma tramite gli hashtag, ormai primi indicatori dei sentimenti collettivi del momento. Due su tutti: #MeCore e #HopeCore. Come spiega Bethany Rider su Jing Daily, si tratta di narrazioni che invitano ad abbracciare una nuova visione di vivere e comunicare. Il primo incoraggia a condividere senza filtri per raccontare chi siamo: libri preferiti, oggetti d’infanzia, vestiti, poster, collezioni random e persino spezzoni di film o serie tv con personaggi che incarnano la nostra vibe personale, spesso con tono autoironico. Un mix caotico e autentico che sembra dichiarare: «Questo sono io nella mia versione più reale, imperfezioni comprese», in barba a ogni estetica patinata e costruita. #HopeCore si inserisce in una dimensione collettiva e ruota attorno a sentimenti di speranza e ottimismo, anche nei momenti più difficili. È un atto di resistenza emotiva: scegliere di vedere il bicchiere mezzo pieno, nonostante tutto, trovando conforto nella semplicità delle piccole cose. Diventa così una risposta condivisa a un panorama globale sfavorevole, segnato dall’emergenza climatica, dalle instabilità geopolitiche e da disuguaglianze economiche sempre più marcate.

In questo contesto la personalizzazione caotica si fa mezzo giocoso per affermare questi concetti. Tutto parte da un semplice gesto: attaccare un charm alla zip di una borsa, decorare con toppe, strass e catene un paio di jeans, trasformare una semplice cravatta in un accessorio gioiello. Rituali creativi che, oltre a celebrare la libertà espressiva, regalano brevi ma intense scariche di dopamina. Sono quei “glimmers” — in italiano “barlumi” — di cui parla la terapeuta Deb Dana su WGSN: «Piccoli momenti di positività capaci di combattere le emozioni negative». Non a caso Jane Birkin stessa soprannominava “happy sound” quei “jingle and jangle” prodotti dal tintinnio dei ciondoli appesi alla sua borsa, colonna sonora di un’identità in movimento.

Fin qui sembrerebbe tutto perfetto. Ma anche la Chaotic Customization comincia a mostrare le sue contraddizioni. Quando tutti personalizzano in modo “caotico”, il caos stesso diventa un nuovo codice estetico e quella che è nata come celebrazione dell’unicità, rischia di appiattirsi in uno stile mainstream di massa, di trasformarsi in uniformità disordinata, anch’essa inghiottita dall’estetica dell’algoritmo. Ed è qui che subentrano i brand: sempre a caccia di nuovi modelli di business, non c’è voluto molto prima che fiutassero il potenziale commerciale di questo fenomeno. È difficile tenere il conto delle opzioni di personalizzazione preconfezionate comparse sul mercato negli ultimi mesi. Una su tutti è la collaborazione tra adidas e la designer neozelandese Karen Walker, culminata da un evento in-store dove i partecipanti hanno potuto customizzare le proprie sneaker con charms creati ad hoc. Un’esperienza sì divertente, ma totalmente guidata dal marketing, dove il vero fai da te svanisce e la libertà creativa diventa un’illusione.

Poi c’è la deriva elitaria: ninnoli proposti a cifre tutt’altro che accessibili, come il portamonete Diet Coke di Anya Hindmarch in vendita a trecentocinquanta euro, o lo scooby-doo griffato Miu Miu che arriva a sfiorare i quattrocento euro. Lo stesso che un tempo creavamo con le nostre mani, intrecciando fili di plastica colorata. Ciondoli che ieri si recuperavano a pochi euro oggi diventano nuovi oggetti di lusso. A tutto questo si affiancano i look “caoticamente perfetti” proposti dai content creator che, dietro un’apparente spontaneità, nascondono ore di styling meticoloso e budget per poche tasche. La Chaotic Customization, dunque, si muove in bilico tra personalizzazione senza vincoli e marketing guidato, tra empowerment individuale e nuova omologazione, tra Diy e luxury hype. Un’estetica dell’eccesso che promette di liberarci dagli schemi stilistici, ma che tende a imprigionarci in nuove forme di consumo e regole estetiche confezionate dalle logiche predittive.

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