La più gran dote che un essere umano possa avere in questo secolo è il disinteresse nell’assecondare il bisogno di gratificazione immediata del pubblico. Una storia di due mesi fa è già vecchia, figuriamoci una di quattr’anni fa. Dall’annuncio della separazione tra Bill e Melinda Gates sono passati quattro anni, e questa settimana lei è sulla copertina di People a spiegare le sue ragioni, quelle che saranno dettagliate nel suo memoir che uscirà tra due settimane.
Possiamo imparare qualcosa dalla separazione d’una multimiliardaria e dalle sue memorie intitolate come un manuale d’autoaiuto, “The Next Day – Transitions, Change, and Moving Forward”? Probabilmente no, probabilmente penseremmo per tutta la lettura quel che è impossibile non pensare quando dice a People che ci vuole coraggio a decidere di forgiare per sé una nuova vita: ci vuole coraggio, Melinda, ma pure i miliardi aiutano.
Quel che mi sembra interessante è che un editore pensi che quattr’anni dopo il pubblico sia ancora interessato alla separazione di quattr’anni prima, in un periodo in cui un ciclo di notizie dura quattro ore in un caso medio e arriva a quattro giorni se proprio si tratta della fine del mondo. Ieri, per esempio, ci sono stati i quattro minuti d’attenzione per Paige Connell.
Io di Paige non sapevo il cognome, perché sul suo TikTok non c’è. Avevo solo visto il suo monologo sul volersi separare perché era impossibile non vederlo, veniva ripostato su qualunque social da femmine entusiaste, nonostante Paige non usasse la neolingua.
In neolingua, quello di cui si lamentava Paige si chiama «carico mentale» (la neolingua crede molto nella psiche, d’altra parte persino Melinda Gates ritiene che il suo traguardo più importante sia stato cambiare psicologa, d’altra parte nessuno di noialtri abitanti di questo secolo, di noialtri col lusso di lamentarci in pubblico, nessuno di noi raccoglie pomodori, quindi l’unico carico di cui possiamo lamentarci è immaginario).
«Carico mentale» è l’espressione usata per rispondere a un bisogno primario del benessere, quello di lamentarsi, anche quando non è rimasto nulla di cui lamentarsi. Non posso lamentarmi che mio marito non lavi i piatti, visto che abbiamo la lavastoviglie. Non posso lamentarmi che non faccia la lavastoviglie, visto che la fa. Posso però lamentarmi di dover essere io a dirgli di farla, ah!, lo vedi che il carico mentale è mio?
Intendiamoci: mi è capitato di rifiutare di lavorare con uomini di gran talento solo perché li conosco abbastanza da sapere che è necessario dire loro di fare le cose, e che avrebbero sì scritto cose stupende ma solo dopo che gliele avessi sollecitate cento volte, ricordati che devi morire, ricordati che domani dobbiamo consegnare.
Per me è inaccettabile, ma sono anche abbastanza adulta da sapere che, se ti metti in casa degli estranei in forma di marito o figli, poi finisce così. Agli esseri umani adulti (specie se maschi? forse sì, ma ho una statistica limitata) devi ripetere cento volte di chiamar l’idraulico, agli esseri umani piccoli devi ripetere cento volte di fare i compiti. Forse l’unico insegnamento valido trasmessomi da mia madre è «faccio prima a lucidare io l’argenteria, che a spiegare alla cameriera come si fa».
Paige, dicevo (mica ve la sarete già dimenticata), dice su TikTok che sta pensando di divorziare perché, nonostante abbia detto al marito che ha bisogno che lui tolga le cose pulite dalla lavastoviglie senza che lei glielo ricordi, lui l’altra mattina non l’ha fatto perché era in ritardo per andare al lavoro, e quindi lei ha perso tempo per recuperare dalla lavastoviglie la bottiglia preferita dei figli in cui dar loro da bere e quindi non si è sentita rispettata come donna.
Ora, ci sono molte osservazioni che si potrebbero fare circa questa lamentazione. Quanti secondi di differenza ci sono tra prendere una cosa da un pensile e prenderla dalla lavastoviglie? Questi ragazzini non vogliamo educarli da bere dalla bottiglia che dico io visto che sono tua madre e ti mantengo e scelgo le bottiglie e tu non sai neanche allacciarti le scarpe? Ma l’obiezione che mi sta più a cuore è: perché disfare la lavastoviglie?
Capisco la lavatrice, ché se la roba la lasci dentro bagnata poi ammuffisce e ti tocca lavarla di nuovo, ma non capisco perché il mondo non ragioni come me: evita di affaticarti in tutto ciò in cui puoi evitare d’affaticarti. Gli americani (Paige è americana) hanno anche un apposito detto: don’t sweat the small stuff, non stare a sbatterti per le scemenze. Non aggiungono, ma forse dovrebbero: giacché poi non ti restano energie per le cose serie, e se gli uomini governano il mondo o almeno inventano Microsoft è perché a lucidare l’argenteria non ci pensano proprio.
Io forse esagero, e quando i bicchieri puliti finiscono ne compro di nuovi se proprio non mi va di lavarli (sì: ho moltissimi bicchieri), ma insomma disfare la lavastoviglie mi pare proprio un eccesso di zelo. Neanche disfo le valigie: non vorrai mica che, la prossima volta che parto, debba sbattermi a cercare lo spazzolino da viaggio perché chissà dove l’ho messo tirandolo fuori dalla valigia. Lo sfondo della mia posta elettronica è un fotogramma di non ricordo che telefilm, ma ricordo che il personaggio era una sociopatica molto saggia. In quel fotogramma dice: una casa ordinata è una vita sprecata.
Paige si lamenta anche che il secchio della spazzatura fosse pieno, ma Paige, io sto scrivendo questo articolo in una cucina sul cui tavolo ci sono gli avanzi del pranzo che non mi sono presa il disturbo di mettere nel secchio, e sui fornelli è rovesciata la bottiglia vuota del latte che ho messo stamattina nel caffè, prima o poi qualcuno la butterà, io sono troppo pigra per farlo e ti assicuro che non muore nessuno. Sono anche troppo pigra per fare un video su TikTok. Tu no.
Poiché abbiamo tutti l’asciugatrice (così possiamo non disfare neanche la lavatrice senza che niente s’ammuffisca) e mille altre comodità che ci hanno liberato molto più tempo rispetto alle nostre bisnonne che lavavano i panni nella fontana del paese e neanche avevano TikTok per lamentarsi, dopo qualche quarto d’ora di viralità c’era già chi aveva identificato Paige, che – tapina – anni fa aveva dato interviste sul costo degli asili e delle ragazze alla pari e sul suo lavorare da casa mentre il marito è un operaio delle linee elettriche. Chissà se ha anche lui un TikTok sul quale lamentarsi del carico mentale dell’arrampicarsi sui pali della luce.
Non ho mai letto il memoir di Bill Gates, tra l’altro uscito da un paio di mesi (ci sarà competizione tra i due editor degli ex coniugi?), ma sospetto che l’autobiografismo dolente non sia la soluzione per la visibilità e il successo personale e il farsi notare sul mercato che le donne si sono negli ultimi anni illuse sia. Sospetto che la parità non stia nel rispondere al memoir in cui il tuo ex immagino racconti di come ha inventato Microsoft con un memoir in cui racconti come hai reagito ai meme sul tuo divorzio.
E poi, naturalmente, c’è il vero punto, che non riguarda Bill e Melinda che avranno del personale di servizio, ma riguarda le Paige del mondo: la parità sarà raggiunta quando smetterà di darvi fastidio, a voialtre femmine che pure se vi danno in mano il governo del pianeta non vi liberate del complesso della perfetta massaia, che il pavimento non sia lucido come il piatto in cui mangiate. La parità sarà raggiunta quando saprete dire ai figli «se hai sete bevi dall’ultimo bicchiere pulito, altrimenti pazienza». La parità sarà raggiunta non quando il marito si ricorderà di disfare la lavastoviglie, ma quando a voi smetterà d’importare se non viene disfatta. La parità, in pratica, sarà raggiunta quando sarete me, e i piatti sporchi vi sembreranno una gradevole installazione della Tate Modern in mezzo alla quale incidentalmente abitate.
Altrimenti potete continuare a lagnarvi con la telecamera del telefono, sperando di, nelle quattro ore in cui sarete la notizia del momento, riuscire a monetizzare i cuoricini. Prima che Brocco81 scopra che lavorate da casa e state martirizzando quel povero marito, e diventiate quindi la strega del dibattito del quale siete state per qualche quarto d’ora l’eroina.