
Questo è un articolo de Linkiesta Magazine, con gli articoli di World Review del New York Times. Si può comprare, qui sullo store, con spese di spedizione incluse. O in edicola a Milano e Roma e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia.
Un’impalcatura addossata a un alto muro bianco segnato dall’assenza di manutenzione; una piazza in cui la gente si muove svogliata e frettolosa; intorno, un antico centro storico composto da chiese e palazzi che conservano tracce di fasto e nobiltà. Su quei ponteggi si muove un giovane uomo che in pochi giorni realizza sotto lo sguardo di cittadini increduli un’immagine che emerge progressivamente. L’azione è rapida. Non c’è disegno preparatorio ma solo colpi di pennello e rullo eseguiti da una mano esperta e consapevole. Ogni giorno un frammento e gli interrogativi di chi osserva che montano. Cosa sta succedendo? Chi è questo artista? Perché lo fa? E perché sulla parete dell’edificio comunale che giace come rovina contemporanea irrisolta da anni nel cuore della città?
Al quinto giorno l’immagine è chiara: una donna che dorme, o forse sogna, avvolta in un velo antico, quasi un drappeggio che riporta a tempi passati, anche se il suo volto potrebbe aggirarsi tra le nostre strade. La figura è costruita su toni di bianco, grigio e nero, quasi un negativo che accentua la dimensione irreale della composizione, mentre le colature in alcuni punti testimoniano la rapidità con cui l’opera è stata eseguita.
L’artista si chiama Francisco Bosoletti. È originario dell’Argentina e da anni lavora tra il Sud Italia e il resto del mondo producendo murales di grande forza poetica ed espressiva dove ogni volta l’anima dei luoghi e le sue memorie stratificate si trasfigurano in immagini nuove, sorprendenti e capaci di emozionare chiunque le osservi. Quando ho incontrato per la prima volta Francisco era per invitarlo a prendere parte a una nuova avventura, ovvero quella di coinvolgere artisti, architetti, designer e illustratori per ridare vita e futuro al centro storico di Maddaloni, una città posta nel cuore della Campania a pochi passi da Caserta. E la ragione del suo murale è stata quella di lanciare AMA, ovvero Arti + Maddaloni + Architettura, un nuovo festival di rigenerazione urbana e sociale, attraverso un’opera inattesa e sorprendente. Nessun annuncio. Nessun comunicato stampa o taglio del nastro. Ma il primo artista all’opera, in silenzio, per avviare un’azione di cambiamento simbolico e materiale che parta dal basso, dalle strade, dai palazzi e dalle piazze di questo Comune con una storia millenaria completamente dimenticata anche dalla sua comunità.
La decisione di partire dal muro del palazzo del Comune ancora disabitato e irrisolto è venuta immediatamente al nostro gruppo di lavoro e all’amministrazione pubblica, che è il nostro unico committente e ha deciso d’investire risorse importanti perché ha compreso che solo con un’azione profonda di rigenerazione avrebbe dato una prospettiva diversa a questi luoghi e alle sue comunità.
Nel caso di Bosoletti il lavoro è nato da lunghe passeggiate nella città antica, tra le sue pietre, gli spazi nascosti e i suoi musei finché non è emersa l’immagine di un abito di una donna romana ritrovato in una tomba e l’interrogativo da parte dell’artista sul volto che avrebbe potuto avere al punto da diventare la matrice del suo murale.
Sono convinto che non esistano luoghi abbandonati, perché i luoghi esistono, indifferenti a noi e alla vita che li attraversa, ma che l’abbandono sia nei nostri occhi e nell’incapacità di immaginare e progettare visioni differenti per i paesaggi che attendono un cambiamento. La realtà che abitiamo è una risorsa preziosa e unica ed è compito nostro ripensare radicalmente gli strumenti critici e immaginifici per dare risposte a un tempo di profondo e drammatico cambiamento.
Negli ultimi duecento anni, la popolazione mondiale è passata da uno a otto miliardi, mentre solo nell’ultimo secolo la percentuale di chi ha deciso di andare a vivere in una città è balzata dal 3 al 50 per cento. Si tratta di una rivoluzione epocale che ha prodotto numeri e pressioni unici nella Storia dell’umanità con il risultato che le nostre città sono cresciute con un ritmo impressionante generando spazi e architetture che hanno consumato suolo e risorse, oltre ad avere dato casa civile a milioni di persone. Quel tempo sta completamente cambiando. Le nostre città non devono più crescere con quei ritmi, mentre la maggior parte dei Paesi occidentali vive una progressiva decrescita demografica e l’invecchiamento della sua popolazione. Tutto quello che c’era da costruire già esiste e l’obiettivo di oggi è decarbonizzare i nostri territori, piantumare le nostre città e insieme salvaguardare la dispersione d’acqua, rigenerare i luoghi che chiedono cambiamento per nuove comunità e non consumare più un centimetro di suolo.
Il paradigma è cambiato completamente: non più architettura con una sola funzione che dettava la sua forma, ma spazi flessibili e generosi utilizzabili da comunità differenti e in diversi momenti della giornata. Non più città come macchina d’abitare ma organismo in cui immaginare la convivenza tra tutti i viventi, ovvero umani, vegetali, minerali e animali. In questa riforma epocale di senso e dei suoi strumenti conoscitivi e progettuali la questione della rigenerazione dei luoghi e del nostro sguardo sulla realtà è decisivo e occuperà la maggior parte delle risorse creative, economiche e strategiche dei prossimi decenni nei territori metropolitani di tutto il mondo. Non si tratta di pensare alla tradizionale forma di restauro in cui noi europei siamo maestri, ma a una forma di rigenerazione dei luoghi e dei loro manufatti che comporti anche l’abbattimento, l’integrazione, la revisione radicale e la rinaturalizzazione. Si tratta di un processo lungo che passa innanzitutto dalla costruzione di una narrazione simbolica e critica che ci aiuti a guardare i luoghi che ci circondano in maniera differente. Ogni processo di progettazione funziona se c’è disponibilità sociale ed economica al cambiamento e oggi molti dei centri storici e delle periferie di tutte le città del mondo chiamano visioni differenti e spiazzanti. Pensate al successo che ha avuto l’Highline a New York, che ha trasformato lo scheletro di una ferrovia inutilizzata in un’infrastruttura sociale di altissima qualità progettuale che ha riformato un’intera porzione della città. Oppure all’operazione analoga che ha riguardato un’arteria autostradale che tagliava il cuore di Seoul poi trasformata in una passeggiata con migliaia di alberi, piccoli edifici e spazi pubblici amatissima dalla popolazione.
Il successo di queste ed altre iniziative deriva dal fatto che quelle visioni hanno intercettato e materializzato un desiderio latente, ma diffuso di bellezza, spazi liberi e fluidi, incontro inatteso tra nature diverse nel cuore minerale della città e di immagini che diano speranza. Il desiderio e la speranza sono materia dell’architettura perché ci consentono di intravedere frammenti utili di futuro che possiamo abitare. Per questa ragione a Maddaloni abbiamo cominciato in silenzio, per generare lentamente curiosità, richiamare attenzione e rallentare il passo di chi cammina e non vede intorno a sé la bellezza che lo circonda nel cuore di una città fondata dagli etruschi, cresciuta dai romani, arricchita tra Rinascimento e Barocco di decine di chiese e palazzi e poi caduta in un pericoloso torpore che va interrotto. E nei prossimi mesi altri artisti, architetti, designer e illustratori verranno chiamati per invadere altri luoghi che verranno aperti con mostre e installazioni che in parte rimarranno in dotazione alla città. Si tratta solo dell’inizio perché è fondamentale ricostruire lo sguardo e le emozioni dei suoi abitanti attraverso una qualità e una bellezza diffusa che portino a una relazione nuova, critica e di cura collettiva dei luoghi che abitiamo.
Maddaloni in questo è come una città cinese, siriana, centroafricana o americana perché diventa un paradigma possibile di cosa significhi generare nuove forme di comunità che siano anche spazi abitati consapevolmente e felicemente. Perché io penso che quella donna del murale non stia dormendo ma sia pronta a risvegliarsi per guardare al mondo con occhi diversi.
Luca Molinari, critico e curatore, è professore ordinario presso l’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli. Tra i suoi libri più recenti: “Le case che siamo” (nottetempo, 2020), “La meraviglia è di tutti. Corpi, città, architetture” (Einaudi) e “Stanze. Abitare il desiderio” (nottetempo, 2024).
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