Con lo stesso spirito di Carl Bernstein e Bob Woodward durante il Watergate, per prima cosa sono andata a controllare la carta d’identità di mio figlio. Effettivamente c’è scritto madre, padre o chi ne fa le veci, senonché mi accorgo che il mio nome è sbagliato. Se me ne fossi accorta, che ne so, in aeroporto, non dico che avremmo passato la notte in cella per falso in atto pubblico, riciclaggio e rapimento di minore; ma magari non saremmo partiti. Il Sole 24 Ore riporta la sentenza della Cassazione che respinge il ricorso del ministero dell’Interno «contro la decisione della Corte d’appello di disapplicare il decreto ministeriale del 31 gennaio 2019, con il quale era stato passato un colpo di spugna sulla parola «genitori» per far tornare in auge la dicitura padre e madre archiviata nel 2015».
La carta d’identità non è un vezzo per vendere i portadocumenti di Coccinelle; è un documento dove quello che c’è scritto deve corrispondere a quello che vedo, e quello che vedo è quello che è. Mi è capitato recentemente di leggere un appello della polizia del Surrey in cerca di una donna trans che non si è presentata in non so che udienza, descritta come una donna bianca con i capelli castani e gli occhi blu, ma forse perché lì il deadname è reato e avrebbero dovuto autoarrestarsi.
Posso con convinzione dire che le persone, diciamo il pubblico generalista di “Chi l’ha visto?”, può non capire bene e andare in giro a cercare la signora Skyla; e di sicuro non possiamo dire che la polizia del Surrey stia facendo proprio tutto quello che è nelle sue possibilità per ritrovarla, la signora Skyla.
Nell’articolo del Sole si fa riferimento allo specifico caso di un minore con due madri. Il tribunale di Roma aveva provveduto a procedere con l’indicazione di genitore sul documento. «Diversamente la Carta elettronica, come previsto dal Dm del 2019, consentiva di indicare in maniera appropriata solo una delle due madri» e imponeva all’altra di veder classificata la propria relazione di parentela secondo una modalità – padre – non consona al suo genere. La chiameremo disforia genitoriale.
Se mi trovo davanti un minore e sulla sua carta d’identità sotto padre c’è il nome di una donna, e mi trovo davanti una donna, quella donna come minimo me la ritrovo in aeroporto come compagna di cella per rapimento di minore. Siamo nel sofismo. Se il padre è sempre un uomo, e se la carta d’identità è sempre vera, se ho davanti una donna chiamata padre sulla carta d’identità, la carta d’identità è falsa? Secondo il filosofo Matteo da Milano è colpa della donna che dovrebbe essere un uomo.
Prendiamo atto che due donne e due uomini non possono procreare perché la natura è discriminatoria; prendiamo atto che alcuni ritengono che mettere al mondo un figlio anche quando la natura non lo permetterebbe – e questo vale anche per le coppie eterosessuali – sia un atto di egoismo, e non trovo questa affermazione discriminatoria. Prendiamo anche atto che tutta la prosopopea editoriale e non intorno alle famiglie arcobaleno è diventata insopportabile, tesa quasi a suggerire che queste siano famiglie più belle, più sane, più amorevoli delle altre, ma immagino che questi genitori siano più o meno stronzi esattamente come tutti i genitori. Prendiamo atto che, nonostante il grande disappunto di alcuni, queste famiglie esistono.
Ecco, quello che penso e quello di cui dovremmo prendere atto è che bisogna scegliere bene le colline su cui morire, che è primavera e fuori a toccare l’erba si sta bene. Quello che penso è che non mi offende, sminuisce, turba, fa diventare pazza, essere chiamata genitore su un documento; diciamo che mi turba di più esserlo.
Quello che penso è che se il ministero dell’Interno ritiene che non debbano esistere le famiglie omogenitoriali non dovrebbe intasare i tribunali ma, che ne so, proporre una legge per vietarle e mandare tutti nella cella del rapimento di minori. Una legge per vietare i gay, le lesbiche, le famiglie queer, qualsiasi forma di procreazione assistita, pure il cesareo se il ministero lo ritiene poco naturale, e quella del cesareo, garantisco al signor ministro, farebbe più presa che tutto il resto.