Donald Trump sta distruggendo l’ordine mondiale. Ogni giorno un colpo alle fondamenta, alternando dichiarazioni avvelenate e dazi scriteriati, minacce ai suoi alleati e complimenti ai dittatori. In questo modo sta abbattendo anche la credibilità e l’immagine degli stessi Stati Uniti che vorrebbe rendere «great again». Trump vorrebbe creare una potenza globale capace di cambiare da sola le regole del gioco, ignorando abitudini e consuetudini di tutti gli altri attori in campo, facendo apparire perfino un regime come quello cinese più assennato. O quanto meno la Cina, come ha scritto Martin Wolf sul Financial Times, «preferisce di gran lunga il mondo che Trump sta cercando di distruggere a quello caotico che sta cercando di creare».
Rientrato da un viaggio con tappe a Pechino e Hong Kong, Wolf ha sintetizzato in cinque punti fondamentali il senso del legame tra Stati Uniti e Cina, e l’impatto che stanno avendo le politiche di Trump negli equilibri economici e politici tra le due potenze. Il commentatore economico del Financial Times parte da una somiglianza, cioè i punti di contatto tra la rivoluzione culturale iniziata da Mao quasi sessant’anni fa e quella che sta provando a portare Trump in America. Entrambi hanno usato il loro potere per «muovere guerra alle élite burocratiche e culturali» del loro Paese. Wolf descrive quello americano come un movimento insurrezionale, verso il quale i membri più anziani dell’odierna élite cinese provano una profonda avversione: la rivoluzione di Trump non gli piace affatto.
Più importante – è il secondo punto – è la questione dello stato di diritto e delle libertà fondamentali. Negli anni Ottanta e Novanta chi riusciva a fuggire dalla Cina per studiare nelle migliori università occidentali scopriva un mondo fatto di valori liberali, innovazione scientifica continua, istituzioni democratiche, e speravano di poter ritrovare tutto questo nel loro Paese d’origine. «Per queste persone, ciò che sta accadendo ora in America è doloroso. Questi rimpianti per il tradimento dei propri principi da parte degli Stati Uniti non sono un’esclusiva della Cina», scrive Wolf.
È anche vero però che l’atteggiamento distruttivo di Trump ha un primo effetto negativo soprattutto per gli Stati Uniti, quindi in un’ottica realista di gioco a somma zero si potrebbe dire che ha vantaggi per la Cina e i suoi abitanti. E questo è il terzo punto fondamentale sottolineato dal Financial Times. L’approccio transazionale dell’amministrazione americana indebolisce anche le alleanze più radicate, come quelle con Giappone e Corea del Sud. Non è un caso insomma che i due Paesi dell’Estremo Oriente si siano riavvicinati proprio alla Cina negli ultimi giorni, annunciando di voler fare squadra per rispondere ai dazi.
In quanto potenza egemone dell’Asia-Pacifico sul fronte commerciale, e potenza militare in ascesa, la Cina è destinata ad avere un ruolo da superpotenza non solo nella sua regione, ma molto oltre. Perfino l’Europa, preoccupata per la vicina Russia e abbandonata dagli Stati Uniti, potrebbe cercare una relazione più amichevole con la Cina. L’America First di Trump è destinata a danneggiare prima di tutto l’America.
E questo dà ancora maggiore fiducia alla Cina, per il presente e per il futuro. Soprattuto in un settore specifico, quello dell’innovazione tecnologica. Wolf scrive che Xi Jinping ha tre obiettivi primari: la stabilità del regime, la crescita economica e il primato tecnologico. Su quest’ultimo fronte il successo di DeepSeek e delle innovazioni nel campo dell’energia rinnovabile hanno dato a Pechino una bella spinta motivazionale, dimostrando che il regime è sulla buona strada per provare a scalzare gli Stati Uniti.
Infine, quinto e ultimo punto, c’è l’economia. La Cina ha un enorme problema con la domanda interna di beni e servizi, dovuto alla povertà dei suoi cittadini. All’inizio del ventunesimo secolo, il buco della domanda è stato in parte colmato da un enorme surplus della bilancia commerciale. Ma dopo la prima crisi economica del 2007/08 il buco della domanda è diventato una voragine, coperto – o forse si potrebbe dire nascosto – da un’ondata senza precedenti di investimenti in immobili e infrastrutture. Ma i primi stanno già calando e investire ancora di più nella produzione non porterà benefici per sempre. «La politica cinese parla di “investimenti nei consumi”. È un concetto molto interessante, che dovrebbe trovare una risposta in un abbassamento nei tassi di risparmio, spostando la ricchezza verso le famiglie e sviluppando una sistema di sicurezza sociale molto più solido, con un parallelo aumento della spesa pubblica», si legge ancora sul Financial Times.
La Cina quindi non solo pensa di poter sopravvivere all’assalto di Trump all’ordine globale, ma a Pechino una buona parte della classe dirigente pensa che l’atteggiamento di Trump possa aiutare il loro Paese come conseguenza della ridotta credibilità degli Stati Uniti. Poi, certo, sanno benissimo che le sfide più impegnative per una grande potenza sono all’interno e non all’esterno dei propri confini. Ma questo riguarda tutte le grandi potenze, in Estremo Oriente come in Occidente.