Un punto per i tagliagoleLa richiesta di togliere Hamas dalla lista dei gruppi terroristici, e la guerra per procura contro Israele

Una law firm inglese ha depositato un’istanza che chiede al ministero degli Affari Interni del Regno Unito l’espunzione dei fondamentalisti che comandano a Gaza dall’elenco delle organizzazioni terroristiche. Un tentativo di riabilitare dei criminali, ben oltre quello che già avviene sui social

AP/Lapresse

La guerra condotta contro Israele e contro gli ebrei dal terrorismo palestinese e dai tanti alleati di cui esso dispone si dispiega anche, forse soprattutto, sul fronte legale e para-legale. Milita su questa diversa linea di una medesima guerra il deposito, da parte di una law firm londinese, di un’istanza che chiede al ministero degli Affari Interni del Regno Unito l’espunzione di Hamas dalla lista delle organizzazioni terroristiche. Non è necessaria la ricognizione dei profili di alcuni dei legali che hanno depositato quella petizione (sostenitori della resistenza armata palestinese, apologeti di figure come Ismail Haniyeh, negazionisti dei massacri del 7 ottobre) per scoprire che cosa ispiri l’iniziativa. Né occorre leggere le dichiarazioni testimoniali allegate al ricorso – tra le quali una di un altro capo di Hamas, il miliardario Mousa Abu Marzook secondo cui «non c’è alternativa alla completa sovranità palestinese dal fiume al mare» – per avvedersi delle surrettizie finalità politico-genocidiarie di una mossa disinvoltamente ammantata di legalità.

Sono i tratti accidentali e occasionali, per quanto strepitosi, di una campagna istituzionale e multi-giurisdizionale che – dalle Nazioni Unite ai governi nazionali, dalle Corti dell’Aia ai più sperduti tribunali nazionali – lavora alla legittimazione assolutoria delle formazioni terroristiche e alla delegittimazione criminalizzante di Israele.

La pubblicistica sulla criminalità israeliana, da un lato, e quella sulle possibili attitudini “umanitarie” di Hamas di cui vaneggia qualche malvissuto accademico, dall’altro lato, hanno bisogno di farsi “diritto”, di procedere in allure giuridicizzante affinché sia completata e diventi inoppugnabile l’operazione contraffattoria. Lo ha detto un tribunale che c’è un serio dibattito sul fatto che gli ebrei controllano i mezzi di informazione (non è un’ipotesi di giurisprudenza fanta-horror: è successo). Lo ha detto un tribunale che la capitale di Israele non è Gerusalemme (è successo, anche questo). Lo ha detto un tribunale che a Gaza c’è la punizione collettiva (è successo, pure questo). Spropositi, o comunque giudizi curvati ideologicamente, prima che un provvedimento giurisdizionale li legittimasse. Verità intangibili, dopo.

Di scorta agli “esperti” dell’Onu secondo cui Hamas amministra anche le scuole e le poste (non si butta l’acqua sporca col bambino), gli operatori del processo di legittimazione del terrorismo palestinese hanno compreso – avendone buona ragione – che questa linea di difesa può essere anche più ficcante rispetto a quella, parallela e simultanea, rivolta alla criminalizzazione di Israele.

L’incriminazione dell’Entità sionista, infatti, può ambire a obiettivi di destituzione, ma non rimedia all’impresentabilità del terrorismo fondamentalista e alla condanna della società che lo genera e lo sostiene. Per ciò occorre che la riabilitazione di Hamas non sia confinata alla fogna social e alle pur efficaci bestemmie del segretario generale dell’Onu, quello secondo cui le violenze del 7 ottobre non venivano dal nulla. Per ciò occorre un giudice (idem, anche questo è successo) impegnato a spiegare che, «ferma restando l’assoluta gravità di quanto avvenuto il 7 ottobre 2023», è lecito parlare di “strumentalizzazione del corpo femminile” a proposito di chi definisce “femminicidio” l’assassinio delle donne ebree. Anche questa: un’oscenità buona per quella fogna social, prima. Un’altra verità, dopo che un magistrato l’ha sigillata.

Non è la guerra per Gaza. È la guerra per Hamas. E si combatte anche – letteralmente, questa volta – per procura. Come quella che Hamas ha conferito a quei legali inglesi, officiati a ripulire un’immagine ingiustamente sporcata dall’inclusione nella lista delle organizzazioni terroristiche. Un risultato, se fosse ottenuto, anche più prezioso di una sentenza a carico di Israele.

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