Le verità nascosteKaja Kallas chiede la fine dell’impunità per i crimini di guerra russi

L’Alta rappresentante Ue ha sottolineato la necessità di assicurare alla giustizia internazionale i responsabili (politici e militari) dei massacri di Bucha. Inclusa la deportazione di migliaia di minori

AP/Lapresse

Anche l’Europa ricorda la tragedia di Bucha. Il primo aprile di tre anni fa, il mondo veniva a conoscenza degli orrori della breve occupazione russa nella città a nord-ovest di Kyjiv, diventata da subito il simbolo della brutalità della guerra nell’ex repubblica sovietica. Il «punto di non ritorno», come scrive Yaryna Grusha, che in circa un mese ha inghiottito qualcosa come milleottocento vite nell’intera provincia.

Così ieri, dalla plenaria dell’Eurocamera a Strasburgo, Kaja Kallas ha posto l’accento sulla necessità di non dimenticare e, soprattutto, di consegnare i responsabili di tali atrocità alla giustizia. «Sappiamo esattamente chi è responsabile del massacro», ha dichiarato l’Alta rappresentante di fronte agli eurodeputati, sottolineando che «le prove raccolte a Bucha sono schiaccianti, dalle foto ai video ai segnali radio dei comandanti russi». «Con le tecnologie a nostra disposizione oggi», ha proseguito, «l’impunità per i crimini di guerra è francamente impossibile».

Tra questi, ha rimarcato l’ex premier estone, «la deportazione dei bambini ucraini è uno dei crimini peggiori, una violazione estrema dei diritti umani». Citando i dati di Save the Children, che a sua volta riprende le statistiche delle Nazioni Unite, Kallas ha menzionato quattro milioni di bambini in età scolare che hanno subìto l’interruzione del percorso di studi e oltre quattromila edifici scolastici danneggiati (e oltre il dieci per cento dell’intero parco scuole completamente distrutto). 

Il risultato è la «riduzione del quaranta per cento del tasso di natalità» e «un tasso di fertilità tra i più bassi al mondo»: in altre parole, «la Russia sta distruggendo il presente e negando il futuro» al Paese aggredito.

Il capo della diplomazia a dodici stelle ha rivendicato a tal proposito la partecipazione dell’Ue alla Coalizione internazionale per il ritorno dei bambini ucraini – un’iniziativa multilaterale per accelerare il rientro nell’ex repubblica sovietica dei minori deportati nella Federazione – così come le oltre settanta sanzioni individuali comminate contro i responsabili delle deportazioni e dei vari programmi di «rieducazione» dei bambini.

Su questo particolare aspetto della «brutale guerra coloniale» scatenata da Mosca si è soffermata anche l’eurodeputata lettone Sandra Kalniete, membro dei Popolari. «I crimini commessi contro i bambini ucraini sono crudeli oltre ogni immaginazione», ha dichiarato in Aula parlando di milleottocento minori feriti, seicento uccisi e oltre ventimila deportati. «Il Cremlino mette i più grandi nei campi di rieducazione e li obbliga ad acquisire la cittadinanza russa», ha spiegato, mentre «i più piccoli vengono dati in adozione cambiando loro l’identità»

«La campagna russa contro la dignità umana non conosce limiti», ha incalzato dal podio dell’emiciclo l’Alta rappresentante, annunciando che Bruxelles «continuerà a denunciare questi casi» e a chiedere a Mosca di rispettare gli impegni del diritto internazionale. L’Unione «appoggia fortemente la Corte penale internazionale», ha dichiarato ricordando i sei mandati d’arresto spiccati dai giudici dell’Aia (incluso quello per Vladimir Putin), nonché la Procura generale ucraina che, per i giudici dell’Aia, raccoglie la documentazione delle violazioni russe (a oggi, le segnalazioni di Kyjiv sono circa centosettantamila) anche grazie alla consulenza delle missioni civili europee.

Soprattutto, ha continuato Kallas, l’Unione è costantemente «al lavoro per la creazione di un tribunale speciale» per giudicare i crimini di guerra commessi dalle gerarchie russe, sia militari che politiche. Stando al resoconto dell’Alta rappresentante, i negoziati per costruire questa corte ad hoc (sul modello di quelle per il Ruanda e l’ex Yugoslavia) sotto l’egida del Consiglio d’Europa sarebbero già in fase avanzata: superati i colloqui tecnici a livello degli esperti giuridici, ora starebbe venendo definita la bozza dello statuto del tribunale.

Nello spiegare l’importanza fondamentale di mantenere al centro dell’attenzione il dibattito sulle responsabilità russe di fronte al diritto internazionale, l’ex premier estone ha sottolineato che «ogni qualvolta nella storia c’è stata una grave crisi mondiale, abbiamo rafforzato il diritto internazionale». Ha indicato gli esempi delle codificazioni successive alla Seconda guerra mondiale, dalla Carta Onu alle convenzioni di Ginevra che hanno introdotto corti, tribunali, nuovi corpi giuridici e reati perseguibili in (quasi) tutto il mondo. «Punire i crimini di guerra» e i loro responsabili, ha ribadito, è essenziale «per evitare che vengano ripetuti».

«Per ogni vita spezzata dalla guerra c’è una famiglia che vive nel dolore», ha concluso, aggiungendo che per ricostruire e ricucire il Paese martoriato da tre anni di conflitto (che in realtà sono undici) non basterà rimettere in piedi gli edifici ridotti in macerie ma andrà «perseguita la giustizia» e assicurata «la responsabilità per gli orrendi crimini commessi» dalle forze d’invasione, perché «solo la giustizia darà alle famiglie ucraine la pace di cui hanno bisogno per riprendere le proprie vite» una volta che finiranno i combattimenti.

Sperando che finiscano il prima possibile, naturalmente, ma in un modo che possa rendere giustizia alle vittime della più efferata aggressione militare avvenuta nel Vecchio continente negli ultimi decenni. Perché, come dice un celebre detto, non c’è pace senza giustizia.

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