Le subculture digitali, e noiGli adolescenti, e l’impatto dei meme sulla violenza di massa

In “Idioti dell’orrore” (Linkiesta Books), Antonio Pellegrino spiega come i contenuti ironici virali si siano trasformati negli ultimi anni, uscendo dai canali virtuali di Internet per ritagliarsi uno spazio sempre più rilevante nel dibattito pubblico, nella politica, nel mondo reale

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Questa è la prefazione del libro “Idioti dell’orrore. Indagine su stragisti di massa e subculture digitali”, di Antonio Pellegrino, pubblicato da Linkiesta Books. Il volume si può acquistare in libreria dal 18 aprile oppure già ora qui sullo store, con spese di spedizione incluse.

Fino a poco tempo fa, in Italia, scrivere di meme era qualcosa di impossibile. Non è un’esagerazione: l’idea che il meme potesse riservarsi uno spazio nel dibattito, nella saggistica o nel panorama giornalistico era semplicemente irrealistica. A torto o a ragione. Sicuramente una buona dose di snobismo da parte delle voci più autorevoli (così come una legittima ignoranza sull’argomento, evolutosi radicalmente in tempi recentissimi) ha fatto sì che si trascurasse un elemento che nel panorama anglosassone è diventato sempre più centrale, ma non è giusto addossare questa responsabilità esclusivamente agli autori italiani. In Italia il meme è per il pubblico qualcosa che nasce e si esaurisce su Internet, destinato a circolare nella sua dimensione limitata. Un ciclo ben collaudato che si addice alla definizione comune che possiamo attribuirgli: un contenuto ironico virale. E vederla in questi termini non è una colpa.

Quando negli anni si è tentato di trovare uno spazio per il meme e il suo utilizzo che andasse oltre queste premesse, i tentativi sono stati maldestri e hanno rallentato di molto la ricezione da parte dell’Italia di questioni, risvolti pratici e problematiche che negli Stati Uniti erano già ampiamente tenute in considerazione da studiosi e giornalisti. Ma da un po’ di tempo le cose sono cambiate. I media italiani hanno dovuto imparare a fare i conti con la memetica per via di due fattori non trascurabili.

Il primo è il contributo offerto dai lavori indipendenti – fanzine, blog e opere tematiche – che, rivolgendosi inizialmente a una nicchia specifica, sono riusciti con il passare degli anni a ritagliarsi una presenza sufficientemente rilevante all’interno dell’informazione generalista, costringendola a confrontarsi con determinati temi.

Il secondo, tanto importante quanto scontato, è l’impatto di meme e memetica sul mondo reale. L’esempio più facile è offerto dal mondo politico. Il sottobosco trumpiano che si ritrova sotto la sigla di QAnon (setta nata sulle pagine di 4chan) o tra i veterani della prima ondata Alt-Right ha fatto sì che in Italia si iniziasse a parlare – con anni di ritardo rispetto alla data cruciale del 2016 – di concetti come la guerriglia memetica (Memetic warfare), l’importanza dell’attivismo online nella forma del trolling e il ruolo delle dashboard nella costruzione di un’agenda politica. Concetti che, stando agli sviluppi socio-politici degli ultimi tempi, sembrano appartenere alla preistoria. Il sottobosco online del 2016 è sicuramente più conosciuto di quanto fosse ai tempi, ma lo è perché risulta facile da analizzare: il meme come mezzo politico – attribuirgli l’aggettivo “eversivo” è già un passo troppo in avanti per chi ha appena approcciato il tema – diventa parte del dibattito, ma ne è sostanzialmente alieno, perché lo condiziona solo a seconda di un dato utilizzo. È uno strumento, non un’impostazione.

Ma la velocità con cui si evolvono dibattito e attualità porta (e ci obbliga) a reputare certi schemi obsoleti. Quasi dieci anni dopo la comparsa della galassia 4chanista sui media mainstream, avviene un’altra irruzione della memetica nel dibattito pubblico.

Il 20 gennaio 2025, nel corso di un comizio immediatamente successivo all’insediamento del presidente statunitense Donald Trump, il magnate sudafricano Elon Musk conclude il suo discorso con una storpiatura del saluto romano. Il fatto ha enorme eco internazionale (ovviamente) e la stampa italiana riporta la notizia scatenando un dibattito su presunti significati e intenzioni che si è protratto per settimane. La voluta ambiguità del gesto (interpretato, a seconda degli interessati, come un’apologia al nazismo, un richiamo posticcio all’impero romano o, addirittura, un’espressione legata all’autismo1) porta a delle conseguenze: il monopolio dell’attenzione mediatica e il successivo ingresso nel gergo comune. Senza poi contare l’emulazione: a fare il Musk salute – a cui si aggiunge il tormentone annesso, «il mio cuore è con voi» – ci sono sia i neonazisti più o meno ripuliti che uno stuolo di youtuber e influencer, anche italiani. C’è chi lo usa come variante sdoganata del saluto romano, chi lo fa in maniera ironica e altri che fondono le due cose.

Con il suo saluto, Elon Musk ha dato vita a un meme diventato immediatamente virale. Scrivendone non intendo approfondire su queste pagine la figura e le idee di Musk (ne faccio volentieri a meno), ma bisogna evidenziare il suo impatto sulla risposta italiana all’ingresso prepotente della memetica nel dibattito pubblico. Del resto è sempre Musk che ha contribuito alla popolarità di codici memetici, inizialmente relegati alla sola sfera Internet: il suo Department of government efficiency sfrutta nella comunicazione l’acronimo Doge facendo riferimento esplicito al “doge”, l’immagine di un cane diventata meme più di un decennio fa. O quando sui social ha brevemente cambiato nome in “Kekius Maximus”, facendo il verso a un altro tormentone arcaico di 4chan, così come altri esempi nati sulla scia delle sue manie di protagonismo e della sua ossessione con la cultura memetica (quella più anacronistica e tanto superata da non risultare più divertente da un pezzo, mi permetto di aggiungere). E la stampa italiana, ogni singola volta, si è sperticata nel cercare di capire e spiegare i determinati riferimenti. Con tutti i suoi limiti, questo è stato il primo intreccio tra sottobosco memetico e informazione generalista.

Ma se associare meme e politica, nonostante esempi simili, è ancora difficile, l’idea di associare meme e violenza risulta impensabile. La possibilità di presentare una connessione tra subculture memetiche e fatti di sangue, casi di cronaca e stragi, è un qualcosa che non si presta al dibattito italiano. Per molti sarebbe surreale. Un vaneggiamento. Eppure questo rapporto esiste, ed esiste da più di un decennio.

L’idea di concentrarsi sull’argomento degli school shootings – uso qui il termine più noto attribuito, anche in Italia, alle stragi di massa americane – ha una doppia funzione: presentare al lettore una questione a tratti inedita nel nostro Paese e, allo stesso tempo, definire dei confini che permettono una maggiore comprensione del fenomeno. Esaminare le nicchie filo-stragiste, raccontare come operano gli utenti che trasformano in meme i massacri contro la folla e il modo in cui un meme su un assassino permetta di costruire un culto sulla sua figura, restringe il campo da qualsiasi divagazione e offre lo spunto per conoscere un mondo che non si limita a questo singolo ambito. Un mondo che al pubblico italiano è pressoché sconosciuto ma che da tempo è sbarcato anche nella nostra sfera online.

Ovviamente mi auguro che non vengano compiuti gli stessi errori del passato, pensando così che il fenomeno si limiti all’apologia, ironica e non, degli school shooters. In Italia non ne abbiamo mai avuti e questo fattore rischia di determinare la stessa indifferenza riservata alle frange di 4chan che quasi dieci anni fa hanno ridisegnato l’attivismo politico globale.

Per questo voglio essere chiaro, un’ultima volta: circoscrivere la potenza comunicativa del meme a un recinto tematico o geografico è un errore imperdonabile. Lo abbiamo imparato con la politica, e così faremo con il terrorismo memetico.

Questa è la prefazione del libro “Idioti dell’orrore. Indagine su stragisti di massa e subculture digitali”, di Antonio Pellegrino, pubblicato da Linkiesta Books. Il volume si può acquistare in libreria dal 18 aprile oppure già ora qui sullo store, con spese di spedizione incluse.

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