
Kryvyi Rih è la città natale del presidente dell’Ucraina e venerdì, mentre il nome della sua città è apparso su tutti i notiziari del mondo, mi è tornato in mente proprio Volodymyr Zelensky che, nella Stanza Ovale qualche secondo prima della famigerata sceneggiata di Donald Trump e J.D. Vance che lo rimproveravano di non essere grato abbastanza, mostrava le immagini delle torture che hanno subito i soldati ucraini nella prigionia russa. Alcuni giornali hanno definito la reazione di Trump interessata, alcuni invece dicevano che non provava nessuna compassione.
Immagino Zelensky venerdì scorso, intento a mostrare a tutto il mondo le immagini della sua città natale, di un quartiere residenziale, di un parco giochi al centro di questo quartiere che è stato bombardato dai russi alla vigilia di un weekend – quando i ragazzi appena usciti da scuola giocavano dopo essersi lasciati alle spalle una settimana piena di compiti e di sirene antiaeree (che suonano ogni giorno).
Domenica in ospedale è morto un uomo di cinquantasette anni a causa delle ferite riportate venerdì. Così il numero delle vittime della strage russa a Kryvyi Rih è salito a venti, nove dei quali erano bambini.
Immagino Zelensky che mostra a tutto il mondo la lista dei bambini uccisi, con i nomi e gli anni che avevano: Tymofiy tre anni, Radyslav sette anni, Arina sette anni, Herman nove anni, Danylo quindi anni, Mykyta quindici anni, Alina quindici anni, Kostyantyn quindici anni, Nikita diciassette anni.
Mentre Zelensky, gli ucraini e tutte le persone minimamente dotate di empatia postavano sui social questa lista, l’ambasciata americana in Ucraina rilasciava una dichiarazione – ovviamente in linea con la posizione della sua Amministrazione, che qualche giorno prima aveva deciso di non entrare nella guerra dei dazi contro la Russia, meglio puntare i pinguini delle Isole McDonald – in cui non menzionava da che parte era arrivato il missile che ha ucciso nove bambini. Accanto, la frase «ecco perché questa guerra dovrà finire». Una guerra che secondo quest’ambasciata e quest’Amministrazione ha smesso di avere una netta distinzione tra chi è l’aggressore e chi è la vittima.
Mentre Zelensky mostrava le immagini del parco giochi con le altalene colorate, trasformato in un campo di battaglia, Giuseppe Conte saliva sul palco di Roma con lo slogan “No al ReArm Europe”.
Mentre gli ucraini imparano a vivere senza gli aiuti americani e ormai non contano più sull’aiuto d’oltreoceano (secondo gli ultimi sondaggi il sessantasette per cento degli ucraini non vede più gli Stati Uniti come alleati nella resistenza contro la Russia) la fiducia nelle istituzioni europee e nell’Europa continua a crescere.
E mentre nessuno cerca più di convincere Trump o di mostrargli le immagini dei bambini ucraini uccisi, la piazza di Giuseppe Conte si accoda ai numerosi tentativi da parte della Russia di indebolire il sostegno al programma di ReArm Europe con operazioni di propaganda – tra le ultime c’è stato il tentativo di proiettare a Udine i film propagandistici del canale televisivo russo Russia Today, tra l’altro sanzionato dall’Unione europea.
Quante immagini di bambini ucraini devono ancora arrivare in Italia per non avere più esitazioni su chi è l’aggressore in questa guerra? E quante ne devono arrivare per capire che i tentativi di negoziare con la Russia sono solo una perdita di tempo? Perché la Russia finge solo di dialogare, nel tentativo di capire come fare per raggiungere il suo obiettivo iniziale, cioè prendersi tutta l’Ucraina.
Un Paese che vuole la pace non lancia i missili sui quartieri residenziali e su un parco giochi di venerdì pomeriggio, mentre gli ucraini già martoriati dalla guerra cercano di ritagliarsi uno spazio di quotidianità per vivere questa vita completamente rovinata dall’invasione su vasta scala.